CONFINE SUDAN – SUD SUDAN: UNA SOLUZIONE DEFINITIVA?

Fonte Immagine: VOA news

È dello scorso agosto l’annuncio della riapertura parziale del confine tra Sudan e Sud Sudan a partire dal primo ottobre 2021. Il confine tra i due stati, lungo oltre 2.000 km, era infatti stato chiuso nel 2011, a seguito della dichiarazione di indipendenza del territorio del Sudan del Sud al termine di decenni di guerra civile. 

Il 9 luglio 2011, con oltre il 98% di voti a favore, la popolazione delle regioni del sud aveva deciso per la secessione dal Sudan. Il referendum si era tenuto come previsto dal Comprehensive Peace Agreement (CPA), firmato nel 2005, al termine della guerra civile, dal National Congress Party (NCP), guidato da Omar al-Bashir, e dal Sudan People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A) del colonnello John Garang a favore dell’indipendenza del sud. Il CPA oltre a sancire il cessate il fuoco stabiliva le linee guida da seguire per il raggiungimento di una condizione di pace duratura all’interno del Paese. 

Il Sudan fin dal raggiungimento della sua indipendenza dal codominio anglo-egiziano nel 1956 è stato teatro di scontri interni e violenze. Ben due guerre civili hanno devastato il paese tra il 1955 e il 2005.  La causa è in parte da attribuirsi ad un’eterogeneità linguistico-religiosa della popolazione: di lingua araba e musulmana a nord, africana e cristiana al sud. 

Con l’accordo di pace firmato ad Addis Abeba nel 2005 si è pensato di poter gettare le basi per la costruzione di una stabilità pacifica attraverso un periodo di transizione di sei anni, al termine dei quali i cittadini delle regioni del sud avrebbero votato per scegliere tra l’indipendenza e il proseguimento della condivisione dei poteri con le regioni del nord in un unico stato. 

Nel CPA si provava anche a trovare una soluzione alla questione delle cosiddette “tre aree”, cioè Abyei, Kordofan meridionale e Nilo Azzurro. Territori al centro degli interessi economici sia del Sudan del nord che del sud. 

La delicatezza della questione va analizzata anche alla luce del fatto che la maggior parte della popolazione di questi territori, pur appartenendo al Sudan del nord, durante la guerra civile ha combattuto con il SPLM/A per l’autodeterminazione del sud. 

Per l’area di Abyei, ricca di petrolio, nel CPA fu stabilito di tenere una consultazione popolare in concomitanza con quella indetta per esprimersi sulla secessione del sud, allo scadere dei sei anni di transizione. Secondo quanto previsto originariamente dagli accordi i cittadini dell’Abyei sarebbero stati chiamati a decidere se rimanere un territorio del nord continuando a godere del proprio status amministrativo speciale, concesso per il periodo di transizione, o essere accorpati allo stato meridionale di Bahr al-Ghazal. 

Tuttavia, la consultazione non ha mai avuto luogo a causa di uno scontro tra Sudan del nord e del sud sui requisiti richiesti alla popolazione per partecipare al voto. 

La situazione per Kordofan meridionale e Nilo Azzurro invece è stata diversa. Nel 2005 le due aree, pur rimanendo territori del Sudan del nord, hanno ottenuto un grado di autonomia maggiore, al pari degli altri stati ordinari. Era altresì prevista una consultazione popolare nella quale gli abitanti potessero esprimere la loro soddisfazione sull’accordo. A differenza del referendum previsto nel Abyei per questa consultazione non era stato stabilito nessun termine temporale, ma anche in questo caso la votazione non ha mai avuto luogo. 

Nonostante i significativi sforzi, quella delle tre aree è una questione ancora irrisolta, e le continue rivolte e i violenti scontri ne sono una testimonianza. 

Fonte: Nigrizia

Fin dalla nascita del Sud Sudan, infatti, il tema degli oltre 2.000 km di confine con il Sudan ha rappresentato oggetto di tensioni. Storicamente gli abitanti degli 11 stati, oggi frontalieri, sono sempre stati abituati a vivere del libero commercio tra loro. L’inserimento di tasse di commercio tra i due paesi ha quindi colpito principalmente queste comunità che hanno dovuto trovare soluzioni alternative e informali per proseguire le proprie attività. La stessa Unione Africana è intervenuta per mediare un accordo a favore di “frontiere morbide” tra i due paesi, soluzione raggiunta inizialmente nel 2012 ma fallita poco dopo. 

Il mancato accordo sulle aree contese, inoltre, ha continuato ad alimentare il dibattito su dove e che tipo di confine porre. Le tre regioni, oltre che per questioni politiche, sono ancora motivo di scontro tra i governi centrali per la loro rilevanza economica, in particolar modo l’Abyei il cui territorio è ricco di giacimenti petroliferi. Proprio il commercio di quest’ultimo è da sempre al centro degli scontri tra i due nuovi Sudan. 

Con l’autodeterminazione del Sud si è dovuto fare i conti con l’interdipendenza economica dei territori, in particolar modo per il commercio di petrolio e di beni agricoli. Dal 2011 la maggior parte di queste risorse si trovano nel neo stato del sud, privando così l’economia del nord di quelli che erano i principali prodotti commerciali. Allo stesso tempo il Sud Sudan, sprovvisto di sbocchi sul mare, incontrerebbe minori difficoltà per la loro commercializzazione stringendo un accordo con il Sudan per l’utilizzo degli oleodotti e per l’accesso a Porto Sudan, che gli consentirebbe l’accesso al Mar Rosso. 

La disputa sullo sfruttamento e il commercio delle risorse ha contribuito quindi al prolungamento delle tensioni, alla chiusura definitiva del confine e all’interruzione dei rapporti commerciali già dal 2012.

Nel 2016 il presidente sudanese Omar al-Bashir propose di avviare le trattative per la riapertura del confine tra i due stati. La proposta non ebbe nessun seguito a causa delle accuse reciproche dei due governi di sostegno ai gruppi ribelli operativi nei rispettivi territori. Infatti il nuovo Sudan, a testimonianza del fallimento del CPA, ha dovuto affrontare negli anni tre conflitti interni interconnessi che hanno devastato le regioni del Darfur, del Kordofan meridionale e del Nilo Azzurro.

Il governo di Khartoum ha accusato più volte il Sud Sudan di alimentare le tensioni in queste regioni e di sostenere economicamente i gruppi armati che lì operano. Solo nel 2020 con la firma del Comprehensive peace agreement, si sono conclusi i negoziati, mediati dal presidente sud sudanese Salva Kiir, tra il nuovo governo di transizione sudanese, guidato dal primo ministro Abdalla Hamdok e una parte delle milizie ribelli.

A sua volta il Sud Sudan dal 2013 è stato teatro di una sanguinosa guerra civile i cui morti sono stati circa 400.000 in un paese di soli 12 milioni di persone. Scontri attenuati nel 2018 con un accordo di pace tra il governo di Kiir e la Sudan People’s Liberation Army – In Opposition (SPLA-IO) dell’ex vicepresidente Riek Machar Teny.  Anche in questo caso però l’accordo di pace non è stato frutto dell’intesa di tutti i gruppi ribelli, lasciando così il paese in una condizione, seppur minore, di agitazione.

Con la destituzione nel 2019 di Omar al-Bashir, al potere in Sudan del 1993, e l’istituzione di un nuovo governo, i rapporti tra Khartoum e Juba si sono ulteriormente distesi. 

Nell’ultimo anno sono stati fatti molti passi avanti nelle relazioni tra i due paesi, entrambi pesantemente colpiti economicamente dalla decennale chiusura del confine. Poco dopo l’insediamento del governo di transizione di Abdalla Hamdok si è ricominciato a parlare di un possibile modello di “frontiere morbide”, sono riprese le esportazioni di petrolio proveniente dal Sud Sudan attraverso gli oleodotti sudanesi ed è stato reso più semplice il passaggio alla frontiera delle persone. Sono stati, inoltre, istituiti comitati per la risoluzione definitiva dello status della regione di Abyei. Sulla questione è intervenuta nuovamente anche l’Unione Africana proponendo l’area come zona di libero confine.  

Questa nuova distensione nei rapporti tra i due Paesi ha permesso l’inizio delle trattative per il raggiungimento di un accordo per la riapertura del confine. L’intesa è stata trovata e resa pubblica con una dichiarazione congiunta a termine del viaggio del primo ministro Hamdok a Juba lo scorso agosto.

L’accordo prevedeva il primo ottobre l’apertura di quattro varchi, Jebeleen-Renk, Meiram, Buram-Tumsah, e Kharsana-Panakuac, negli oltre 2.000 km di confine. La notizia era stata accolta con un certo entusiasmo tra la popolazione e le istituzioni, soprattutto per le opportunità economiche che ne sarebbero derivate.

Gli effetti positivi della riapertura del confine rischiano però di non verificarsi a causa della prolungata instabilità e fragilità delle istituzioni politiche dei due paesi. 

Il Sud Sudan ha riaperto ufficialmente, dopo la fine della guerra civile, il proprio parlamento solo nel maggio 2021 e la sfiducia nei confronti dei leader politici è in costante aumento.

Dall’altra parte, il Sudan, tra settembre e ottobre 2021 è stato attraversato da manifestazioni di protesta sia dei sostenitori della componente militare che della componente civile del governo di transizione. Agitazioni che hanno favorito il colpo di stato del 25 ottobre del generale al-Burhan, già a capo del Consiglio Sovrano con il governo di Hamdok.  Dalla presa di potere dei militari sono quotidiane le proteste da parte della popolazione contro il nuovo governo, il quale risponde con violente repressioni. 

Gli eventi degli ultimi mesi in Sudan infatti rendono difficile l’attuazione della ripresa degli scambi commerciali e della circolazione delle persone. Già prima del colpo di stato la distribuzione del petrolio sud sudanese verso il mar Rosso aveva subito delle interruzioni a causa delle manifestazioni di protesta. Il malcontento nel paese dopo quasi un mese dal colpo di stato non diminuisce.

Il prolungarsi della disubbidienza civile e l’insediamento di un nuovo organo di governo interamente militare potrebbero portare a disattendere o a rinegoziare gli accordi firmati con il Sud Sudan. Un’eventuale interruzione dei rapporti rappresenterebbe una minaccia alle economie di entrambi i paesi già al collasso. 

Resta quindi da vedere che evoluzione avranno tali eventi nei prossimi mesi e se porteranno ad una definitiva normalizzazione dei rapporti tra Sudan e Sud Sudan o al contrario vanificheranno i passi avanti dell’ultimo anno.

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