LA RIVALITÀ NAJAF-QOM: DUE MODELLI DI SCIISMO A CONFRONTO

[Bassora, aprile 2019 – Milizie legate al santuario di Najaf con una foto del Grande Ayatollah iracheno Ali al-Sistani– fonte: thefrontierpost.com]

La leadership religiosa irachena cerca di ridimensionare lo strapotere detenuto delle forze filoiraniane, il che può essere letto come implementazione politico-militare della storia rivalità spirituale che lega Iran e Iraq.

La leadership religiosa irachena, rappresentata dalla figura del Grande Ayatollah Ali Al-Sistani, con sede nella città santa di Najaf, cerca oggi di ridimensionare lo strapotere detenuto delle forze filoiraniane quali Kata’ib Hezbollah e Asa’ib Ahl al-Haqq, milizie facenti parte della Coalizione paramilitare delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) nata nel 2014 per contrastare lo Stato Islamico (ISIS).

Le milizie pro-Sistani hanno manifestato più volte la volontà di distaccarsi dalla suddetta coalizione di cui, le forze iraniane hanno preso di fatto le redini. Questo  a causa delle azioni di violenze commesse dai proxy iraniani negli ultimi anni – uccisione di manifestanti, torture ai danni dei residenti delle comunità sunnite liberato dallo Stato Islamico, il  coinvolgimento in attività di contrabbando – Teheran è considerata in parte responsabile degli alti livelli di corruzione che caratterizzano le istituzioni civili e militari dell’Iraq. 

Alcuni studiosi leggono la contrapposizione tra le milizie pro-Sistani e quelle pro-Khomeini come manifestazione dell’equilibrio di potere tra nazionalisti iracheni e lealisti iraniani, altri invece come l’implementazione politico-militare della storica rivalità spirituale che lega il seminario iracheno di Najaf e il centro religioso iraniano di Qom i quali rappresentano, con le relative implicazioni politiche, due modelli di sciismo differenti.

“Coloro che sono fedeli a chiunque non sia la nazione stanno commettendo un grave tradimento. È un grande inganno e trucco. Noi ci basiamo sull’insegnamento dell’Imam Hussein. Qualsiasi voce, guida, orientamento proveniente al di là dei confini iracheni non è il credo di Hussein.

Piuttosto, rifiutiamo l’affiliazione e le alleanze. Pertanto, dichiariamo il più forte possibile, senza timore o esitazione, che chi è fedele a un’altra nazione è un traditore!’’ [13 agosto 2019 – Hamid al-Yasiri fiduciario a Kerbala del Grande Ayatollah Ali Al-Sistani e comandante del gruppo paramilitare Liwa Ansar al-Marja’iyya durane un sermone]

La divisione tra sunniti e sciiti è sorta in seguito alla morte del Profeta Muhammad quando, in seno alla comunità (umma), sono sorte delle controversie in merito alla designazione del suo futuro leader. La famiglia del Profeta rivendicava i diritti sulla discendenza mentre i cosiddetti ‘’partigiani’’ di Ali, suo genero e cugino, che quest’ultimo fosse il suo successore legittimo.

I sostenitori di Ali presero così le distanze dalle correnti tradizionalisti dell’Islam – secondo cui la tutela della umma doveva essere affidata ai califfi – sostenendo che il Profeta aveva designato nel corso della sua vita degli imam come suoi successori. In questo modo è nata la corrente dello sciismo dei duodecimani secondo cui la discendenza è rappresentata da dodici di cui l’ultimo, detto al-Mahdi, è in uno stato di occultamento (ġayba) dal quale uscirà alla fine dei tempi per svelare le verità ultime di fede.  Questo vuoto di potere ha aperto un dibattito in merito alla legittimità dei governanti e il rapporto stato-clero in seno alla giurisprudenza sciita, il quale si è evoluto fino a portare alla nascita di due modelli distinti di sciismo.

Tra il XVI e il XVII sec. nel regno Safavide, corrispondente all’attuale Iran, i dotti della fede (gli ulema) ritenevano che l’amministrazione della comunità dovesse essere nelle mani di un singolo sacerdote con conoscenze e qualità al di sopra gli uomini ordinari. Secondo questa visione le classi dirigenti dovevano sottostare all’autorità del clero che assicurava la conformità delle istituzioni statali alla sharīʿa, ossia la legge islamica.  

In seguito, il dibattito è proseguito con la figura di Ahmed Naraaqi (m. 1867), originario delle città irachena di Najaf. Secondo quest’ultimo il giudice (fāqih) era l’interprete legittimo della sharīʿa e, in quanto tale, aveva il compito di garantire che l’operato dello stato fosse conforme al suo parere inequivocabile. Questa idea aveva il suo fondamento nelle tradizioni sciite: storicamente al clero spettava la tutela dei soggetti deboli come vedove, orfani e disabili.  

La teoria della tutela dei giuristi ha avuto la sua completa realizzazione con la figura dell’Ayatollah Ali Khomeini, padre della Rivoluzione Iraniana del 1979, Egli sosteneva che al supremo leader religioso, ossia il Grande Ayatollah, spettasse l’autorità assoluta sugli affari pubblici.

Al tempo questa teoria si era fatta largo sia tra i conservatori di destra, i quali vedevano negativamente la vicinanza delle classi dirigenti iraniane all’Occidente, sia tra le forze di sinistra favorevoli a un sistema politico basato sull’ibridazione tra Islam e socialismo di cui Khomeini si poneva come promotore. La capacità di quest’ultimo di compattare il malcontento della popolazione ha permesso la destituzione dello Shah nel 1979 e la nascita della Repubblica Islamica.

A seguito della sua morte, la Costituzione della neonata Repubblica Islamica è stata modificata al fine di rafforzare maggiormente il potere del clero. Gli emendamenti del 1989 hanno di fatto ampliato la portata dei poteri del leader supremo a praticamente tutti gli organi dello stato. Questa organizzazione del potere era legittimata, come lo è tutt’ora, sulla base del fatto che il suo mandato derivasse direttamente da Dio.

Questa visione ha comportato un significativo allontanamento del modello iraniano dalle usanze e dalle pratiche tradizionali sciite. Storicamente, infatti, il clero aveva mantenuto un atteggiamento politico quietista, ossia non aveva mai espresso volontà di amministrare direttamente gli affari pubblici, il che derivava dalla convinzione che non potesse esistere un governo islamico legittimo fino al ritorno dell’Imam nascosto. 

In Iraq lo sciismo ha radici storiche ben radicate. Due decenni dopo la morte del Profeta, Ali, il Primo Imam sciita e quarto califfo, si è stabilito a Kufa, l’attuale Najaf, dove ha istituito importanti centri di apprendimenti e seminari religiosi. La sua tomba si trova nella suddetta città mentre quella del figlio Hussain, ucciso nella battaglia storica di Karbala del 680, si trova nell’omonima città.

Nel XVIII secolo ha preso avvio in Iraq una massiccia campagna di conversione allo sciismo ad opera delle autorità ottomane, le quali avevano disposto l’insediamento nell’entroterra delle tribù semi-nomadi, la cui maggioranza era di confessione sciita, al fine di rafforzare il suo controllo sul territorio.  

In quel periodo il clero sciita era molto dedito ad attività di proselitismo senza trovare grande opposizione da parte delle autorità imperiali ottomane. Inoltre, le città sante irachene, Najaf e Karbala, e in genere il sud del paese, godevano di discreta autonomia il che era dovuto anche alle ingenti donazioni da parte dei credenti, le quali permettevano agli istituti religiosi ed ai santuari di offrire servizi e assistenza alle comunità locali senza dover far necessariamente affidamento sullo stato.

Il rapporto stato-clero è diventato teso a partire dagli anni ’60. Con la presa del potere da parte dal partito Baʿth, forza politica panaraba la cui ideologia si basava sul secolarismo e il socialismo, vengono imposte una serie di restrizioni alle istituzioni e alle organizzazioni religiose, tra cui quelle sciite oltre ad una serie di divieti riguardo la celebrazione delle loro feste religiose. 

I sentimenti di ostilità nei confronti delle comunità sciite si sono intensificati a seguito della Rivoluzione iraniana del 1979. In questo frangente, infatti, il presidente iracheno Saddam Hussein temeva che in Iraq avvenisse ciò che era successo in Iran date le condizioni storico-culturali favorevoli. Al tempo, inoltre, lo stesso clero ero sospettoso nei confronti di Teheran sia perché le teorie di Khomeini si discostavano dallo sciismo tradizionale sia perché temeva il rafforzamento dell’influenza iraniana sul paese.

Il diffondersi di questo timore collettivo è stato occasione per Saddam Hussein per dichiarare guerra alla neonata Repubblica Islamica. Il conflitto, che diventerà noto come Prima guerra del Golfo, è stato presentato all’epoca come una guerra arabo-persiana e ha visto coinvolto anche parte delle stesse comunità sciite le quali, in ricambio di favori e denaro da parte del regime baathista, si sono mostrate disposte a combattere in difesa del regime baathista. Parte di loro sarà poi protagonista delle sommosse popolari che nel 1991 hanno sconvolto l’Iraq a seguito del deterioramento del quadro socioeconomico per effetto delle due fallimentari guerre del Golfo.  

Nel 2003, quando il regime di Saddam è stato rovesciato dalla Coalizione anglo-americana, gli sciiti iracheni hanno invocato il martirio del loro venerato imam Hussein, avvenuto per mano degli omayyadi sunniti nella battaglia di Kerbala del 680. Il riferimento non era casuale.

La destituzione del regime baathista ha rappresentato per le comunità sciite una rivincita storica dopo decenni di ingiustizierepressione e marginalizzazione ed è stata occasione per accentrare nelle loro mani il potere politico, soprattutto da parte delle forze iraniane. L’Iraq è diventato di fatto, a seguito del 2003, da potenza secolare a uno dei vettori regionali di maggiore influenza religiosa e geopolitica sciita in Medio Oriente, il che ha contribuito all’emergere delle tensioni intercomunitarie e inter-settarie negli anni a seguire ed ha comportato un progressivo rafforzamento del deep state iraniano nel paese.

All’indomani dell’invasione americana, il Grande Ayatollah Al-Sistani era mal visto dall’establishment religioso iraniano. Teheran non accettava che i poteri riconosciuti agli imam infallibili, compreso quello di leader della umma, fossero riconosciuti nella figura del leader spirituale iracheno.  

Dello stesso avviso era l’Ayatollah Abu al-Qassim al-Khoui, il leader di vecchia data del seminario Najaf, nonché mentore di Al-Sistani, il quale sosteneva che non c’erano prove legali per riconoscere il principio del mandato generale a quest’ultimo.

Dal suo canto egli difendeva la sua autorità sia in base al sostegno mostrato nei suoi confronti da parte della popolazione irachena sia in quanto garantiva che il lavoro delle istituzioni statali fosse conforme alla sharia. L’avversione nei suoi confronti era dovuta al fatto che, egli promuoveva nei suoi decreti il ruolo delle istituzioni statali incoraggiando in quel frangente gli iracheni a collaborare con quest’ultime mentre alcune forze filo-iranaini, come le Forze Badr, erano impegnate per contrastare le truppe di occupazione.  

A differenza dell’Ayatollah Khomeini e dei suoi successori, Al-Sistani non ha mai mostrato alcun interesse a costituzionalizzare la sua autorità o sostenere un tipo governo guidato dal clero similmente a quanto successo in Iran. Da un punto di vista ideologico questo non sorprende, dato che il suo atteggiamento è in linea con lo sciismo di stampo tradizionalista.

Tuttavia, come sottolineato da Noorbaksh, “a un esame attento della sua vita, si può capire che Sistani è tutt’altro che passivo o quietista quando si tratta dello stato attuale della politica in Iraq’’.  Dal 2003 in poi, infatti, egli ha iniziato di fatto a svolgere un ruolo non solo spirituale ma, indirettamente, anche politico.

Se da una parte il governo iracheno era impegnato sempre più a istituzionalizzare un ampio spettro di partiti e gruppi paramilitari, principalmente legati a forze filoiraniane, egli agiva anche con l’obiettivo di portare il paese quanto più lontano dall’orbita sia di Washington sia di Teheran cercando di controbilanciare con attenzione entrambe le forze e di tutelare la tradizionale autonomia delle città sante.

In seguito, di fronte all’iniziale sostegno iraniano verso un terzo mandato del Premier iracheno Al-Maliki, accusato di corruzione e di essere responsabile di azioni di violenza settaria, dopo le elezioni dell’aprile 2014, Sistani ha reso pubblica la sua obiezione influenzando anche l’atteggiamento di Teheran in merito all’esecutivo fino a portare quest’ultimo a sostenere la presidenza di Haider al-Abadi, una figura meno legata alla Repubblica Islamica al contrario del suo predecessore.

D’altra parte, le differenti vedute tra i due modelli di sciismo hanno continuato a persistere e sono emerse ancor più negli anni della lotta allo Stato Islamico. Ad esempio, Al-Sistani non si è mai riferito alle milizie delle PMF, nate nel 2014 per contrastare Daesh, con il termine arabo ḥaŝd (la Coalizione in arabo si chiama al-ḥaŝd al-ŝaʿbī), in quanto il termine è diventato significante dell’influenza politica di Teheran sull’Iraq dato che la Repubblica Islamica ha progressivamente centralizzato il controllo dell’organizzazione nelle sue mani. Pertanto, Al-Sistani ha sempre preferito rivolgersi alle forze delle FMP con il termine ‘’volontari’’.

Le divergenze tra i due bastioni dello sciismo si sono ancora più acuite aa seguito dell’uccisione di Abu Mahdi al-Muhandis, leader della Commissione delle FMP, e di Qasim Suleimani, comandante della falange al-Quds, durante il raid statunitense avvenuto a Baghdad il 3 gennaio 2020.

A seguito dell’accaduto, le fazioni filoiraniane delle FMP hanno riorganizzato i propri ranghi istituendo un piccolo comando, il Consiglio consultivo della mobilitazione della Shura, la cui prima decisione è stata nominare nel febbraio 2020 Abdul-Aziz al-Mohammedawi, detto Abu Fadak, legato alle forze Kata’ib Hezbollah, come Capo di stato maggiore. Il giorno seguente le milizie pro-Sistani hanno emesso una dichiarazione in cui rifiutavano tale scelta in quanto considerata non valida.

Con lo scoppio delle proteste del 2019, Al-Sistani ha invitato i credenti a manifestare pacificamente nelle strade, in cui predominavano sentimenti anti-iraniani, e al mantenimento dell’indipendenza dell’Iraq da qualsiasi forza esterna. Nei mesi seguenti si sono susseguite una serie di lamentele da parte delle forze pro-Sistani in merito all’ineguale distribuzione degli stanziamenti finanziari all’interno delle FMP a vantaggio delle fazioni filoiraniane.

Alla luce di questo accumularsi di tensioni, il 22 aprile 2020 il Premier iracheno ha disposto il distaccamento delle milizie pro-Sistani dalle FMP le quali, da quel momento, sono sotto il controllo del Comando delle operazioni congiunte irachene e rispondono direttamente al Ministero della Difesa. 

Il 13 agosto 2021 Hamid al-Yasiri, un influente religioso sciita fiduciario del Grande Ayatollah Al-Sistani, ha denunciato pubblicamente i gruppi armati sostenuti dall’Iran accusandoli di aver ucciso i manifestanti durante le proteste e di aver rubato fondi pubblici in nome dell’Islam sciita.

 “La nostra religione non è come la loro religione, e il nostro Islam non è come il loro, e Hussein [la cui tomba] andiamo verso… è diverso dall’Hussein in cui credono. L’Hussein a cui apparteniamo è il figlio di Ali [il primo imam sciita] e Fatima [la figlia del profeta Maometto], mentre l’Hussein a cui appartengono è il figlio di Shimr e il mangiatore di fegato’’.

Infine, le elezioni di questo ottobre hanno dimostrato quanto le fazioni filoiraniane siano poco disposte a rinunciare ai loro privilegi e a negoziare il loro potere con altre forze politico-militari. Le votazioni di quest’anno si sono svolte con un anno d’anticipo, in risposta alle proteste del 2019, e l’annuncio dei risultati è stato accompagnato da manifestazioni da parte delle milizie filoiraniane, le quali sono scese nelle strade intonando slogan contro il governo iracheno e la commissione elettorale rifiutando i risultati elettorali che avevano visto le forze politiche a esse legate ottenere scarsi risultati di fronte all’avanzata della Coalizione di Moqtada Al-Sadr.

Ai legami storici indissolubili Iran-Iraq si somma oggi l’influenza politico-militare di Teheran negli affari interni iracheni e la dipendenza energetica di Baghdad nei confronti della Repubblica islamica. A causa anni di corruzione e clientelismo che hanno dissipato i fondi statali, la terra dei due fiume si è sempre più legata a Teheran anche se di recente, e particolarmente a seguito della sconfitta dello Stato Islamico, i rapporti tra i due paesi sono sempre più tesi.

Il che è emerso sia nei sentimenti anti-iraniani che hanno predominato le manifestazioni popolari scoppiate ad ottobre 2019, specialmente nelle aree meridionali a maggioranza sciita, sia nella volontà del Premier Al-Kadhimi di contestare il potere delle milizie, sia nella decisione dei gruppi paramilitari pro-Sistani delle FMP di distaccarsi dalla Coalizione in funzione di contrasto allo strapotere iraniano. 

La figura del Grande Ayatollah iracheno è riuscita fino ad oggi, nel limite delle sue possibilità, a controbilanciare la presenza di Teheran in Iraq, ben radicata nelle istituzioni civili e militari del paese, e sembra che questa sorta di equilibrio sia destinata a durare fino a che egli manterrà la sua carica. Il che non preclude un possibile acuirsi delle tensioni e delle instabilità nella terra dei due fiumi nei prossimi mesi a cui corrisponderà una maggiore volontà di Teheran di non perdere la sua presa sull’Iraq facendo leva sulle milizie a sua disposizione. 

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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