EFFETTO COP26: LA GROENLANDIA ENTRERÀ NELL’ACCORDO DI PARIGI

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Nonostante le molte critiche ricevute per essere stato definito un accordo troppo debole, qualcosa può e deve essere salvato: la Groenlandia dichiara di voler entrare nell’accordo di Parigi.

Si è conclusa da pochi giorni la COP 26 di Glasgow ritenuta dagli esperti uno spartiacque per le politiche energetiche mondiali e per il futuro delle nuove generazioni. La sensazione diffusa dall’opinione pubblica di tutto il mondo e dalle lacrime, a stento trattenute, dal Presidente Alok Sharma alla chiusura dei lavori, è quella di una preziosa occasione persa, soprattutto in relazione a quella che può sembrare una minuzia, ma che invece ha un impatto enorme sulle politiche energetiche delle più grandi economie mondiali: “phase down” (riduzione) piuttosto che “phase out” (eliminazione) progressiva del carbone.

Un piccolo cambiamento in uno statement che però legittimerà molti Paesi ad orientare le politiche energetiche non tanto verso una eliminazione dell’industria a carbone, ma verso una progressiva riduzione che richiederà decenni. Per quanto non ci si possa dire soddisfatti da un punto di vista generale, è importante analizzare come l’accordo è stato recepito a livello regionale, soprattutto in quelle zone che più risentono del cambiamento climatico. L’artico, che non rappresenta un’unica e monolitica entità come viene spesso rappresentato nell’immaginario comune, è composto da attori e da Paesi che hanno guardato all’esito della COP 26 con grande speranza.

Tra questi c’è di certo la Groenlandia che da anni ormai viene definita come la prossima frontiera geopolitica globale per le preziose risorse naturali di cui è ricca e per la sua posizione strategica, tra il continente nord americano e quello europeo. Le elezioni dello scorso Aprile già avevano segnato un cambiamento epocale per l’isola, che per la prima volta hanno portato al potere la fazione Inuit Ataqatigiit (IA), che ha già provveduto ad invertire la rotta rispetto al passato.

Oltre la dichiarata ostilità allo sviluppo del sito di Kvanefjeld per l’estrazione di terre rare, il parlamento a Giugno ha dichiarato di sospendere il rilascio di licenze per le esplorazioni di gas e petrolio sul territorio e nelle acque groenlandesi. A completamento di una linea ben chiara contro lo sfruttamento di risorse che per anni hanno ingolosito le grandi compagnie petrolifere e minerarie anche straniere, il Primo Ministro Egede ha dichiarato in sede COP 26 di voler sottoscrivere l’accordo di Parigi.

Può sembrare una minuzia, considerato che l’isola conta appena 56.000 abitanti. Tuttavia non si può sottovalutare il quadro socioeconomico nel quale viene presa questa decisione. Entrare a far parte dell’accordo di Parigi significa per la Groenlandia dover rispettare tutta una serie di target di emissioni che per le economie non estremamente sviluppate richiede una serie di adattamenti e un piano di sviluppo ambientale che punta all’utilizzo di risorse rinnovabili e un graduale abbandono di quelle non rinnovabili.

Fino ad ora infatti la Groenlandia ha usufruito di una esenzione giudicata necessaria dai precedenti leaders politici per poter sfruttare i giacimenti di ferro, carbone, zinco e terre rare presenti sull’isola. Il neo Primo Ministro cambia paradigma e incentra il futuro dell’isola sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, come l’energia idroelettrica. Alcuni progetti sono stati già avviati, ma con la costruzione di una sesta centrale idroelettrica e l’espansione di una già presente a Nuuk, si stima di poter ridurre le emissioni da carbone di un quinto entro il 2030.

Un nuovo corso per l’isola che non di certo preclude la possibilità di sfruttamento minerario. Ma le iniziative prese dall’attuale governo sembrano più orientate a costruire una politica di sviluppo economico ed energetico che tiene in considerazione l’impatto ambientale che una robusta industrializzazione comporta, e che non si riduce alla  giustificazione del non aver fin qui contribuito in modo importante alle emissione di gas serra per non intraprendere iniziative all’interno di un quadro internazionale di limitazioni sostanziali di emissioni di gas serra.

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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