POCHI PROGRESSI IN AFRICA NELLE VACCINAZIONI CONTRO IL TUMORE DELL’UTERO

Il Covid-19 ha risvegliato l’attenzione sull’importanza di un accesso equo per tutti a un sistema sanitario efficiente. 

È chiaro che quando si parla di diritto della salute, e disuguaglianze, si pone al centro dell’attenzione il difficile contesto dei Paesi africani e la conseguente assenza di strutture e dispostivi medici fondamentali.

In particolare il 17 novembre, in occasione della Giornata mondiale di azione per l’eliminazione del cancro cervicale, si è parlato della difficile condizione delle donne africane. 

Tumore al collo dell’utero: i dati.

I dati più recenti ed esaustivi di cui disponiamo sono quelli del progetto GLOBOCAN “Global burden of cancer attributable to infections in 2018: a worldwide incidence analysische”, che nel 2019 ha pubblicato uno studio sull’incidenza di 36 tipi di tumore in 185 Paesi.

Dalla ricerca è emerso che il cancro del collo dell’utero è il secondo tipo di tumore per incidenza e ha causato, nel 2018, 311.000 morti nel mondo. Il dato significativo è che i Paesi con una maggiore incidenza sono quelli più poveri (85%) e i primi 10 Stati in classifica si trovano tutti in Africa. 

In particolare è risultata una forte correlazione tra Papilloma virus (HPV) e ricchezza del Paese. Si passa infatti da 6,9 casi per 100.000 all’anno, nei paesi a reddito alto e medio-alto, a 9,2 in quelli a reddito medio-basso, fino a 16,1 in quelli a basso reddito. I ceppi più frequenti sono HPV 16 e 18, che sono risultati responsabili del 72% dei casi tumore.

Tra le aree più colpite emerge l’Africa subsahariana in cui si trovano i cinque Paesi con la più alta incidenza di cancro cervicale: Malawi, Mozambico, Comore, Zambia e Zimbabwe.

In quest’area 75 donne, su 100.000, soffrono di cancro del collo dell’utero, contro la media di 10 donne su 100.000 nelle nazioni a basso rischio.

Uno scenario che di fronte alla crisi pandemica è destinato ad aggravarsi in mancanza di un’azione globale concreta.

Secondo gli esperti infatti i nuovi casi di cancro del collo dell’utero potrebbero crescere passando da 570.000, registrati nel 2018, a 700.000 entro il 2030. Inoltre il numero dei decessi potrebbe aumentare da 311.000 a 400.000.

Criticità e obiettivi dell’OMS.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato che per superare questa forte disuguaglianza è necessaria un’azione globale che miri all’introduzione del vaccino contro l’HPV nelle aree più disagiate. 

Un pallido tentativo è stato effettuato, nel 2018, nello Zimbabwe in cui grazie a un programma guidato da Unicef, OMS e il ministero della Salute sono state somministrate oltre 800.000 dosi a ragazze di età compresa tra i 10 e i 14 anni in tutto il Paese.

Tuttavia la strada è ancora lunga. Secondo gli esperti è necessario vaccinare il 90% della popolazione femminile africana contro il papillomavirus.

La comunità internazionale, inoltre, dovrebbe fornire a questi Stati gli strumenti necessari per garantire almeno al 70% delle donne la possibilità di accedere ai test, e ad altre prestazioni, prima dei 35 anni e di nuovo entro i 45 anni.

Inoltre è fondamentale che il 90% delle donne colpite dal tumore possano accedere alle cure e ai servizi necessari per affrontare la malattia. 

Se da un lato il Covid-19 e lo shock economico simmetrico, che hanno investito la comunità internazionale, hanno bloccato i progressi finora raggiunti, dall’altro può presentarsi come un’opportunità di sensibilizzazione sul tema dei vaccini riguardanti altre patologie.

Oltre al dibattito sul vaccino per il coronavirus infatti è arrivato il momento di pianificare una distribuzione equa dei vaccini contro l’HPV rendendo questi strumenti accessibili e disponibili ai governi africani. 

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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