IL POTENZIALE DELLA COOPERAZIONE NIPPO-TEDESCA NELLA REGIONE INDO-PACIFICA

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Fonte immagine: https://www.japantimes.co.jp/opinion/2021/11/15/commentary/japan-commentary/japan-germany-indo-pacific-ties/

Analogamente a quanto fatto con gli altri Paesi europei, Tokyo esplora le possibilità di cooperazione anche con Berlino, con quest’ultima che però offre una postura ben diversa da Londra e Parigi.

All’inizio di novembre la fregata Bayern della Deutsche Marine ha visitato il porto di Tokyo, oltre ad aver preso a parte a esercitazioni minori con le Forze Marittime di Autodifesa giapponesi. È la prima volta dopo vent’anni che una nave della Marina tedesca visita il Giappone, e rappresenta solo uno degli ultimi esempi di cooperazione tra il Giappone e i Paesi europei interessati ad avere una proiezione politica sensibile nella regione indo-pacifica, ormai sempre più fulcro della politica globale. 

In particolare, il governo di Tokyo ha rafforzato la cooperazione con il Regno Unito, intento che ha portato all’attuazione di esercitazioni marittime tra le forze giapponesi e il carrier task group britannico facente perno sulla nuova portaerei HMS Queen Elizabeth. L’esercitazione ha consentito alla marina giapponese di affinare il know hownecessario per operare una portaerei, in vista del refitting operato sugli incrociatori portaelicotteri classe Izumo volto a consentire l’imbarco degli F-35B.

Tuttavia, nel caso della cooperazione con la Germania le motivazioni rimangono piuttosto enigmatiche. I due Paesi hanno un ruolo molto simile nei rispettivi quadranti geografici, dovuto principalmente alle rispettive esperienze storiche tragicamente connesse tra loro.

La sconfitta dei due Paesi e dei propri sistemi politici interni nella Seconda Guerra Mondiale ha portato, con la firma dei trattati di pace, a una notevole riduzione del potenziale militare esprimibile e a un ruolo sostanzialmente subalterno durante la competizione per l’egemonia globale tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Negli ultimi cinquant’anni i due Paesi, liberi dalla zavorra della spesa militare, hanno potuto concentrare le proprie risorse su una crescita economica stabile e duratura nel lungo periodo, basata su settori ad alta intensità tecnologica come l’elettronica e il settore automobilistico. Oggi Giappone e Germania sono rispettivamente la terza e quarta economia al mondo per PIL nominale, ma le loro capacità militari sono estremamente ridotte rispetto a Paesi con potere economico analogo. 

La fine della Guerra Fredda e la volontà statunitense di responsabilizzare i propri alleati stimolandoli a destinare maggiori risorse alla difesa stanno ora spingendo i due Paesi verso una lenta “normalizzazione” dei propri ruoli strategici, soprattutto adesso che un eventuale riarmo non creerebbe più tensioni con gli antichi nemici vicini. Le principali differenze stanno nell’architettura dei sistemi di alleanza regionali e su come questi influiscano sulle possibilità di riarmo dei due Paesi.

Il Giappone ha negli Stati Uniti il proprio partner principale, che ha già dato sostanzialmente il proprio avvallo a un riarmo convenzionale: le principali resistenze incontrate dal governo di Tokyo sono rilevabili invece nel diffuso pacifismo, ormai centrale nel discorso politico comune.

Nel caso tedesco, a limitare la spesa militare è la questione europea: oltre a essere necessario destinare la maggior parte delle risorse continentali alla ripresa economica post-pandemica, l’efficacia di qualsiasi decimo di punto di PIL speso per la sicurezza deve essere messo in relazione con il cammino del progetto di difesa europea.

È probabile che Berlino possa essere disposta a spendere maggiormente nella difesa solo davanti a un piano europeo ben strutturato, ma tutto questo presuppone una vera politica estera comune europea, che attualmente è ben lontana dal sussistere. Inoltre, è necessario aspettare prove di efficacia da parte della nuova leadership tedesca, che è chiamata al non facile compito di sostituire Angela Merkel.

Un’altra differenza importante è la diversa postura dei due Paesi rispetto alla Cina. Pur essendo entrambi grandi partner economici di Pechino, il Giappone ha adottato da tempo una linea più dura davanti all’assertività regionale cinese, mentre la Germania ha finora evitato di prendere chiaramente posizione.

Le prime vere critiche sono arrivate negli ultimi anni, specialmente sulla questione dei diritti umani violati della minoranza uigura nello Xinjiang. Nel caso tedesco è lecito aspettarsi una leggera recrudescenza dei toni, ma sempre studiata per non mettere a repentaglio la fruttuosa collaborazione economica tra Berlino e Pechino. È anche importante ricordare che il dispiegamento della fregata Bayern in Asia prevedeva inizialmente anche una visita al porto di Shanghai, che poi la Cina ha preferito rifiutare.

Anche dal punto di vista programmatico le distanze sono evidenti: mentre nei documenti giapponesi l’ascesa cinese è vista chiaramente come un problema, nella recente strategia tedesca per l’Indo-Pacifico si fa riferimento alla cooperazione tra gli Stati, al rifiuto delle egemonie, al rispetto dello stato di diritto, ma non direttamente alla Cina e alle sue azioni, che vanno nella direzione opposta a questi principi. La linea di Berlino è quella dello sforzo diplomatico per evitare il conflitto e ha come end state preferibile l’assenza di vere egemonie nella regione.

Considerati tutti questi punti, è chiaro come la visita della fregata Bayern allo stato attuale sia non più di una visita simbolica, tesa a sottolineare da una parte la volontà tedesca di giocare un ruolo strategico anche fuori dal Vecchio Continente, dall’altra la disponibilità giapponese a reclutare nuovi alleati nel bilanciamento strategico regionale in chiave anti-cinese. È comunque possibile che questa visita rappresenti un possibile orizzonte strategico, tutt’ora poco esplorato dalle potenze interessate.

Germania e Giappone rappresentano da soli una grande fetta dell’economia globale e una solida cooperazione tra loro potrebbe essere interessante sia lungo la direttrice strategica americana del contenimento alla Cina, sia in un ipotetico fronte comune intenzionato ad evitare i conflitti tra Pechino e Washington: prospettiva difficile e sotto alcuni aspetti rischiosa, ma molto remunerativa se dovesse risultare vincente.

Nato nel 1992 in Sardegna, consegue la laurea triennale in Scienze Politiche presso l’Università di Cagliari, per poi proseguire gli studi in Relazioni Internazionali Comparate presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, laureandosi con una tesi sulla dottrina militare maoista. In mezzo, un’esperienza di quattro mesi presso la Capital Normal University di Pechino e un crescente interesse per tematiche riguardanti l’Asia-Pacifico, la strategia militare e la marittimità. Nel 2019 consegue il master in Studi Strategici e Sicurezza Internazionale presso l’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia, dove frequenta il 78° Corso Normale di Stato Maggiore per ufficiali della Marina Militare. Continua a collaborare con l’Istituto, principalmente per convegni e incontri all’Arsenale di Venezia e partecipando in veste di tutor alle esercitazioni di Pianificazione Operativa. Attualmente vive a Venezia ed è membro dello IARI, redazione Asia-Oceania, dove si occupa principalmente del Giappone. È inoltre membro del CeSMar (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima), think-tank affiliato alla Marina, e ha pubblicato analisi e approfondimenti per altre testate online.

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