LA RELAZIONE STATI UNITI-EGITTO, TRA SPINTA MORALE ED IMPERATIVI STRATEGICI

Fonte Immagine: The Hill

Lo scorso 8-9 novembre, il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha ospitato a Washington il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry per l’annuale Dialogo Strategico Stati Uniti-Egitto, che ha avuto al centro i numerosi dossier che legano i due paesi: la questione israelo-palestinese, le prossime elezioni in Libia, la cronica instabilità di Libano, Siria, Etiopia e Sudan, le tensioni nel Mediterraneo orientale con la Turchia.

L’importanza strategica dell’Egitto per gli Usa

La ricchezza dei temi affrontati da Blinken e Shoukry evidenzia il rilevante ruolo che l’Egitto assume nei calcoli geopolitici dell’egemone globale. La geografia ha reso storicamente la terra dei Faraoni una pedina fondamentale nelle grandi strategie degli imperi talassocratici. Non a caso, gli inglesi ne fecero un protettorato (1914-1922) e un punto di passaggio inaggirabile delle linee di comunicazione commerciali e militari tra la Gran Bretagna e le colonie orientali, mantenendo il controllo dell’area del Canale di Suez anche dopo l’indipendenza egiziana (1922), sino alla crisi del 1956. 

L’Egitto rappresenta un pilastro geostrategico della politica estera americana nel quadrante afro-euroasiatico, in ragione della sua influenza sul mondo arabo e della sua peculiare collocazione geografica che lo rende piattaforma geopolitica imprescindibile delle rotte commerciali, energetiche e militari che attraversano il Canale di Suez, tra i più strategici choke points del pianeta. Ad oggi, l’unica rotta alternativa a quella passante per Suez, in attesa dello scioglimento dei ghiacciai nella rotta artica, è la circumnavigazione dell’Africa con il passaggio del Capo di Buona Speranza, ma esso allunga la navigazione di 10/12 giorni (mappa 1), con conseguenti maggiorazioni dei costi di spedizione. 

L’Egitto è inoltre crocevia delle comunicazioni digitali e satellitari globali e uno dei fulcri regionali dello spionaggio dei segnali (SIGINT). Dal 17 al 30 per cento dei traffici digitali mondiali, che connettono tra 1,3 e 2,3 miliardi di persone, scorre attraverso 15 cavi sottomarini in fibra ottica che si dipanano sui fondali del Mar Rosso (mappa 2), collegando digitalmente l’Asia all’Europa e questa all’Africa. Le coste egiziane sono toccate da 7 stazioni di atterraggio di dorsali sottomarine e il paese dei Faraoni è stato indicato (insieme ad Oman e Giordania) come uno dei paesi che avrebbe custodito una base segreta della National Security Agency denominata DancingOasis.

Tra essere e dover essere

In campagna elettorale, Joe Biden aveva promesso un’agenda di promozione internazionale di democrazia e diritti umani per chiudere l’epoca degli “assegni in bianco” agli autocrati che calpestano quotidianamente i diritti umani, come i regnanti sauditi e il regime militare egiziano, sotto il quale gli arresti, le torture e le condanne a morte di oppositori politici, attivisti, giornalisti e ricercatori come l’italiano Giulio Regeni, hanno conosciuto un nuovo zenit, secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch sul paese.

Biden intendeva segnalare un distacco rispetto a Donald Trump che aveva definito ‘Abd al-Fattāḥ al-Sīsī come “il mio dittatore preferito”, rinsaldato l’alleanza militare con il Cairo ed appoggiato le prime fasi dell’offensiva lanciata nel 2019 dal generale cirenaico Khalīfa Ḥaftar, supportato finanziariamente e militarmente da Emirati Arabi Uniti (Eau), Arabia Saudita, Egitto, Russia e Francia, contro il governo tripolino di Fāyez al-Sarrāj, sostenuto da Italia, Turchia, Qatar e Regno Unito.

L’importanza strategica dell’Egitto su molteplici fronti ha tuttavia indotto l’amministrazione Biden a non calcare troppo la mano sul piano retorico e diplomatico per non danneggiare i rapporti bilaterali. Washington è ricorsa alla leva finanziaria per modificare il comportamento del governo egiziano. Così, il congelamento di 130 milioni di dollari su 300 milioni in aiuti militari, per motivazioni legate alla violazione dei diritti umani, ha spinto al-Sīsī a porre fine allo stato di emergenza, che dal 2017 aveva costituito la base legale per giustificare arresti extragiudiziali tramite pretestuose accuse di terrorismo e di minaccia alla sicurezza nazionale.

Peraltro, le preoccupazioni espresse da Foggy Bottom in tema di diritti umani sono state costantemente accompagnate da quelle, ben maggiori, per la penetrazione energetico-militare della Russia e tecnologico-infrastrutturale della Cina.

Nel 2017 Mosca ha ottenuto l’accesso alle basi di Alessandria e di Marsā Maṭruḥ. L’anno successivo ha aperto una zona industriale a Port Said e nel 2020 Rosatom ha investito 25 miliardi di dollari, sotto forma di prestiti, nella costruzione di un reattore nucleare a Ḍab‘a, nel nord-ovest dell’Egitto (mappa 3). La Rosneft detiene il 30% delle partecipazioni del giacimento di Zohr, il più grande bacino di gas naturale offshore (capacità stimata in 850 miliardi di metri cubi) in acque territoriali egiziane, scoperto nel 2015 dall’italiana Eni (che ne detiene il 50%) nell’area di al-Šurūq, a 1.450 metri di profondità.

Pechino è invece il principale partner commerciale dell’Egitto. Aziende e banche siniche stanno investendo miliardi di dollari nella nuova capitale amministrativa in costruzione, nella zona industriale del Canale di Suez (che nel 2020 ha fruttato 5,6 mld$ al Cairo) e nelle infrastrutture 5G del paese. Mentre la compagnia portuale cinese Hutchinson gestisce i porti di Alessandria e di El Dekheila e ha concluso nuovi accordi per la costruzione di un terminal per la movimentazione di container vicino ad Alessandria.

Ѐ proprio l’interesse dei suoi massimi rivali per un paese così strategico nel contesto geopolitico regionale a spingere Washington a dare priorità alla stabilità del Cairo, non alla sua tipologia di governo (democratica o dittatoriale), né al suo record negativo di diritti umani. Questo spiega perché dei circa 1,6 miliardi di dollari spesi nel 2020 dall’Usaid(Agenzia per gli aiuti allo sviluppo) in assistenza alla sicurezza dei paesi africani, oltre 1,5 miliardi siano andati all’Egitto, in gran parte destinati ai militari e al Mukhabarat (gli apparati di intelligence e sicurezza interna). Dopo Russia (41%) e Francia (28%), gli Usa sono peraltro il terzo fornitore militare (8,7%) del Cairo, terzo importatore di armi al mondo tra 2016 e 2020.

L’importanza strategica dell’Egitto spiega anche il perché Barack Obama, dopo aver pronunciato nella grande università al-Azhar del Cairo il celebre discorso del 4 giugno 2009, scritto dal suo speechwriter Ben Rhodes, in cui si scusava per il ruolo giocato da Washington negli interventi imperialisti in Medio Oriente (guerre d’Afghanistan e d’Iraq) e dopo aver appoggiato i moti di piazza Taḥrīr, che portarono alla caduta del presidente-dittatore Hosni Mubarak (febbraio 2011), all’ascesa della locale Fratellanza Musulmana e alla presidenza di Muḥammad Mursī, nel 2013 non mosse un dito per fermare la controrivoluzione degli apparati militari, guidata dal generale-ministro della difesa al-Sīsī e foraggiata dalle monarchie del Golfo, preoccupate dall’espansione dell’Islam politico.

La promozione di democrazia e diritti umani deve (purtroppo) affrontare i crudi calcoli geopolitici che, nel caso egiziano, suggeriscono per esempio di ricorrere alle forniture di armi come strumento d’influenza e di contrasto alla penetrazione di mercati alternativi, come quello russo, francese e cinese. La vendita di sistemi d’arma crea infatti legami di dipendenza strategica tra il cliente e il venditore, favorendo l’interoperabilità e le esercitazioni tra le rispettive forze armate. Così, qualche settimana dopo l’inaugurazione di Biden, il Dipartimento di Stato approvava la vendita all’Egitto di missili tattici terra-aria navali Block 2 per un valore di 197 milioni di dollari. E lo scorso settembre, al termine dei giochi di guerra congiunti Bright Star 2021 e della riunione del Comitato di cooperazione militare, il Cairo e Washington raggiungevano un accordo per rafforzare la cooperazione militare bilaterale.

Convergenze e divergenze

L’amministrazione Biden punta sull’azione diplomatica e di intelligence del Cairo per consolidare il cessate il fuoco raggiunto lo scorso maggio tra Israele e Ḥamās grazie ai buoni uffici egiziani con il fronte guidato da Ḫālid Miš‘al, sul quale il Cairo conserva una importante leva politico-economica, dal momento che l’unico valico di frontiera aperto al commercio e agli approvvigionamenti per Gaza è quello di Rafaḥ, al confine egiziano. Dopo aver promesso 500 milioni di dollari in aiuti ai palestinesi di Gaza, al-Sīsī ha ospitato il primo ministro israeliano Naftali Bennett, il re di Giordania Abdullah II e il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, mentre i servizi segreti egiziani lavorano per facilitare un avvicinamento tra Gerusalemme e Ramallah e favorire scambi di prigionieri tra Israele e Ḥamās.

Nonostante le timide aperture alla Turchia dopo la tregua concessa da Ankara in Libia e la richiesta del governo turco ai media della Fratellanza Musulmana di ridurre le critiche al Cairo, l’Egitto continua a rappresentare, insieme a Grecia e Cipro, uno dei partecipi dell’asse anti-turco, eretto dagli Usa e guidato dalla Francia, per contenere l’assertività politico-militare di Ankara nelle partite per l’approvvigionamento dei giacimenti gasieri offshore e per la delimitazione delle Zone Economiche Esclusive (Zee), che rischiano di minacciare e restringere la libertà di navigazione nel Mediterraneo orientale.

Per contrastare il ruolo dell’Iran quale fornitore energetico degli Hezbollah libanesi, gli Usa hanno mosso la Banca Mondiale per finanziare la fornitura di gas naturale ed elettricità egiziana al paese dei cedri attraverso Giordania e Siria, garantendo la non applicazione del regime sanzionatorio del Caeser Act in vigore contro il regime di Damasco dal 2019.

Il silenzio dell’Egitto sul colpo di stato in Sudan, con il generale golpista Abdel Fattah al-Burhan che visitava il Caironei giorni immediatamente antecedenti al putsch per procurarsi l’appoggio del “collega” egiziano che vede nei militari un’assicurazione alla stabilità del paese confinante nel medio termine, resta un elemento di frizione nei rapporti con la superpotenza. Questa, tuttavia, è ben consapevole del disperato bisogno degli egiziani di ricevere il suo sostegno nella partita della Grande Diga del Rinascimento etiope (Gerd), giunta nella seconda fase di riempimento (mappa 4) e considerata dal Cairo una minaccia strategica che esacerberebbe la crisi idrica che entro qualche anno potrebbe precipitare il paese dei Faraoni in una situazione di “scarsità assoluta” di acqua secondo le più grigie previsioni.

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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