DA NANO ENERGETICO A GIGANTE GEO-ECONOMICO: PROSPETTIVE PER L’EMANCIPAZIONE ENERGETICA DELL’UE

L’interruzione della fornitura di gas paventata dal presidente bielorusso Lukashenko è solo la più recente dimostrazione di quanto la dipendenza energetica sia una spada di Damocle che pende su Bruxelles. Quest’ultima fa sembrare l’Ue vulnerabile perfino alle intemperanze di un piccolo stato che nulla può senza la benedizione e i fondi di Mosca. I brividi che hanno percorso l’opinione pubblica e la leadership europee all’udire la minaccia sono un sintomo di quanto sia atavica la paura di un blackout energetico in Ue, e di quanto sia urgente un ripensamento della geo-economia comunitaria.

Correva il dicembre 2019 quando Ursula von der Leyen, neopresidente della Commissione Europea, annunciava che l’istituzione da lei presieduta sarebbe stata un attore geopolitico. In quel tempo di innocenza che era il periodo precedente la pandemia, von der Leyen si era dichiarata determinata a rafforzare il protagonismo dell’Ue nello scenario internazionale, e a creare una rete di alleanze tramite la neonata Direzione Generale dei Partneriati Internazionali, che avrebbe avuto il compito di convertire il potenziale economico dell’Ue in concrete capacità geopolitiche.

Due anni e una pandemia dopo, è evidente non esiste attorialità geopolitica senza autonomia geo-economica. Il fatto che le minacce di Lukashenko trovino spazio nel dibattito politico, e abbiano bisogno dell’intervento del presidente russo Putin per essere trattate come il bluff che sono,evidenziano l’urgente bisogno dell’Ue di sviluppare capacità geo-economiche nel settore energetico. Per essere credibile sul palcoscenico internazionale e costruire nuove alleanze politiche ed economiche, l’Ue deve poter presentarsi al tavolo come un soggetto interdipendente negli scambi energetici, non più solo dipendente.

Per rimanere nell’ambito internazionale, l’Ue ha di fronte alle proprie sponde una possibile soluzione. L’Africa è un continente la cui crescita è stata interrotta solo dal Covid, e il suo sottosuolo contiene circa il 30% delle risorse naturali mondiali.  Molte di queste sono essenzialiper la transizione energetica di cui Bruxelles e altri paesi occidentali sviluppati si fanno campioni.

Per esempio, elementi come il rame, il litio, e il cobalto sono necessari per costruire, sia in Africa che in Europa, un sistema energetico dalle emissioni ridotte. Tuttavia, molti Paesi africani non hanno le capacità tecnologiche per estrarre, raffinare e sfruttare queste risorse: gli manca un intero apparato industriale capace di traghettare la loro economia nazionale, ma anche quella mondiale, verso un futuro sostenibile.

L’Ue può essere la patrocinatrice di un cambio di marciaCon 14 miliardi di dollari elargiti nel 2014, l’Unione è già nell’influente posizione di maggior contributrice netta allo sviluppo dei paesi emergentiDi fronte all’esigenza internazionale di rilanciare un modello economico sostenibile, Bruxelles potrebbe diventare finanziare lo sviluppo tecnologico dei Paesi africani in modo tale da diventarne il partner di riferimento nel momento in cui a questi ultimi vengono fornite le capacità di produrre in modo sistematico e trasparente materiali necessari per un’economia ad emissioni ridotte. L’influenza geo-economica potrebbe poi tradursi in una maggiore capacità geopolitica per l’Ue, perennemente in ansia per le dinamiche dell’altra sponda del Mediterraneo.

A livello interno, la questione dell’energia nucleare cresce in rilevanza di anno in anno. Di fronte alla crisi internazionale dei prezzi dell’energia, e alla crescente politicizzazione del fronte orientale, le istituzioni europee sono costrette a rivedere la loro ambigua posizione sull’energia nucleare, poco chiara a causa dei frequenti cambi di rotta degli Stati membri. Ora che la Francia di Macron ha annunciato la costruzione di sei reattori di nuova generazione, l’Ue potrebbe costruire un proprio portfolio di energia proprio a partire dal nucleare.

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