A UN MESE DALLA PROVA DEL NOVE, DI COSA SI È PARLATO DURANTE LA CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLA LIBIA

Due le tematiche centrali della Conferenza, tenutasi il 12 novembre a Parigi: le prossime elezioni previste per il 24 dicembre e il ritiro di forze e mercenari stranieri. Rimangono tuttavia delle questioni in sospeso

Venerdì si è tenuta a Parigi la Conferenza Internazionale sulla Libia, vertice organizzato congiuntamente dai leader di Francia, Italia e Germania, sotto l’egida dell’ONU, e che ha visto la partecipazione anche dei libici Mohamed al Menfi, Presidente del Consiglio Presidenziale, e Abdulhamid Dbeibah, Primo Ministro del Governo di Unità Nazionale, insieme alla Vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, ai rappresentanti di potenze regionali come Chad e Niger – Paesi direttamente colpiti e danneggiati dalla perdurante crisi libica – e di altri Stati implicati nel processo di pace, quali Russia e Turchia.

Gli esiti dell’incontro sono stati riassunti dall’intervento di Marcon durante la conferenza stampa tenutasi in chiusura dello stesso.Dopo aver sottolineato l’importanza dell’unità e della coordinata volontà dell’Unione Europea in materia libica, oltre che della presenza congiunta delle autorità libiche, che hanno co-presieduto il summit, e dei Paesi della regione di cui è stato riconosciuto il fondamentale ruolo, Macron ha parlato delle due principali questioni principali trattate durante la conferenza: il processo elettorale e il ritiro di forze e mercenari stranieri dal territorio libico.

Relativamente al primo punto, infatti, è emerso un accordo sul calendario elettorale, che prevede lo svolgimento delle elezioni il 24 dicembre, in occasione del 70esimo anniversario dell’indipendenza della Libia. In quella giornata si terranno simultaneamente tanto le presidenziali quanto le parlamentari, come previsto dal piano di pace sostenuto dalle Nazioni Unite.

Su questo punto, nelle ultime settimane c’erano stati scontri tra gli organi libici: la Camera dei Rappresentanti di Tobruk, il 4 ottobre, aveva approvato una legge sulle elezioni parlamentari – unilateralmente – che, tra le altre cose, prevedeva il loro svolgimento diversi mesi dopo le elezioni presidenziali fissate per il 24 dicembre. Essa quindi aveva visto il rifiuto dell’Alto Consiglio di Stato, in quanto, oltre ai difetti procedurali riscontrati, il calendario deciso rappresentava una violazione del piano di pace sostenuto dalle Nazioni Unite.

Il presidente francese Macron ha poi sottolineato che fondamentale è, a questo punto, il ruolo delle autorità e delle istituzioni libiche, a cui spetta l’organizzazione di un processo elettorale pienamente inclusivo e che permetta la partecipazione di chiunque lo richieda, realizzando elezioni che rispettino i principi di libertà, imparzialità e trasparenza.

La Lega araba, l’Unione africana e l’Unione europea hanno dato disponibilità a sostenere la Libia in questo senso, prima, durante e dopo le elezioni, mentre l’intera comunità internazionale è stata chiamata a supervisionare il processo tramite l’invio di osservatori.

Il Presidente francese ha anche fatto presente che, ad opporsi a queste elezioni, vi sono tutti coloro che negli anni del conflitto libico sono diventati opportunisti della guerra, per cui bisogna rimanere vigili e sostenere il Paese nordafricano affinché la transizione venga portata a termine. L’implementazione di sanzioni è stata accordata, inoltre, contro tutti coloro che rischiano di minare, manipolare o falsificare il processo elettorale libico e la transizione politica, siano essi individui o entità interni o esterni al Paese.

Significativamente, i rappresentanti libici si sono impegnati formalmente a riconoscere i risultati delle elezioni, qualsiasi essi siano.

In secondo luogo, si è parlato della questione relativa alla presenza forze e mercenari stranieri in territorio libico, intesa come centrale per assicurare la pace nel Paese. Il Presidente Macron ha incitato la messa in atto del piano delineato dal Comitato militare congiunto 5+5 per il ritiro di mercenari – che ha già visto una prima realizzazione dal momento che l’11 novembre 300 mercenari hanno iniziato a lasciare la Libia –, rivolgendosi poi direttamente alla Russia e alla Turchia per esortarle a ritirare senza ritardi le loro forze militari, la cui presenza minaccia la stabilità e la sicurezza del Paese e dell’intera regione. 

Il Presidente francese ha chiuso il suo intervento ricordando come restino ancora gravi problematiche da affrontare, come il fragile sistema di salute, l’insicurezza alimentare, la mancata protezione della popolazione civile più vulnerabile tra cui i rifugiati e gli sfollati interni – maggiormente esposti e soggetti a violazioni dei diritti umani –, per cui rimane l’impegno collettivo di rinforzare il sostegno umanitario e lottare contro il traffico di esseri umani e migranti

Tuttavia, ora bisogna puntare a lavorare bene durante le prossime sei settimane, che rappresentano il momento chiave dell’intero processo di transizione libico.

I presupposti, dunque, sembrano abbastanza favorevoli: l’intera comunità internazionale sostiene il Paese, che è riuscito a trovare un primo accordo interno tra i suoi vertici; la popolazione vuole votare – già 3 milioni di cittadini si sono registrati per le elezioni –, i candidati hanno iniziato a registrarsi per la partecipazione al primo turno del 24 dicembre. Eppure, c’è un anello debole che rischia di far crollare tutti i buoni propositi della comunità internazionale: la legge elettorale.

Lo ricorda il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, oltre a sottolineare la necessità di una ripresa economica – fondamentali, in questo senso, un bilancio nazionale unico e il consolidamento della banca centrale, come scritto anche nel documento finale della conferenza – e un’attenzione maggiore al rispetto dei diritti umani (salvo poi tirarsi indietro sulla questione migratoria, affermando che è necessario investire in Libia per migliorare le condizioni dei migranti e trovare un accordo, in seno all’Unione Europea, per la questione degli sbarchi, “insostenibile” – a suo dire – per la sola Italia).

In ogni caso, quello della legge elettorale rimane un nodo difficile da sciogliere ma estremamente urgente.

Le fazioni libiche sono ancora in disaccordo sulle regole alla base del programma elettorale e su chi può candidarsi. Non c’è ancora consenso, ad esempio, sulla base costituzionale per le elezioni o sulla possibilità o meno per Dbeibah, un probabile favorito alla presidenza, di candidarsi (nonostante la sua promessa di non presentarsi alle elezioni).

Simili dubbi permangono relativamente alla possibilità di tenere delle elezioni libere, eque ed inclusive, in un Paese dove la situazione della sicurezza e dell’accountability rimane precaria.

Anche relativamente al ritiro dei mercenari dal Paese, come sottolineato dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, c’è ancora molto da fare. 

In Libia sono ancora presenti migliaia di combattenti e mercenari stranieri, in particolare soldati siriani, assoldati dalla Turchia, oltre a mercenari del gruppo Wagner, inviati dalla Russia, ma anche provenienti da Paesi confinanti, tra cui Niger, Ciad e Sudan. Essi avrebbero dovuto lasciare il Paese entro 3 mesi dalla firma dell’accordo di cessate il fuoco, tenutasi il 23 ottobre 2020. La scadenza, dunque, è stata ampiamente ignorata.

In questo senso, la mancata presenza dei Presidenti Putin ed Erdoğan, oltre alla riserva introdotta dalla Turchia nel documento conclusivo della conferenza circa lo status delle forze straniere, ha rappresentato la debolezza delle richieste europee, soprattutto francesi, lasciando questa questione profondamente irrisolta. 

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