LA POLIZIA (E LA POLITICA) SERBA IN DIFESA DEL MURALE DI RATKO MLADIC

Fonte Immagine: Balkaninsight

Il 9 Novembre scorso, due attiviste per i diritti umani sono state arrestate a Belgrado dopo aver tirato delle uova al murale raffigurante Ratko Mladić, il criminale di guerra anche conosciuto come “il boia di Srebrenica”. La polizia era stata messa a difesa del murale dal ministero dell’interno serbo, che aveva precedentemente negato l’autorizzazione all’ONG “YIHR” per cancellare il murale

Il 9 Novembre scorso, a Belgrado, l’arresto da parte della polizia ai danni di due attiviste per i diritti umani che hanno lanciato uova verso un murale dedicato al criminale di guerra Ratko Mladić ha scatenato innumerevoli polemiche. 

Nel marasma delle vicende balcaniche, in un presente che ancora non riesce ad emanciparci dai traumi del passato, la comparsa, nel luglio scorso, del murale che ritrae il generale Mladić in uniforme mentre fa il saluto militare, con accanto la scritta “Generale, grazie a tua madre”, ha dato molto da parlare. Innumerevoli sono stati i tentativi di cancellare il volto dell’uomo che, vale la pena ricordare, è stato giudicato responsabile del genocidio di Srebrenica e condannato al carcere a vita dal Tribunale dell’Aja per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità, con la condanna definitiva del Giugno 2021. 

A seguito dei suddetti tentativi fallimentari di eliminare il murale, l’ONG “Youth Initiative for Human Rights” ha chiesto, in occasione della giornata mondiale contro il fascismo, che cade proprio il 9 Novembre, di poter rimuovere il murale di Via NjegoševaLa risposta del ministero dell’interno è stato un secco NO. La motivazione? preservare la sicurezza ed evitare gli scontri, gli scontri tra chi ritiene Mladić un criminale e chi lo ritiene un eroe serbo. 

Come se la risposta, che sottintende la volontà del governo di non cancellare il volto di quello che, a discapito delle opinioni è un riconosciuto criminale di guerra e responsabile di un genocidio, non fosse già di per sé sufficientemente sorprendente, il ministro Aleksandar Vulin ha anche predisposto che le forze di polizia si posizionassero in difesa del murale.

E la polizia che non ha esitato a intervenire quando le due attiviste per i diritti umani Aida Ćorović e Jelena Aćimović hanno iniziato a tirare uova contro il muro. Le due sono state arrestate da due poliziotti in borghese, e rilasciate il giorno dopo, il 10 Novembre, stesso giorno in cui Đorđo Žujović, membro del Partito socialdemocratico (SDPS), ha “posto fine alla questione” lanciando un secchio di vernice sul volto raffigurato di Mladić.

Sulla vicenda, molto ci sarebbe da dire. Sorprende in primo luogo la distanza tra la posizione governativa e quella della popolazione (o almeno di una gran parte di essa). Quello che però colpisce di più è la tendenza ancora palpabile ad intrecciare il presente con gli scabrosi fili del passato; la tendenza a fornire un appoggio, o quanto meno una giustificazione, a chi evidentemente ritiene che il genocidio possa essere in qualche modo un’opinione politica. 

La difesa del governo serbo nei confronti di un muro raffigurante uno dei più cruenti criminali del XX secolo, ci mostra l’accettazione -per non dire connivenza- con un’ideologia che dovrebbe essere universalmente disconosciuta, al di là di qualsiasi partito. E ci dimostra quanta strada ancora aspetta ai Balcani Occidentali per superare ed accettare il loro passato.  

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