SUDAN: I MILITARI NELLO SCENARIO PRE E POST GOLPE

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Il 25 ottobre scorso i militari al potere hanno deposto tutti i ministri civili del Consiglio di Sovranità del Sudan, dichiarando la sospensione di alcuni articoli della Costituzione e lo stato di emergenza. A seguito dell’evento, tuttavia, è opportuno chiedersi se è stato mai raggiunto un equilibrio di potere tra forze civili e militari al governo e quali ragioni si celano dietro la “correzione del processo di transizione”.

Il ruolo delle forze armate nella politica sudanese

Dal raggiungimento dell’indipendenza nel 1956 fino ad oggi, il Sudan ha assistito al ricambio delle élite in carica quasi esclusivamente attraverso il colpo di Stato. In particolare, fino agli anni Novanta si è verificata un’alternanza di governi civili di durata breve, molto influenzati dalle forze armate, e di regimi militari.

Nonostante la sua longevità (1989-2019) invece, quello di Al-Bashir è stato l’unico regime della storia sudanese a registrare una diminuzione dell’influenza dei militari nella sfera politica e del numero di tentati colpi di Stato. I motivi si possono riscontrare principalmente nelle operazioni di depoliticizzazione e frammentazione dell’apparato militare, che contribuirono a rendere i soldati più fedeli e ad alimentare le rivalità interne all’apparato di sicurezza[1]

Tuttavia, negli ultimi anni del regime la volontà di Al-Bashir di privilegiare determinate truppe paramilitari, renderle potenti e poi ostacolarle nella loro ascesa, compromise la fedeltà delle stesse e favorì invece una maggiore coesione interna in funzione antiregime. Ciò portò al colpo di Stato nel 2019, supportato dal popolo sudanese e dai Paesi del Golfo, preoccupati principalmente per gli interessi geopolitici ed economici nell’area. 

Le premesse della transizione politica: un fallimento preannunciato?

Alla deposizione di Al-Bashir nel 2019, le forze armate resero chiara l’idea di non voler collaborare con alcun partito civile nella guida del Paese, poiché forti del supporto dei Paesi del Golfo. Tuttavia, questa decisione cambiò forzatamente il 3 giugno dello stesso anno a causa del massacro dei civili sudanesi da parte delle forze armate, a cui seguirono la condanna della Comunità Internazionale, la sospensione del Sudan dall’Unione Africana e la perdita di consenso anche tra i Paesi del Golfo.

Gli ostacoli al processo di transizione si possono individuare anche in seguito a un accordo di cooperazione, raggiunto con i civili delle Forces of Freedom and Change nel 2019. La serie di diritti e immunità, garantiti ai militari e contenuti nella dichiarazione costituzionale del 2019 e nell’accordo di Juba del 2020, rendono evidente l’assenza di un equilibrio di potere tra l’élite militare e civile del governo di transizione. In questi due anni, tali garanzie hanno reso impossibile la condanna dei militari al potere per violazioni dei diritti umani e quindi, la promozione della giustizia di transizione, voluta fortemente dal popolo e altre forze politiche civili. 

Nel testo dei due accordi è anche possibile notare che, sebbene i militari avessero scelto le cariche più importanti all’interno del Consiglio di Sovranità, la risoluzione delle questioni più difficili del Paese sarebbe stata delegata invece ai civili dell’esecutivo. Dunque, qualora il governo avesse fallito nella risposta alle esigenze dei cittadini, il popolo avrebbe accusato esclusivamente i ministri civili, scelti da Hamdok, favorendo un pretesto ai militari per sciogliere eventualmente il governo, come è accaduto il 25 ottobre scorso. 

In questi anni poi, non sono mancate le continue accuse tra le élite al potere, relative in particolare alla poca trasparenza dei militari e al loro controllo sulla maggior parte delle risorse pubbliche e settori economici, che non hanno consentito al governo di riappropriarsi di esse e sfruttarle per migliorare la stabilità economica e sociale del Sudan.

L’élite militare tra rinuncia al potere e cambio di leadership imminenti 

Le tensioni tra militari e civili non si sono pienamente placate anche nei tempi più recenti, ma, a seguito della notizia di un tentato colpo di Stato il 21 settembre scorso, è stata richiesta maggiore cooperazione tra le parti e un urgente trasferimento del potere politico in mano esclusivamente ai civili del Consiglio di Sovranità, al fine di rendere più stabile il contesto sudanese.

Il trasferimento del potere rappresenta la seconda fase del processo di transizione, inizialmente programmata per maggio 2021 e poi posticipata alla metà di novembre a seguito dell’accordo di Juba dello scorso anno. Tuttavia, l’apertura di questo nuovo capitolo ha portato alla richiesta di avvio di alcune indagini nei confronti dei membri dell’élite militare, che vedono direttamente coinvolti il generale Al-Burhan e il vicepresidente del Consiglio di Sovranità, Mohammad Dagalo, conosciuto come Hemedti e noto per aver fatto parte della spietata milizia Janjaweed e poi delle Forze di Supporto Rapido, create per volontà di Al-Bashir.

Pertanto, l’evento si tradurrebbe per i militari in perdita delle immunità, condanna per i crimini contro la popolazione, commessi durante e dopo il regime di Al-Bashir, e rinuncia al controllo sull’industria dell’oro, tuttora nelle mani delle forze armate.

Il golpe del 25 ottobre e le sue conseguenze

Nel contesto delle crescenti preoccupazioni dei militari si inserisce il colpo di Stato del 25 ottobre scorso, o “correzione del processo di transizione” secondo le parole del leader militare Al-Burhan, che intende l’azione come una risposta alle crescenti insoddisfazioni della popolazione, derivanti dallo scarso impegno civile nel percorso di stabilità del Paese. 

Sebbene a ottobre siano effettivamente scoppiate delle proteste antigovernative a Port Sudan, che hanno portato allo stop della fornitura di medicinali, cereali e combustibile in tutto il Paese, quello avanzato dai militari può essere interpretato come un chiaro pretesto per non rinunciare al potere politico ed economico.

L’azione dei militari ha coinvolto i soli ministri civili, seguendo le stesse modalità di un colpo di Stato: arresto degli interessati, comunicazione dello scioglimento dell’esecutivo tramite i canali radio e televisivi, dichiarazione dello stato di emergenza, sospensione di alcuni articoli della Costituzione e interruzione del servizio di connessione a internet, al fine di evitare la divulgazione all’esterno di notizie e immagini. 

La risposta al golpe è stata il coordinamento di grandi proteste, non solo nel Paese ma anche nelle più grandi città europee e statunitensi, a sostegno di un ritorno al governo civile e del rilascio dei ministri, coinvolti dal colpo di Stato. La Comunità Internazionale ha condannato immediatamente l’azione dei militari, assieme a Banca Mondiale, Unione Africana, Regno Unito e Stati Uniti, che hanno interrotto il pacchetto di aiuti di 700 milioni di dollari per il Paese, anche a seguito del crescente numero di vittime e feriti civili durante le proteste. 

Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita si sono uniti alle richieste delle altre potenze internazionali, suggerendo dialogo e riconciliazione tra le parti; al contrario dell’Egitto, grande assente nella condanna del colpo di Stato. Per questo motivo, si sospetta che Al-Sisi abbia supportato l’azione dei militari contro i civili in un incontro segreto, precedente al golpe, tenuto con Al-Burhan. 

Già dalle ore immediatamente successive al colpo di Stato, era chiara l’intenzione dei militari di formare un nuovo esecutivo civile, poiché un esclusivo governo militare, seppur di transizione, non sarebbe accettato dal popolo e dalla Comunità Internazionale. Tuttavia, le azioni successive al golpe, tra detenzione in luogo nascosto e arresti domiciliari per il Primo Ministro e poi assenza e ricerca di dialogo con lo stesso, suggeriscono grande incertezza nell’organizzazione e rendono la posizione delle forze armate molto complicata, soprattutto quella di Al-Burhan e Dagalo. 

Il golpe risulta infatti fallimentare anche perché le posizioni, assunte dal popolo sudanese e dalle potenze internazionali, legittimano ufficialmente l’ex Primo Ministro, Hamdok, come unico leader di un possibile e futuro governo civile, mettendo decisamente in crisi il ruolo delle forze armate nello scenario post golpe. Pertanto, la proposta di Al-Burhan sulla formazione di un nuovo governo con a capo Hamdok, rifiutata per ora da tutto il fronte civile, e l’ordine di rilascio di quattro ministri dall’arresto, riflettono la volontà del generale di migliorare la propria immagine a livello nazionale e internazionale. 

Allo stato attuale si possono immaginare due possibili scenari post golpe: nel primo, la formazione di un governo di transizione civile, guidato da Hamdok, derivante principalmente dalla continua pressione internazionale su Al-Burhan e da una forte coesione del fronte civile, che non cede al compromesso militare; nel secondo invece, la creazione di un nuovo governo civile-militare, in cui le forze armate potranno ancora esercitare una certa influenza sulle decisioni politiche, economiche e sociali del Paese.


[1] Nathaniel Allen (2020) Interrogating Ethnic Stacking: The Uses and Abuses of Security Force Ethnicity in Sudan, Civil Wars, 22:2-3, 243-265, DOI: 10.1080/13698249.2020.1693191

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