PIU’ SICUREZZA PER IL SINAI? ISRAELE DICE SI’

L’esercito egiziano rafforza la sua presenza nel Sinai e formalizza, in accordo con Israele, l’aumento di forze di sicurezza nell’area. 

Il 7 Novembre presso la nota località di Sharm el-Sheikh, e con il fine di approvare il dispiegamento di ulteriori forze di sicurezza egiziane nel Sinai, gli alti ufficiali di Israele ed Egitto si sono incontrati nell’ambito del cosiddetto meccanismo delle Attività Concordate.

L’incontro, a cui hanno partecipato diverse personalità di spicco, come il capo delle operazioni delle IDF, il Generale Maggiore Oded Basyuk, e alti ufficiali dell’esercito del Cairo, ha permesso al celebre “comitato congiunto” di riunirsi. 

Con comitato congiunto si fa riferimento all’organo composto da alti ufficiali delle IDF e dell’esercito egiziano, previsto dalla disposizione che regola la presenza di forze di sicurezza nell’area del Sinai, contenuta nell’Accordo di pace tra Israele ed Egitto del 1979.

Per quanto siano passati oltre 40 anni, infatti, il trattato appena menzionato è ancora oggi l’unico strumento che regola la presenza di forze di difesa nell’area, strategicamente importante non solo per l’Egitto, ma anche per Israele, che la considera fin dal 1967 come una zona cuscinetto in grado di proteggere i suoi confini.

A permettere la restituzione dei territori del Sinai proprio da parte di Israele a seguito della Guerra dei Sei Giorni furono i colloqui di Camp David del 1978, durante i quali la retrocessione da parte di Tel Aviv venne subordinata ad una parziale smilitarizzazione del Sinai e all’imposizione di restrizioni al dispiegamento di forze di difesa egiziane.

Nello specifico, l’accordo, limita il numero di truppe che possono essere stazionate su entrambi i lati del confine del Sinai e prevede l’aumento di queste sono nel caso in cui l’altro paese approvi rinforzi aggiuntivi nell’ambito del comitato congiunto.

Le riunioni del comitato, come quella appena avvenuta, non sono rare, così come insolita non è la richiesta egiziana. Negli ultimi anni Israele, oltre ad aver supportato il Cairo a lungo nella lotta contro i militanti dell’ISIS, e il contrabbando di armi e droga attraverso il confine, ha acconsentito a simili richieste egiziane più volte.

Il Sinai, formalmente diviso in due muḥāfaẓah (governatorati) è importante per entrambe le parti, e l’area di Rafah è particolarmente significativa anche a causa della presenza del confine omonimo, che collega l’Egitto alla Striscia di Gaza. Valico peraltro strategico, più volte chiuso negli anni a causa delle escalation di violenza tra i gruppi militanti palestinesi e le autorità israeliane. 

Se inizialmente tuttavia, la smilitarizzazione parziale dell’area, e l’imposizione di limiti ottenuti grazie alla vittoria sull’Egitto, avevano lo scopo di proteggere lo Stato Ebraico da potenziali rivalse e incursioni dei vicini arabi, con il tempo i contatti tra i due paesi in merito alla gestione dell’area hanno assunto toni ben diversi.

Per molti anni, la collaborazione strategica ha favorito le relazioni sempre più strette tra i due paesi, che sono rimasti in pace e si sono supportati (anche in maniera utilitaristica) nella lotta ai gruppi terroristici come ISSP. Questo chiaramente ha permesso loro, soprattutto nell’ultimo periodo, e anche grazie alla presenza del nuovo governo israeliano, di intessere relazioni più profonde.

Il consenso di Israele all’ultima richiesta egiziana di rinforzare le proprie fila nel Sinai, si inserisce dunque in questo contesto di collaborazione continuativa e volontà dell’Egitto di mantenere la pace e la sicurezza sul suo territorio, al fine di concentrarsi sul suo ruolo di mediatore al di fuori dei propri confini.

La fiducia tra i due governi acquisita negli anni e rafforzata dal primo ministro Naftali Bennet è stata dimostrata negli ultimi mesi da interventi come la facilitazione egiziana tra Israele e Hamas, o la prima visita pubblica di un ministro israeliano in Egitto di oltre un decennio, o ancora il tentativo dell’Egitto di mediare un cessate il fuoco definitivo tra Gaza e Tel Aviv.

Quello che fa pensare a crescente apertura nei confronti di Israele, e che ha reso unico l’incontro del 7 Novembre, è stato inoltre il fatto che lo stesso ha prodotto dichiarazioni pubbliche, che evidenziano la volontà politica di entrambe le parti di rafforzare i loro legami in termini di sicurezza. 

Se per Israele il legame con l’Egitto (primo paese arabo che tese una mano nei suoi confronti nel 1979) è importante perché potrebbe costituire un ponte e significare crescente apertura anche da parte di altri paesi arabi, anche per l’Egitto e per al-Sisi si tratta di relazioni sempre più significative, che gli permettono di continuare a costruirsi la sua reputazione di partner strategico della regione mediorientale.

Considerando i benefici reciproci che le relazioni tra i due paesi hanno già portato, e continueranno potenzialmente a portare, e lanciando uno sguardo ai guadagni positivi che i partecipanti agli Accordi di Abramo stanno ottenendo dalle relazioni con Israele, è molto probabile che entrambi i paesi rafforzeranno ulteriormente i loro legami e le aperture reciproche aumenteranno.

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