UN’UNIONE PER LA SALUTE: IL PIANO HERA MOSTRA IL FUTURO DELLA SALUTE PUBBLICA IN UE

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Mentre il profilo della quarta ondata si staglia all’orizzonte, Bruxelles si prepara a diventare più di un’unione economica e politica. L’ambizione è quella di diventare un’Unione di salute pubblica, i cui differenti membri, al pari di un organismo alle prese con un’infezione, reagiscono all’unisono contro una malattia. 

La pandemia poteva essere la fine dell’Ue. È stata la sua salvezza. A marzo 2020, lo spazio Schengen si era accartocciato come un origami malriuscito: la libertà di circolazione era diventata sinonimo di attentato alla salute pubblica, e l’Italia il tallone d’Achille di un continente che si sentiva altrimenti sicuro.

Quattro mesi dopo il marzo più crudele del secolo, l’UE si è rialzata dalla palude politica in cui era sprofondata. Con il Next Generation EU, Bruxelles ha rilanciato la promessa di prosperità e solidarietà dei suoi albori, una rinascita preceduta da doglie lunghe come un lockdown italiano.

Nella sua devastante eccezionalità, la pandemia ha risvegliato un’UE che preferiva l’inerzia all’azione, un’immobilità che aveva raggiunto un picco pericoloso nel 2019. Se si pensa alle elezioni per il Parlamento Europeo, il loro risultato frammentato aveva contribuito a scatenare una lotta di potere tra Consiglio, Commissione e Parlamento, che, destabilizzati dalla fine del duopolio tra PPE e i Socialisti, rallentavano il processo decisionale della macchina europea.

A queste fragilità istituzionali si aggiungeva una grave debolezza politica: Angela Merkel avrebbe terminato il mandato dopo due anni, ed Emmanuel Macron appariva più instabile di quanto volesse ammettere. Priva del timone franco-tedesco, l’Ue si era arenata su una banchiglia di procedure burocratiche.

La pandemia ha disincagliato l’UE inanime perché l’ha spinta nelle acque di una congiuntura storica in cui le misure di sanità pubblica non sono prerogative esclusive degli Stati membri. Le diverse ondate della pandemia, hanno, infatti, scardinato la percezione che l’Ue non possa esercitare funzioni di welfare e di salute. Anzi, ha impresso a fuoco nell’opinione pubblica europea la sensazione che l’Ue debba agire in questi settori, e sfruttare le capacità dei governi nazionali per rafforzarsi. 

Al contrario di quello che potrebbe suggerire la sua storia, Bruxelles è stata rapida a comprendere le conseguenze di questo cambiamento nell’opinione pubblica europeaL’acquisto dei vaccini è stato il primo banco di prova per la creazione di un’Unione della salute, la cui forza non risiederebbe tanto nel contenimento delle crisi quanto nella loro prevenzione.

A settembre 2020, la Commissione ha annunciato il piano HERA (Health Emergency Preparedness and Response Authority), una proposta che delinea le idee fondamentali alla base di questa Unione della salute. L’obiettivo è quello di creare un sistema di regole comuni che agevolino la coordinazione a fronte di future emergenze sanitarietramite, per esempio, la condivisione automatica di informazioni e la creazione di protocolli che agevolino la spedizione di materiale medico chirurgico in tempi rapidi.

A livello politico, il concepimento di HERA è stato reso possibile da due dati di fatto. Primo, la pandemia è una sfida che piega qualunque sistema sanitario, da quello interamente pubblico dell’Italia a quello misto della Germania.Di riflesso, si abbatte su tutti gli Stati, abbiano essi la mano più pesante o leggera in termini di assistenza alla sanità pubblica. Dunque, tutti gli Stati hanno bisogno di un’assistenza sia interna che esterna: la prima serve a rafforzare la risposta del sistema sanitario nazionale, la seconda a prevenire la diffusione internazionale del contagio.

Secondo, COVID19 ha dimostrato che il multilateralismo serve quando più è detestato, ovvero quando l’internazionalità di cui è sinonimo diventa foriera di morte. Le chimere nazionaliste si sono rivelate delle fate morgane crudeli per tutti i politici che predicavano una maggiore indipendenza dall’Ue.

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