L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE IN RUSSIA TRA SUCCESSI E SPERANZE DISATTESE: QUALI PROSPETTIVE FUTURE?

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L’evoluzione del ruolo della donna in Russia ha attraversato uno sviluppo complesso dall’Unione Sovietica ad oggi, alternando momenti di progresso ed altri di regressione. Ad oggi la questione di genere si trova al centro di svariati dibattiti politici interni che non fanno altro che alimentare stereotipi e disuguaglianze, mettendo in risalto evidenti contraddizioni. 

Dall’impero zarista all’avvento del leninismo 

Durante l’epoca zarista, quando la struttura sociale di tipo patriarcale era ben radicata, la maggior parte delle donne era analfabeta e si occupava della casa e dei figli. 

Dopo la Rivoluzione del 1905 (ricordata come la Domenica di sangue) e successivamente all’indomani della Prima guerra mondiale, la campagna per il suffragio e l’eguaglianza delle donne assunse una centralità maggiore.

È con l’avvento di Lenin che il ruolo della donna nella società sovietica subì un cambiamento radicale. L’obiettivo primario di costruzione del comunismo mirava alla realizzazione di una società senza classi in cui tutti, uomini e donne, collaborassero in maniera eguale allo sviluppo del nuovo Stato comunista.

Accanto ai rabočij klub, luogo di aggregazione operaia, nacque il progetto delle dom kommuna (casa-comune), ovvero abitazioni nelle quali uomini e donne sovietici avrebbero convissuto insieme, uniti da un’ideale di cooperazione e armonia legata alla condivisione di eguali diritti e doveri. Come gli uomini, anche le donne quindi dovevano partecipare alla vita lavorativa del Paese, svolgendo alla pari di loro turni lavorativi massacranti.

Verso questa direzione il nuovo regime iniziò, seppur in maniera graduale, a mettere al centro i problemi femminili nella visione proletaria: nel 1918 l’emanazione del “Codice della famiglia” consentì alle donne di ottenere status sociale uguale agli uomini, di riconoscere pari diritti a figli legittimi ed illegittimi, di secolarizzare il matrimonio ed accelerare l’ottenimento del divorzio.

Non solo, nel 1920 venne promulgata la legge sull’aborto per far fronte alla diffusa preoccupazione per la maternità che toglieva alle donne la possibilità di lavorare. Infine nel 1919 venne istituito il Zhenotdel, ufficio delle donne, inizialmente guidato da Nadezhda Krupskaya, Inessa Armand e Aleksandra Kollontaj (la prima donna al governo bolscevico) con l’obiettivo di favorire l’esercizio del potere e l’ottenimento di incarichi pubblici nel contesto del processo rivoluzionario.

 Il regime concentrò soprattutto le sue forze per favorire la liberazione della donna dalla tanto odiata ‘schiavitù dei fornelli’  proponendo come soluzione l’inserimento nelle dom kommuna di cucine comuni. La donna in questo modo non doveva occuparsi più né della gestione della casa né della cura dei figli per i quali il regime pensò bene di creare scuole ed asili appositi dove quest’ultimi potessero essere educati secondo i valori e gli ideali del nuovo Stato sovietico.

Stalinismo e nuova concezione della donna

Dall’essere il primo Paese al mondo ad introdurre la legge sull’aborto e promuovere ideali di sostegno alle donne, la Russia ripiombò dal 1924 in poi (anno di morte di Lenin) alla forma più radicale di immobilismo sociale. 

Il disegno di nuova famiglia ideato da Lenin venne infatti immediatamente abbandonato da Stalin, il quale mise in atto una serie di riforme sociali volte a ricostituire la struttura sociale patriarcale pre-rivoluzionaria. L’emancipazione femminile venne usata da Stalin come una pretesa per mobilizzare le donne in vista di uno sviluppo economico e per impiegarle nell’industria pesante per la produzione di armi.

D’altronde gli obiettivi di Stalin nel periodo successivo la Seconda guerra mondiale si concentrarono su una rapida ripartenza dell’economia, devastata dalla guerra. Per fare questo Stalin necessitò di un più ampio controllo sulla società e di un più vasto margine di sicurezza interno. La novaja zenščina staliniana, come la definiva lui, doveva quindi esaltare il ruolo della donna intesa come lavoratrice e madre, dedita al lavoro ed alla famiglia. 

In un clima di desideri di libertà ed eguaglianza oramai perduti, Stalin impose il divieto di aborto nel 1936 ed introdusse nel 1944 la legge sulla famiglia. La stessa prevedeva l’imposizione di sanzioni per figli illegittimi e lo stanziamento di fondi a sostegno di madri nubili.

Egli rese inoltre difficoltosa la richiesta di divorzio, svincolando gli uomini da ogni responsabilità di avere figli fuori dal matrimonio ed alimentando la nascita di relazioni extraconiugali e di comportamenti sessuali immorali ed irresponsabili. 

Non si può certo dire che Stalin abbia fallito nel tentativo di incentivare l’uguaglianza e la libertà delle donne perchè di fatto non ci provò nemmeno. Addirittura ordinando la dissoluzione del Zhenotdel egli scelse in maniera del tutto intenzionale di ignorare la discriminazione di genere, dichiarando la libertà e l’uguaglianza femminile oramai ‘raggiunte’. 

La situazione attuale

Sicuramente dagli anni 50 ad oggi la questione di genere ha visto un’evoluzione in termini di tutela e diritti delle donne. Non è da nascondere però che il tema fa scuotere ancora oggi l’opinione pubblica e pone la Russia in una posizione di relativa arretratezza se la si considera in relazione ad altre potenze occidentali.

Il Global Gender Gap Report redatto dal World Economic Forum a marzo 2021 posiziona la Federazione Russa all’81esimo posto su una classifica di 156 Paesi, il che evidenzia un’importante disparità di genere nel Paese. 

Quello che più preoccupa in Russia è l’assenza di una legislazione specifica per definire e prevenire la violenza domestica, piaga sociale che ancora oggi raggiunge nel Paese cifre molto elevate. Al di là del necessario collegamento da fare con lo stato di dipendenza economica che vincola tante donne nel raggiungimento di una stabilità economica propria, le ragioni della mancata tutela legale sono da ricercare sia nella considerazione che il governo ha in merito al tema, sia al freno che la Chiesa ortodossa pone alle proposte più progressiste.

La preoccupazione base del governo Putin è infatti quella di salvaguardare l’unità ed i valori della famiglia russa addossando alle singole famiglie la responsabilità di gestire i propri problemi. È la stessa strategia che Stalin adottò a partire dagli anni Trenta, seppur in maniera più radicale e rigida, e che culminò con una serie di divieti tra cui l’aborto. La Federazione Russa ad oggi non proibisce alle donne di abortire ma le induce a non farlo, tramite leggi restrittive che impediscono l’aborto nel secondo trimestre se non per cause legate ad abusi sessuali.

Resta da chiederci quindi come si evolverà la questione di genere, soprattutto se si tiene conto del calo demografico provocato dalla pandemia. Un trend demografico in ribasso necessita di misure tali da contrastarlo. Il rischio è che tale condizione possa determinare il prevalere di proposte più conservatrici a sostegno di ideali patriarcali, volti a rafforzare maggiormente la figura maschile nel contesto familiare. 

FONTI:

  • G. P. Piretto, Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica, Milano, Cortina, 2018.

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