PIRATERIA: IL RAPPORTO CAUSA-EFFETTO TRA DEGRADAZIONE AMBIENTALE ED (IN)SICUREZZA MARITTIMA

Il degrado ambientale alimenta il ciclo tossico del malcontento che causa la pirateria marittima, una sfida pressante alla sicurezza del commercio internazionale.

I numeri della pirateria 

La pirateria marittima si è evoluta nel corso dei secoli, ma rimane una sfida pressante per la sicurezza del commercio internazionale. È la minaccia più antica a prendere di mira il dominio marittimo, eppure è così contemporanea: rappresenta una delle principali sfide insite nella questione complessa e trasversale del blue crime.

Lo scorso lunedì in Nigeria un’imbarcazione è stata abbordata da rapinatori a mano armata mentre era in navigazione nei corsi d’acqua statali di Bayelsa, stato della Nigeria meridionale. I rapinatori hanno rubato gli effetti personali dei passeggeri e sono fuggiti con il motore della nave passeggeri.

L’International Maritime Bureau (IMB), una divisione specializzata della Camera di Commercio Internazionale, riporta giornalmente gli episodi di pirateria come questo, sottolineando la loro frequenza ed intensità. Nel primo trimestre di quest’anno sono stati tentati 38 attacchi, di cui 34 riusciti. I pirati sono solitamente armati di pistole e coltelli, perciò non si escludono violenze nei confronti dei membri dell’equipaggio. Inoltre, le cifre dei recenti attacchi registrano un totale di 40 rapimenti, eseguiti con lo scopo di ricevere un riscatto. 

Ad oggi, il Golfo di Guinea è l’hotspot mondiale della pirateria: la maggior parte dei 195 tentativi di attacco registrati nel 2020, è avvenuta al largo del Golfo. Quest’ultimo da solo ha anche rappresentato il 43% degli incidenti all’inizio del 2021. In particolare, l’IMB ha identificato il dominio marittimo della Nigeria come il più soggetto a pirateria, sebbene sia stato a lungo messo in ombra dalla pirateria somala, che raggiunse un preoccupante picco nel 2011 per poi diminuire in modo significativo.

Pur essendo concentrati negli stati fragili dell’Africa e dell’Asia meridionale, gli attacchi hanno conseguenze che non sono affatto limitate a queste aree. Le perdite economiche legate alla pirateria sono ingenti: ammontano a circa 16 miliardi di dollari l’anno. I danni derivano non solo dal furto di rinfuse e merci destinate al commercio, ma anche dall’aumento dei costi assicurativi e dai ritardi nei porti.

La circumnavigazione del continente africano rappresenta un’importante rotta commerciale per molte nazioni, comprese quelle europee, infatti, le imprese occidentali risentono notevolmente della minaccia che la pirateria rappresenta per il commercio internazionale: delle 195 navi attaccate nel corso del 2020, 45 erano greche, e 18 sventolavano bandiera tedesca.

Dal 2008, le forze navali internazionali hanno iniziato a operare nella regione per affrontare la minaccia rappresentata dalla pirateria marittima nel Corno d’Africa. La NATO ha guidato l’Operation Ocean Shield, che è durata fino a dicembre 2016, mentre l’Unione Europea ha implementato l’operazione EU Naval Force for Somalia, Operation ATALANTA.

Sebbene le missioni abbiano avuto indubbiamente successo nel prevenire gli attacchi prima che si verificassero – come dimostrato dal costante calo del numero di incidenti – persiste la tendenza da parte della comunità internazionale a minimizzare l’importanza delle cause che dovrebbero invece essere affrontate in primis per eliminare il problema alla radice. 

Nessun pirata è nato in mare

Poiché la pirateria è una minaccia così consistente per il commercio e la sicurezza internazionale, la politica ha messo in moto la macchina operativa per affrontarne le conseguenze. Ma cosa causa la pirateria? Raramente le minacce alla sicurezza marittima sono binarie, anzi sono spesso correlate.

Sebbene il mare sia entrato nel dominio della sicurezza come spazio geopolitico a sé stante, sia la sua sopravvivenza che la sua decadenza sono strettamente legate a ciò che accade sulla terraferma. Sulla stessa linea, il malcontento causato dalle cattive condizioni socioeconomiche sulla terraferma è lo stimolo che porta gli individui a delinquere in alto mare.

Sebbene il Golfo di Guinea sia oggi un problema di particolare preoccupazione, anche la pirateria al largo delle coste della Somalia, in particolare nel Golfo di Aden, nell’Asia meridionale, in America Latina e nei Caraibi, rappresenta una sfida. Il Marine Affairs Technical Report della Dalhousie University, sottolinea che i motivi che alimentano la pirateria differiscano da caso a caso, tuttavia con alcune caratteristiche comuni. 

In particolare, quando si guarda alla pirateria somala, questa sembra essere frutto sia di risentimento che di un desiderio di ‘cogliere opportunità’, ovvero una forma di autodifesa e protezione rispetto alla perseveranza di imbarcazioni e società straniere nel danneggiare l’ecosistema e i frutti da esso ricavabili tramite lo spargimento di rifiuti tossici e la pratica di pesca illegale.

Infatti, l’incapacità del governo somalo di proteggere le sue acque territoriali ha trasformato quest’ultime in un luogo ad ‘accesso libero’ in cui praticare la pesca illegale non regolamentata, mettendo in pericolo l’ecosistema e spingendo i pescatori somali ad unirsi in bande criminali che tentano di rendersi giustizia da soli, appunto, in reazione al sovrasfruttamento delle risorse marittime.

Come la Somalia, anche il Corno d’Africa si basa principalmente sulla pesca e sull’agricoltura. Al largo della costa della Nigeria, la pirateria moderna si verifica dagli anni ’60 ed è causata da diversi motivi. In primo luogo, cresce la frustrazione e la rabbia nei confronti delle navi occidentali offshore associate alla pesca illegale senza licenza a danno della popolazione costiera.

In secondo luogo, il degrado ambientale e l’aumento delle temperature stanno aumentando la desertificazione e la siccità, portando all’insostenibilità delle pratiche agricole e zootecniche. Inoltre, il Delta del Niger risente dell’impatto devastante che l’estrazione del petrolio da parte delle compagnie internazionali ha avuto sull’ambiente. Qui la contaminazione ha intaccato le condizioni di salute degli abitanti e il loro sostentamento, e sia l’agricoltura che la pesca non sono più attività gratificanti.

Allo stesso modo, dal caso regionale dell’Asia meridionale emerge che la maggior parte dei criminali sono pirati di sussistenza che praticano la pirateria come mezzo di sopravvivenza quando le tradizionali attività di pesca e agricoltura non portano al risultato desiderato.

Quindi, con l’unica eccezione dell’America Latina e dei Caraibi, che rappresenta un caso un po’ diverso in quanto gli attacchi di pirateria sono per lo più di piccola scala e spesso associati alla propensione alla criminalità della regione, il degrado ambientale emerge come una questione cruciale, che merita particolare attenzione se vogliamo affrontare le cause profonde della pirateria e della criminalità blu.

Il ciclo tossico che alimenta il malcontento

Nonostante la sua rappresentazione nella cultura popolare, la pirateria si pone come una preoccupazione strettamente correlata al risentimento ed al bisogno piuttosto che all’avidità (come documentato da National Geographic). La pesca non regolamentata, inoltre, è strettamente legata alla pirateria.

Negli Stati in cui le comunità rurali si affidano alla pesca artigianale, l’impatto che la pesca illegale praticata da navi straniere ha sull’ecosistema marittimo e sulla sussistenza delle comunità costiere è drammatico e produce un effetto pronunciato sulla pirateria, poiché la povertà acuta e la scarsità di cibo, esacerbate dall’instabilità politica e dalla fragilità dello Stato, portano i giovani che hanno poco da perdere a commettere crimini in mare, in assenza di altri mezzi di sopravvivenza. In tal modo la pirateria diventa un’attività molto redditizia a spese delle compagnie di commercio marittimo internazionale.

Visto in questa prospettiva, il fenomeno appare ciclico: l’incapacità degli Stati fragili di attuare leggi volte a regolamentare la pesca spinge le navi straniere a sfruttare le acque ricche di pesce al largo delle coste degli Stati. Le modifiche  dell’ecosistema che derivano da questa procedura mettono in pericolo le pratiche di pesca artigianale della popolazione costiera, il cui impoverimento spinge a sua volta gli individui a organizzarsi in gruppi che mettono in pratica una sorta di “auto-giustizia” nei confronti dei pescherecci stranieri.

Lo sforzo internazionale messo in atto per combattere la pirateria somala dal 2008 dimostra che le missioni antipirateria contribuiscono a garantire la sicurezza delle rotte commerciali marittime, tuttavia, questi sforzi militarizzati potrebbero rivelarsi insufficienti a medio e lungo termine se non si affronta il problema del degrado ambientale: sia il caso somalo che quello nigeriano evidenziano che è sempre più urgente che la comunità internazionale assicuri le Zone Economiche Esclusive degli stati fragili e impedisca la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata in modo da interrompere il ciclo tossico che alimenta il malcontento.

Lucrezia Ducci

Nata a Roma, classe 1998, è appassionata della sicurezza internazionale in tutte le sue sfumature da quando l’ha approcciata durante un semestre di scambio presso l’École de Gouvernance et Économie de Rabat, in Marocco. Da sempre vive per alcuni mesi l’anno in Tanzania, dove svolge attività di volontariato per l’associazione Gocce d’Amore per i Bambini dell’Africa. Dopo essersi laureata a pieni voti in Politics, Philosophy and Economics presso la LUISS di Roma con una tesi in diritto internazionale sul conflitto nel Sahara Occidentale, si è immatricolata nel programma magistrale in Security and Risk Management presso la University of Copenhagen, durante il quale ha approfondito i critical security studies e condotto ricerca sulla sicurezza ambientale e lo sfruttamento delle risorse in aree di conflitto, sui conflitti protratti e il peacebuilding, sulla politica identitaria e sulla comunicazione politica in contesti di emergenza. Ha svolto stage formativi presso il Ministero della Difesa, il Center for Near and Abroad Strategic Studies e l’associazione The Bottom Up. Attraverso la collaborazione con think tank come lo IARI e il The International Scholar analizza e scompone problematiche attuali, per spiegarle al pubblico rispondendo in maniera semplice a domande complesse come “Qual è la relazione tra sicurezza ambientale e conflitti?”, “Perché la pirateria è legata allo sfruttamento delle risorse marittime?” etc. Nonostante strizzi l’occhio alle politiche globali, le sue aree geografiche di specializzazione, anche in relazione alle sue esperienze personali, sono il Medio Oriente e l’Africa. Inoltre, Lucrezia è appassionata di equitazione e scuba diving, viaggia frequentemente per studio e per impulso, ama approfondire nuove culture e fare hiking nei posti più disparati. Per lo IARI è caporedattore dell’Area Difesa e Sicurezza.

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