L’IMPATTO DEL GAS SULLA POLITICA ESTERA ISRAELIANA

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Fonte immagine: https://www.infopal.it/un-gasdotto-o-solo-una-fantasticheria-nel-mediterraneo-sta-crescendo-un-conflitto-per-gli-idrocarburi-tra-israele-e-turchia/

I giacimenti di gas posseduti potrebbero mettere Israele “al centro del Mediterraneo” e condurlo ad un nuovo protagonismo non semplice da gestire. Questa situazione moltiplica gli interlocutori di Israele, proiettando il Paese in una dimensione inaspettata fino a non molto tempo fa. 

Le recenti scoperte di disponibilità energetica nel Mediterraneo hanno obbligato il concepimento di una nuova visione geopolitica per Israele. 

Lo Stato ebraico gestisce tre fondamentali giacimenti di gas: Tamar (operativo dal 2013),  Leviathan e Karish (la cui estrazione è prevista per la fine dell’anno). La riserva stimata complessiva è di  900 miliardi di metri cubi di gas (bcm), una cifra tanto importare da condurre il Paese alla guida dell’export di gas nella regione. 

Leviathan è stato scoperto nel 2010 e le relative attività di pompaggio sono iniziate solo nel dicembre 2019. È situato a circa 130 km dalla città di Haifa e a 47 km dal gasdotto di Tamar. Si stima che il giacimento contenga 535 miliardi di metri cubi di gas naturale e circa 34 milioni di barili di condensato [1]. Secondo alcune stime, garantirebbe le richieste domestiche di Israele per 40 anni [2].

Il gas intensifica i rapporti con l’Egitto

Come già brevemente anticipato nello scorso articolo oggi i rapporti bilaterali tra Egitto e Israele vertono su numerosi punti di interesse comune. 

Il dialogo economico ha avuto inizio nel febbraio 2018, quando si è concluso un accordo storico dal valore di 15 miliardi di dollari, per la vendita di gas verso l’Egitto. Le aziende coinvolte erano l’israeliana Delek e l’egiziana Dolphinus Holdings e il contratto prevedeva l’acquisto di 64 bcm in 10 anni, a partire dal momento in cui le infrastrutture per il trasporto sarebbero state completate.

Ancora nel settembre 2018, un consorzio israelo-statunitense composto dalle aziende Delek e Noble Energy, hanno acquistato il 39% di un oleodotto che collega la città costiera di Ashkelon con la penisola del Sinai settentrionale. L’utilizzo dell’infrastruttura, di proprietà dell’egiziana EMG, è costata 518 milioni di dollari alle aziende sopracitate [3].

Inoltre, nel febbraio scorso, i Ministri dell’energia di Egitto e Israele [4] hanno raggiunto un accordo per la costruzione di un gasdotto offshore dal campo Leviathan, nel Mediterraneo orientale, per raggiungere gli impianti di liquefazione egiziani. L’obiettivo è quello di aumentare le esportazioni verso l’Europa e rappresentare un nuovo polo di approvvigionamento energetico, anche alla luce di quanto sta succedendo con la domanda di materie prime. 

Gli accordi bilaterali tra Egitto e Israele sui flussi di gas hanno capovolto i rapporti geoeconomici finora consolidati. Infatti, fino a prima delle scoperte di queste risorse, Israele importava dall’Egitto circa il 40% del suo fabbisogno di gas [5]. Oggi, invece, l’Egitto si appresta ad essere il polo di lavorazione del gas israeliano, attraverso gli stabilimenti delle città costiere di Damietta e Idku. 

Possiamo affermare che, nonostante l’interdipendenza fra i due Paesi sia radicalmente cambiata, essa permane assumendo connotati diversi. Questo perché, producendo sinergicamente materie prime, Egitto e Israele si auto impongono buoni rapporti almeno nel medio termine. Avere catene di approvvigionamento in comune, significherà anche collaborare per la risoluzione di eventuali futuri contenziosi nell’area. 

Per sottolineare ciò, va menzionata l’intenzione di Israele di costruire un ulteriore gasdotto terrestre verso l’Egitto, dal costo di 200 milioni di dollari. Esso sarebbe di proprietà israeliana ma verrebbe finanziato interamente dagli acquirenti del gas, come riportato da Haaretz.

Situazione, però, tutta da verificare dal momento che alcuni soggetti, sia privati che istituzionali, hanno posto il problema dell’impatto ambientale. Essi infatti, stanno manifestando disappunto, poiché tali scelte politiche non coincidono con quanto promesso dal neo governo Bennett in materia di riduzione dell’uso di risorse fossili. 

Gli altri Paesi coinvolti 

Il nuovo export israeliano condiziona e modifica gran parte degli asset del Mediterraneo orientale, fino ai Paesi della penisola arabica. 

Un caso delicato è quello della Giordania, priva di risorse energetiche nazionali, come testimoniano anche le svariate difficoltà economiche degli ultimi anni. Il Regno Hascemita, che fino a pochi anni fa si riforniva principalmente attraverso l’Egitto, ora è costretto a vedere Israele come proprio fornitore principale. Secondo quanto riportato da fonti vicine alle istanze palestinesi, già nel recente passato il Parlamento giordano si è opposto alla dipendenza energetica da Israele. L’accusa rivolta ai vertici hascemiti era quella di pagare milioni di dollari uno Stato “che occupa violentemente risorse e le terre del popolo palestinese” [6]. D’altra parte, il re Abdullah II ribadiva la convenienza economica del gas israeliano per motivi di vicinanza geografica. Il sovrano, evitando complicazioni con il Parlamento, aveva rimesso la questione alla Corte Costituzionale.  Quest’ultima, lo scorso anno, ha sancíto l’impossibilità di annullare l’accordo sul gas israeliano, definendo tale richiesta “completamente incoerente con gli obblighi stabiliti dagli accordi di pace tra Israele e Giordania”.

La situazione tra Israele e Giordania, pertanto, assume forti caratteri geopolitici e strategici. Attraverso la sua indotta influenza, lo Stato ebraico avrebbe maggior forza politica per intervenire nei territori occupati lungo il confine. 

Anche Abu Dhabi si inserisce nelle dinamiche economiche, complice la distensione dei rapporti tra Israele e gli Stati arabi. Lo scorso settembre, la sopracitata Delek ha venduto la sua parte (22%) del giacimento di Tamar a Mubadala Petroleum, la società di proprietà del governo di Abu Dhabi che gestisce asset per un valore di 230 miliardi di dollari. Il valore dell’acquisizione è di circa miliardo di dollari [7].

Gli accordi bilaterali vanno moltiplicandosi dopo la normalizzazione delle loro relazioni, avvenuta nel 2020. Essi riguardano principalmente due punti: il primo riguarda il patto preliminare riguardante un gasdotto che collega la città di Elat e il porto di Ascalona (rispettivamente sul mar Rosso e sul Mediterraneo). Il secondo riguarda la collaborazione per l’energia rinnovabile. 

A proposito di ciò, nel gennaio scorso, il fondo di investimento Masdar di Abu Dhabi, ha annunciato una spesa di centinaia di milioni di dollari per sviluppare progetti di energia green in Israele [8].

Per completare il quadro è opportuno citare la richiesta degli Emirati Arabi all’Egitto di entrare a far parte dell’East Mediterranean Gas Forum. Questa importante organizzazione ha sede al Cairo e i suoi membri sono Egitto, Italia, Cipro, Grecia, Israele, Giordania e Palestina. L’intenzione sarebbe quella di includere il Paese emiratino con lo status di osservatore, al fine di inserirlo negli interessi energetici regionali. 

Verso stabili equilibri?

La recente normalizzazione dei rapporti fra Israele e gli Stati arabi, insieme al nuovo protagonismo multisettoriale dello Stato ebraico, apre sicuramente degli scenari pacifici da accogliere con entusiasmo in Europa e a Washington. 

Vanno considerate, però, le singole esigenze interne degli Stati coinvolti nelle partnership economiche e politiche, unite alle loro culture storicamente sedimentate. 

Le questioni religiose e i motivi di contrapposizione storica (si vedano il caso citato della Giordania, i difficili rapporti tra Israele e Iran e il blocco recente ai danni del Qatar) ad oggi rappresentano le incognite in termini di previsioni nel medio e lungo termine. 

È opportuno interrogarsi sull’impatto dei popoli sulla geopolitica dei propri Stati, superando la più statica concezione di una geopolitica indirizzata per larga parte solo dalle scelte dei vertici istituzionali. 


[1]  AGC news: https://www.agcnews.eu/egitto-nuovo-gasdotto-offshore-israelo-egiziano-dal-leviathan/

[2]  EnergiaOltre: https://energiaoltre.it/il-boom-energetico-israeliano-fara-cambiare-idea-allue/

[3] I dati menzionati sono contenuti in https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2019/12/31/israele-iniziate-le-operazioni-del-giacimento-leviathan/

[4]  Al tempo dei fatti il Ministro dell’energia israeliano in carica era Yuval Steinitz.

[5]  Schiavi F., https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-la-nuova-politica-estera-parte-dal-gas-29356

[6]  Emam A. https://www.insideover.com/economy/jordanian-mps-vote-against-gas-imports-from-israel.html

[7]  Laurenza P., https://sicurezzainternazionale.luiss.it/autore/piera-laurenza/

[8]  Ibidem

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