LE STRADE PARALLELE DI PAPATO ED IMPERO AMERICANO

Fonte Immagine: bloomberg.com

L’intenso bilaterale tra papa Francesco e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden segna una piccola parentesi nei conflittuali rapporti tra Papato ed Impero americano, emersi in superfice negli anni di Trump. Ma Washington e Città del Vaticano continueranno a seguire strategie di lungo periodo che corrono parallele tra loro. L’elefante nella stanza è la Cina

A margine della trasferta romana per il meeting del G20 dello scorso 30-31 ottobre, Joe Biden ha incontrato in Vaticano papa Francesco. Quattordicesimo presidente degli Stati Uniti, secondo di fede cattolica dopo John F. Kennedy, a visitare un pontefice dal 1919, quando il presbiteriano di lignaggio scotch-irish Woodrow Wilson e papa Benedetto XV segnarono il primo, storico contatto tra un presidente americano ed il massimo rappresentante dei cristiani cattolici.

Divergenze parallele

Nel 1919, ai tempi di Wilson e Benedetto XV (1914-1922), gli Usa erano appena usciti vittoriosi dalla prima guerra mondiale, nella quale erano entrati nel 1917, a fianco degli anglo-francesi, per sedare il tentativo egemonico del Reich guglielmino. Evento che segnerà l’ingresso della giovane potenza nordamericana nell’Occidente strategico, nel quale assumerà un ruolo di leadership morale e culturale, ergendosi a campione di democrazia e diritti umani.

Questa posizione tuttavia confliggeva con le medesime pretese che la Chiesa di Roma ambiva a mantenere sul nucleo di quell’“Occidente”: la vecchia Europa. Dalla quale (specie da Italia e Francia) erano provenuti tutti i successori di Pietro. Sino alla rivoluzione di papa Giovanni Paolo II (il polacco Karol Józef Wojtyła), proseguita con il tedesco Joseph Ratzinger e con l’argentino Jorge Mario Bergoglio. Primo papa originario del Nuovo Mondo, primo nella storia dei vescovi di Roma a parlare al Congresso Usa, appositamente riunito in seduta plenaria in occasione della sua visita di Stato a Washington nel settembre 2015.

Nel 1919 le finalità del Vaticano erano “in aperto contrasto con gli ideali democratici dell’America”, dichiaraval’allora Segretario di Stato Robert Lansing, per sottolineare l’assenza delle condizioni politiche per un riconoscimento diplomatico della Santa Sede. La concorrenza di un’influenza ecumenica fu la ragione principale per cui i progetti di pace wilsoniani (Società delle Nazioni e 14 punti), non ricevettero la benedizione papale, prima di franare al Congresso americano, inghiotti dalle correnti isolazioniste, riemerse rapidamente a conclusione delle ostilità. 

Anche nel corso della seconda guerra mondiale i rapporti tra Washington e Santa Sede rimasero tesi. La decisione (obbligata) degli americani di schierarsi tatticamente con i sovietici, per respingere da est e da ovest l’avanzata nazista nel continente, venne avversata dalla Chiesa cattolica che aveva sposato una posizione visceralmente anticomunista sin dagli anni ’30.

Non mancarono tuttavia le iniziative tattiche di collaborazione sotterranea. Nelle fasi finali del conflitto (primavera 1945), l’Office of Strategic Services (Oss), antesignano della Cia guidato dal generale William J. Donovan, ricorse alla diplomazia segreta vaticana (il contatto fu con l’allora mons. Egidio Vagnozzi, futuro cardinale) per incanalare a Tokyo, tramite il delegato speciale giapponese in Vaticano Ken Harada, la proposta americana di un accordo di pace. Opzione che verrà rifiutata dal Giappone.

A guerra conclusa, papà Pio XII (1939-1958) si opporrà alla spartizione del continente europeo e della Germania in due sfere di influenza, sanzionata nel 1945 a Yalta e a Potsdam dai “tre Grandi” (Roosevelt, Churchill e Stalin). Pio XII rimase contrario anche alla creazione di una istituzione internazionale dalle pretese universali come l’Onu, vista ancora una volta come fonte di legittimazione di un impero ecumenico rivale, il nascente American Empire.

Convergenze parallele

Nel secondo dopoguerra, gli Usa decideranno di sfruttare il vettore del cattolicesimo sia internamente che esternamente. Come strumento di coesione sociale nazionale (nel 1954 il presidente repubblicano Dwight D. Eisenhower arricchirà il giuramento di fedeltà alla bandiera con le parole “under God). Canale di secret diplomacy con paesi con i quali Washington non aveva legami ufficiali. Arma di influenza nel mondo occidentale e in quello cattolico in contenimento del comunismo. Nondimeno, anche negli anni della Guerra Fredda le strategie di Papato ed Impero rimasero parallele. 

Seppur uniti tatticamente in una “Santa Alleanza” forgiata sulla comune avversione all’“Impero del Male” sovietico, con l’apogeo raggiunto negli anni del pontificato di Wojtyła e dell’amministrazione di Ronald Reagan (che nel 1984 aprirà ufficialmente le relazioni diplomatiche con la Santa Sede[1], nonostante le critiche vaticane alla sua politica economica neoliberista e alla corsa agli armamenti lanciata per accelerare l’implosione economica dell’Urss), la Chiesa cattolica non poteva apparire nettamente schierata a favore di uno dei due blocchi, perché una tale condotta avrebbe danneggiato la sua essenza ecumenica.

Questa esigenza spinse il Vaticano a contestare duramente la scelta americana di appoggiare la causa sionista, di riconoscere l’esistenza di una “casa” statuale per gli ebrei in Terra Santa nel 1948. Il sionismo venne addirittura paragonato al nazismo da Fides, l’agenzia stampa di Propaganda Fide. In breve, la realizzazione geopolitica di Eretz Israel era vista come parallelo arretramento dell’influenza cattolica nel luogo di nascita biblico del cristianesimo.

Lo stesso imperativo portò il Vaticano a fornire sostegno morale al “movimento dei non allineati” e al “terzomondismo”, nati negli anni della decolonizzazione. Nella visione di lunghissimo periodo della Santa Sede, un “Terzo Mondo” in piena ascesa demografica costituiva il più ampio bacino di potenziali anime da evangelizzare[2], mentre il “Primo” e il “Secondo Mondo” scivolavano lentamente in una stagnazione/recessione demografica e tendevano rispettivamente verso l’individualismo laicista e l’ateismo comunista. Il “terzomondismo” vaticano verrà aperto da Pio XII e proseguito da Paolo VI (1963-1978).

Nell’enciclica Populorum progressio del 1967, papa Montini condannava il modello economico e culturale americano, basato sull’esaltazione del capitalismo, del libero commercio e dell’assolutezza della proprietà privata. Valori accusati di causare diseguaglianze, povertà ed ingiustizie nel sud del pianeta. Periferia economica e teatro “caldo” dello scontro per procura nella Guerra Fredda tra le due superpotenze.

Posizioni che verranno tacciate di filo-comunismo dalle élite politiche e mediatiche Usa. Il vero dissidio, tuttavia, non riguardava l’ideologia, ma la geopolitica. Gli Usa avversavano strenuamente la Ostpolitik vaticana avviata da papa Giovanni XXIII (1958-1963) e proseguita da Paolo VI e dal segretario di Stato di Giovanni Paolo II, mons. Agostino Casaroli, in conflitto con lo stesso papa polacco che appoggerà l’opposizione di Solidarnosc al governo di Varsavia, finanziandola clandestinamente attraverso diversi canali, tra cui l’Opus Dei e lo Ior (Istituto per le Opere di Religione).

Il Vaticano manifesterà pubblicamente la sua opposizione agli interventi statunitensi in Vietnam negli anni ’60 e nelle due guerre del Golfo in Iraq (1991; 2003), salvo trovarsi ad auspicare il mantenimento delle truppe Usa a protezione dei cristiani iracheni, quando la caduta di Saddam Hussein (2003) diede il là alla guerra civile tra sunniti e sciiti combattuta a colpi di terrore e bombe, con i cristiani finiti nel mezzo del conflitto intra-islamico.

Il terzo incomodo cinese

Gli odierni attriti tra i due “Imperi paralleli” trascendono l’etica (aborto, matrimonio tra omosessuali) e la politica interna americana – dalla persistenza della pena di morte in diversi Stati dell’Unione alle denunce bergogliane sulle politiche dell’immigrazione, sulle violenze della polizia e sul razzismo sistemico. Abbracciano la geopolitica – dal conflitto-israelo-palestinese al proselitismo proattivo degli evangelici, specie pentecostali, in Sud America. Sino alle bordate pubbliche lanciate dell’ex segretario di Stato Mike Pompeo per  la firma, nel settembre 2018, dell’accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi (rinnovato nell’ottobre 2020 per altri 2 anni ). 

Nel settembre 2020, in un simposio sulla libertà religiosa organizzato dall’ambasciata Usa presso la Santa Sede, il cristiano-evangelico Pompeo tuonava contro il Partito Comunista Cinese che “lavora giorno e notte per spegnere la lampada della libertà, soprattutto quella religiosa, su una scala orribile”, citando come esempi le pratiche volte a sopprimere la libertà religiosa dei quasi 10 milioni di cattolici e la repressione dei buddisti tibetani e dei musulmani uiguri del Xinjiang. Accusando il Vaticano di ignorare tali pratiche.

Remake del plurisecolare incontro-scontro tra due forme (sacrale e terrena) di occidentalismo messianico, dunque ecumenico, Papato ed impero americano incrociano le loro traiettorie geopolitiche globali, fondate rispettivamente sulla potenza militar-finanziaria e sull’autorità moral-filosofica. 

Il Vaticano intende esercitare la propria tradizionale autonomia e libertà d’azione quale attore sovrano dotato di una propria agenda geopolitica universale. La disponibilità, rectius l’esigenza di Francesco di aprire un dialogo politico anche con regimi guidati da autocrati come Xi Jinping si spiega con la necessità di non inimicarsi Pechino per tutelare i cattolici cinesi dalle campagne di repressione del regine comunista. Per captare un potenziale mercato di fedeli che si aggira intorno alle 12 milioni di anime. Francesco ha quindi interesse a non mostrarsi in asse con la superpotenza, al di là del rapporto personale del capo di una monarchia assoluta con il Commander-in-Chief di turno.

Postura che confligge con il desiderio di Washington di “arruolare” la Santa Sede, unica autorità religiosa ad esercitare un’influenza planetaria, nella battaglia sul soft power contro la Cina, che inevitabilmente perderebbe di legittimità morale con un Vaticano schierato nel fronte delle “democrazie”.


[1] Naturalmente, i rapporti tra Washington e Vaticano erano stati attivi anche nei decenni precedenti, attraverso uffici più o meno sotterranei, oliati dalle alte sfere dell’episcopato americano e vaticano, dall’ambasciata Usa a Roma e da organizzazioni riferibili alla Cia, come il National Commette for a Free Europe. Gli stessi canali che la Cia utilizzerà per finanziare i partiti anti-comunisti in Italia 

[2] Se a metà dello scorso secolo, il 50% dei cattolici viveva in Europa e il 41% nelle Americhe, nel 2018, i cattolici europei vedevano più che dimezzare la loro percentuale (21,5%), divenendo il secondo center stage globale dopo le Americhe (48,3%). Nello stesso periodo la quota mondiale di cattolici asiatici è quasi raddoppiata (dal 6% del 1950 all’11,1 del 2018) e quella dell’Africa è cresciuta di sei volte (dal 3% al 19%).

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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