COP26: L’INUIT CIRCUMPOLAR COUNCIL INVOCA MAGGIORE SPAZIO PER LE COMUNITÀ INDIGENE NELLA GOVERNANCE ARTICA

Fonte Immagine: : https://www.inuitcircumpolar.com/cop26/

L’Inuit Circumpolar Council tramite un position paper richiede che le popolazioni indigene dell’artico vengano coinvolte nella governance artica. 

Glasgow epicentro del futuro del pianeta. Senza estremizzare l’importanza dell’evento che in questi giorni si sta svolgendo nella capitale scozzese, la COP26 è fonte di speranza per la comunità scientifica, per le nuove generazioni e per chi crede che proteggere questo pianeta sia una missione che non si può più rimandare ai posteri.

Dopo gli eventi inaugurali presieduti da Boris Johnson e Mario Draghi, sono iniziati gli incontri, le conferenze e le trattative vere e proprie che saranno il vero e proprio oggetto degli accordi finali. Ma perché in tutto il panorama della crisi climatica, la regione artica assume un ruolo fondamentale?

E’ una zona del pianeta che si riscalda al più del doppio delle altre regioni e, soprattutto, fa dell’ecosistema e delle caratteristiche ambientali una differenziale imprescindibile per le popolazioni locali. Anche se eventi catastrofici collegati al cambiamento climatico sono già visibili in tutto il pianeta, l’artico è un vero e proprio termometro in rapida salita che soppesa la gravità della crisi.

E in un sistema che improvvisamente è costretto a rivolgersi anche al privato per finanziare una transizione energetica che sembra davvero complessa, chi rischia di essere, ancora una volta, ignorato, sono le comunità che i luoghi più in crisi li abitano da secoli e hanno modellato e sviluppato tradizioni e metodi di vita sul rispetto dell’ecosistema.

Il grido per un maggiore riconoscimento nella governance artica parte proprio dall’Inuit Circumpolar Council (ICC) che raccoglie circa 180.000 individui appartenenti alla comunità Inuit distribuiti tra Alaska, Canada, Groenlandia e Chukotka. Il lavoro dell’ICC riguarda la difesa dell’ambiente artico e dei diritti e dei metodi di vita della popolazione Inuit. 

Nel paper si legge direttamente: “Inuit are facing an existential threat and are experiencing a violation of our fundamental human right to a safe and healthy environment. For over 30 years, Inuit have witnessed an Arctic environment eroded by climate change. Our communities and our culture cannot function or thrive as they once did. We hold an intimate knowledge and connection with the land, waters, and sea ice developed over thousands of years of Inuit use and occupancy of the Arctic coast and marine regions”

Lo stretto legame che la popolazione Inuit ha con l’ambiente artico dal quale dipende e sul quale ha costruito un modello di vita che rispetta e valorizza la fragilità dell’ambiente rende la richiesta avanzata dall’ICC più che legittima. Richiesta che ai potenti della terra alla COP26 è stata modulata in tre diversi punti:

  • Make unprecedented and massive efforts to cap global temperature rise.
  • Value Indigenous Knowledge and leadership on climate action and support Indigenous participation in climate governance.
  • Recognize the oceans and cryosphere as critical ecosystems that must be protected through partnership with Inuit.

Il primo punto è probabilmente il punto focale di tutta la COP26. Come a Parigi si raggiunse il fatidico accordo nell’ambito di COP21 sull’impegno nel mantenere la crescita della temperatura ben al di sotto del grado e mezzo, è importante che questo impegno venga rispettato e anzi, forse addirittura migliorato. Gli altri due punti mirano allo stesso obiettivo: coinvolgere la popolazione Inuit nel meccanismo della governance artica. La profonda conoscenza dell’ambiente e il rispetto dei diritti per chi in quei luoghi vive legittimano l’ICC a sollevare con forza queste richieste. 

Cambiamento climatico, governance degli oceani, sicurezza alimentare e diritti umani sono problematiche strettamente interdipendenti per la popolazione Inuit. L’impossibilità di affrontare queste tematiche singolarmente rende la cooperazione internazionale l’unica strada per porre rimedio al pericoloso processo che si è già avviato. E la partecipazione dei primi interessati sembra quanto mai doverosa.      

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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