LO STATO DELLE MILIZIE IN IRAQ

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[Diyala 2021, Il Premier Mustafa al-Kadhimi durante una parata in occasione dell’anniversario della nascita delle Forze di Mobilitazione Popolare - fonte immagine: AFP]

Le milizie hanno svolto un ruolo chiave nella lotta allo Stato Islamico ma allo stesso tempo hanno commesso numerosi crimini ai danni della popolazione irachena. Le elezioni di questo ottobre hanno confermato il loro ruolo nevralgico nella terra dei due fiumi.

Dalla nascita dell’Iraq contemporaneo, a seguito della caduta dell’Impero Ottomano e la spartizione del Medio Oriente in area di influenza da parte di Francia e Gran Bretagna, il quadro securitario del paese è sempre stato caratterizzato da un alto livello frammentazione e competizione interna data la presenza di diversi centri di potere in grado contestare direttamente o indirettamente l’autorità centrale di Baghdad.

Sotto il mandato coloniale l’Iraq si presentava come conglomerato di tribù e confederazioni locali sotto l’amministrazione di sheikhmilizie locali e figure clericali. Alla luce di questa situazione, l’amministrazione britannica ha subito disposto la creazione di un esercito nazionale il cui compito era, piuttosto che difendere il paese da minacce esterne, sedare il malcontento popolare e garantire la sopravvivenza della monarchia filo-britannica. 

A seguito del golpe militare del 1936, il primo nella storia del Medio Oriente coloniale, il corpo degli ufficiali ha iniziato sempre più a interferire negli affari pubblici fino ad arrivare nel 1958 a prendere il potere e destituire la monarchia filo-britannica sostenuta dalle vecchie generazioni di ufficiali filo-britannici.

In seguito, con l’ascesa del partito socialista e panarabo del Baath, le forze armate vengono del tutto subordinate all’autorità del governo centrale. Allo stesso tempo le classi dirigenti erano ben consapevoli che il sostegno dei militari era necessario per la sopravvivenza dell’ordine politico stesso.

Pertanto, vengono loro offerti una serie di servizi e remunerazioni economiche e vengono creati diversi corpi paralleli il cui scopo era controllare il corpo degli ufficiali. Questi dispositivi di controllo sono stati perfezionati sotto Saddam Hussein: vengono inserite nelle file dell’esercito e nelle forze di sicurezze personalità a lui legate da vincoli tribali e clientelari. In questo modo egli ha garantito la sopravvivenza del suo regime fino all’invasione americana del 2003.

Con la destituzione del regime baathista, milizie e gruppi armati locali hanno assunto sempre più potere in Iraq. Questo perché lo smantellamento della complessa macchina statale creata da Saddam, disposto dall’amministrazione americana, ha comportato lo scioglimento dell’esercito e il licenziamento degli ex impiegati statali senza un efficiente piano di smilitarizzazione né di reintegrazione per le migliaia di iracheni licenziati.

Questa situazione ha spinto la popolazione a organizzarsi in forme di insorgenza armata contro le forze di occupazione facendo leva sulla grande quantità d’armi presenti nel paese. Nello stesso periodo istituzionalizzato lo strapotere delle forze sciite, le quali erano state perseguitate sotto Saddam.

Ciò ha permesso negli anni a diversi attori non-statali di infiltrarsi sempre più nelle istituzioni civili e militari al fine di realizzare le loro agende settarie. È il caso delle Forze Badr, un’organizzazione militare filoiraniana, e dell’Esercito del Mahdi di Moqtada Al-Sadr, un movimento sciita il cui supporto alla figura di Nouri Al-Maliki è stato fondamentale per far sì che egli diventasse nel 2006 Premier, carica che ha mantenuto fino al 2014.

Questo insieme di fattori ha portato allo scoppio della guerra civile che ha sconvolto Baghdad e le aree contigue nel biennio 2006-2007 con la conseguente uccisione di migliaia di iracheni, in particolare tra le comunità sunnite.

Le proteste antigovernative scoppiate a fine 2012 nei governatorati a maggioranza sunnita del nord hanno rafforzato il ruolo dei gruppi armati presenti in Iraq, favorendo tra l’altro l’avanzata territoriale dello Stato Islamico tra Siria e Iraq. Dì lì in poi le milizie hanno assunto infatti un ruolo sempre più potente nella terra dei due fiumi rispetto alle forze regolari nonché lo stesso governo centrale.

Questo processo è stato favorito dalle stesse classi dirigenti.  Di fronte all’avanzata dello Stato Islamico, infatti, è diventato per il governo iracheno sempre più impellente la necessità di ricorrere un esercito parallelo (in arabo jayš radῑf) per fronteggiare la minaccia jihadista data l’incapacità delle forze armate regolari, dovuta sia alla loro scarsa preparazione sia al fatto che esse erano diventate negli anni uno strumento nelle mani delle élite al potere per preservare il loro strapotere.

Questa situazione ha portato all’assoggettamento del settore della sicurezza ad attori informali o non-statali, in particolare forze filoiraniane.  È in questo contesto di forte instabilità che ha preso forma il nucleo originario delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), una coalizione paramilitare nata per arrestare l’avanzata territoriale dello Stato Islamico, la quale comprendeva nel 2014 sette organizzazioni sotto il comando operativo di Teheran, tra cui: le Forze Badr, Asa’ib Ahl al-Haq (AAH) e Kata’ib Hezbollah.

A seguito dell’inclusione formale delle PMF nelle forze armate nel 2016, il ruolo delle milizie sciite in Iraq si è sempre più rafforzato non solo nell’ambito della sicurezza ma anche in quello politico e socioeconomico. Oggi, infatti, alcune di esse dispongono di un sistema di comando parallelo al governo centrale: hanno canali di accesso alle risorse statali, godono di rappresentazione politica nonché di guadagni materiali derivanti dalle loro attività illegali. Le fazioni con maggiore potere sono quelle legate alla figura dell’Ayatollah Khomeini, tra cui Asa’ib Ahl al-Haqq e Kata’ib Hezbollah

Esse controllano checkpoint, offrono servizi alle comunità locali, compiono attività di contrabbando e influenzano le decisioni politiche in seno al Governo e Parlamento. Tale espansione è stata resa possibile grazie al sostegno offerto dai leader politico-religiosi sciiti, delle élite politiche irachene e da Teheran.

Nonostante le PMF facciano formalmente parte delle forze di sicurezze irachene, e quindi siano sottoposte alle stesse leggi che regolano l’esercito e gli apparati di sicurezza, i suoi gruppi operano di fatto in una legal grey zone in cui i confini tra lecito e illecito, formale e informale sono sfocati e i rapporti con il governo centrale sono pertanto di contrattazione, collusione e concorrenza.

Questo perché le PMF sono una coalizione molto eterogenea nella sua composizione: coesistono gruppi con agende differenti e rapporti differenziati con lo stato. Pertanto, accanto a forme di ibridazione con le forze regolari coesistono rapporti conflittuali tra queste e il governo centrale.  

Questa ambiguità è conseguenza-effetto degli stravolgimenti avvenuti in Iraq nell’era post-Saddam: la settarizzazione della politica interna, il ruolo sempre più preponderante di Teheran e il mancato assorbimento dell’insorgenza armata. Il che rende oggi difficile, come sottolineato da Fanar Haddad, distinguere tra politici, militari, gruppi criminali, attori tribali, attori interni ed esterni nel contesto iracheno [1].

Le elezioni che si sono svolte in Iraq a ottobre di quest’anno hanno confermano il ruolo nevralgico che le milizie ricoprono nella governance nazionale a locale del paese.  Le votazioni si sono svolte con un anno d’anticipo, dato il crescente malcontento della società civile nei confronti della corruzione dilagante delle istituzioni statali espresso nelle proteste scoppiate a ottobre 2019.

Le elezioni sono state accompagnato da manifestazioni da parte della popolazione nonché delle stesse milizie filoiraniane, le quali hanno compiuto azioni di violenza ai danni dei manifestanti nel corso degli ultimi tre anni.  Tali forze legate alla coalizione delle PMF sono scese pochi giorni fa nelle strade intonando slogan contro il governo iracheno e la commissione elettorale rifiutando i risultati delle elezioni che hanno visto le forze politiche a esse legate ottenere scarsi risultati di fronte all’avanzata della Coalizione di Moqtada Al-Sadr, una forza politica anti-iraniana.

La gestione delle milizie resta dunque una questione molto spinosa in Iraq, nello specifico per quanto riguarda le PMF le quali hanno svolto un ruolo chiave nella lotta allo Stato Islamico nonostante alcune fazioni abbiano contribuito ulteriormente a destabilizzare il paese, in particolare nelle aree liberate dall’organizzazione jihadista dove esse hanno compiuto diversi crimini ai danni delle comunità sunnite.

Inoltre, le stesse, a partire dalla fine del 2019, hanno lanciato numerosi attacchi alle postazioni statunitensi presenti nel paese, in particolare nella Green Zone di Baghdad il che ha contribuito a rendere ancora più i tesi i rapporti Washington-TeheranQuesta situazione ha portato le milizie sciite legate alla figura del Grande Ayatollah Al-Sistani, le quali fanno parte delle PMF, a dissociarsi dalle azioni delle forze filoiraniane e rivendicare la loro autonomia.  

L’ambiguità che caratterizza le milizie sciite si riflette nelle opinioni della popolazione irachena. In un sondaggio condotto nel 2020, 64 % degli intervistati era favorevole allo scioglimento del PMF, il 28 % alla loro integrazione e solo l’8% sosteneva che esse dovessero continuare ad agire come hanno fatto finora [2]. Lo stesso Premier Mustafa al-Kadhimi ha più volte espresso la necessità di dover contrastare lo strapotere delle milizie, pur partecipando alle loro parade e ricorrenze. 

Riferimenti e letture consigliate

[1] Fanar Haddad, Iraq’s Popular Mobilization Units: A Hybrid Actor in a Hybrid State, in ‘’Hybrid Conflict, Hybrid Peace: How Militias and Paramilitary Groups Shape Post-Conflict Transitions’’, in Adam Day (ed.), New York: United Nations University, 2020

[2] Ibidem

Volker Boege et al., “Hybrid Political Orders, Not Fragile States,” Peace Review, 2009, n.21/1 

Micheal Knights & Hamdi Malik & Aymenn Jawad Al-Tamimi, Honored not contained: the future of Iraq’s Popular Mobilization Forces, The Washington Institute for Near East Policy, 2020

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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