L’EREDITÀ DI COLIN POWELL

General Colin Powell, Chairman, Joint Chiefs of Staff, gives a speech during the 50th Anniversary celebration of the Pentagon, in Washington, D.C., on May 12, 1993. OSD Package No. A07D-00209 (DOD Photo by Robert D. Ward) (Released)

Il 18 ottobre 2021 ci ha lasciati Colin Powell, ex Segretario di Stato dell’amministrazione Bush, tra i principali ideologhi degli imperativi strategici statunitensi del terzo millennio. Pochi mesi fa la fine della presenza occidentale in Afghanistan chiudeva un epoca che, per molti versi, Powell ha plasmato e orientato. Cosa resta della sua eredità nella politica estera statunitense dei prossimi anni?

Secondo quanto dichiarato dalla famiglia di Colin Powell, la morte dell’ex generale è stata dovuta a delle “complicazione legate al covid”, che si aggiungevano ad un quadro clinico già complesso a causa di un cancro e del Parkinson, di cui l’ex Segretario ottantaquattrenne era già affetto da tempo. 

La scomparsa di Powell segna simbolicamente la fine di un’epoca, dal momento che, casualmente, proprio pochi mesi prima della sua morte, assistevamo alla caduta di Kabul come segno della fine di una guerra di cui egli fu uno dei principali promotori su scala globale.

Powell iniziò la sua carriera da soldato, contraddistinguendosi in Vietnam e divenendo, durante l’ultima fase della presidenza Regan, nel 1987, il primo consigliere per la sicurezza nazionale afroamericano. Due anni dopo, sotto la presidenza di George H. W. Bush, verrà nominato Presidente dei capi di Stato Maggiore, anche il quel caso primo afroamericano a ricoprire tale incarico.

Dal 1990 divenne noto per essere uno dei protagonisti delle missioni intraprese contro l’esercito iracheno durate la guerra del Kuwait, verso cui tenne un atteggiamento decisamente aggressivo, facendo divenire celebre la sua frase “First we’re going to cut it off. Then we’re going to kill it”, rivolta all’esercito iracheno. La logica dell’annientamento del nemico era presente nella tattica di Powell da molto tempo, già a partire dagli anni del suo impegno in Vietnam.

Ma il motivo per cui Colin Powell è passato alla storia nelle relazioni internazionali, suo malgrado – come ha più volte dichiarato – fu la decisione di intraprendere le guerre in Iraq e in Afghanistan. Nel 2001 il neo Presidente George W. Bush lo designò come suo primo Segretario di Stato. Di lì a poco l’attentato dell’11 settembre avrebbe stravolto per sempre gli Stati Uniti e i loro imperativi strategici in politica estera.

La presidenza Bush iniziò con una sostanziale avversione all’interventismo, cui venne dichiaratamente preferito un atteggiamento isolazionista, che Powell sposò a pieno sin dal primo giorno del suo nuovo incarico. L’11 settembre ribaltò però le carte e Powell, nel giro di poche settimane, divenne il principale sponsor dell’invasione dell’Afghanistan, grazie anche alle sue spiccate doti diplomatiche.

Fu Powell che, il 5 febbraio 2003, al cospetto delle Nazioni Unite, dichiarò che l’Iraq era in possesso di armi di distruzione di massa e biologiche e che, nonostante le molte reticenze di molti alleati statunitensi, in primis della Francia, doveva necessariamente essere attaccato. Quelle informazioni, come è ormai noto, si rivelarono false, e Powell nel 2004 rassegnò le sue dimissioni dalla segreteria di Stato definendo quella decisione, e quelle mancate verifiche, una macchia sulla sua carriera.

Non fu mai del tutto chiaro quanto Colin Powell fosse consapevole del fatto che le prove che dichiarava in suo possesso fossero false, certo è che non fece nulla di pubblico per opporsi a quella presa di posizione dell’amministrazione di cui faceva parte. Powell scelse di credere in quella guerra a tutti costi, lo fece con cieca devozione nella causa, contribuendo ad una decisione che decretò l’avvento della dottrina della guerra preventiva, modificando sostanzialmente la tattica bellica intrapresa dagli Stati Uniti fino a quel momento. 

Le scuse che Powell rassegnò al mondo dopo quella decisione, che sostenne con grande forza e determinazione per due lunghi anni, sono state, simbolicamente, lo specchio del duplice sentimento americano di inizi anni 2000: da una parte la straripante necessità di trovare, a tutti costi, uno sfogo alle nuove paure e minacce paventate davanti alla potenza statunitense, dall’altra la consapevolezza che il conflitto imbracciato nel 2001 sarebbe stato un fallimento, un errore strategico che, sebbene in quella fase fosse stato giudicato ineludibile, avrebbe modificato per sempre la credibilità statunitense nelle missioni estere.

Oggi, a 20 anni da quella decisione, le conclusioni possono, almeno in parte, essere tratte: assistiamo al sostanziale fallimento della guerra al terrore, i cui confini appaiono sempre più volatili e indeterminati, un conflitto che racconta più le incoerenze e le paure statunitensi che non la reale necessità di combattere un credibile nemico della democrazia.

L’uso delle forze militari in teatri esteri come strumento per la salvaguardia della sicurezza nazionale è ciò che ancora oggi molti riconoscono come il tratto saliente della “dottrina Powell”, la prima ad aver effettivamente legato l’intervento extra territoriale alla dichiarata difesa del paradigma securitario interno. È probabilmente questa l’eredità di Powell che rimarrà più impressa nella strategia politica statunitense, anche se da lui in parte rinnegata. 

Ritenuto da molti l’unico afroamericano che avrebbe potuto scalare il Campidoglio, Powell scelse di allontanarsi dal partito repubblicano, che riteneva aver imbarcato una deriva che mirava troppo a destra, e di sostenere alcuni esponenti del partito democratico, come Barack Obama nel 2008, di cui fu grande sponsor e consigliere.

Indubbiamente Colin Powell ha contribuito al cambio di visione, da parte dell’elettorato statunitense, nei confronti degli afroamericani in politica. Powell fu il primo politico nero ad assumere un incarico ai massimi vertici dello Stato, il primo figlio di emigrati, nel suo caso giamaicani, ha incarnare lo Stato.

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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