COLPO DI STATO IN SUDAN: COME CI SI È ARRIVATI E QUALI SONO LE POSSIBILI CONSEGUENZE?

Fonte Immagine: https://www.bbc.com/news/world-africa-59050473

Dopo il colpo di stato del Generale al-Burhan il rischio di propagazione del conflitto sociale è alto, con la comunità internazionale che cerca di spingere per una risoluzione pacifica in previsione delle elezioni del 2023. 

Il 25 ottobre il Generale Abdel Fattah al-Burhan ha effettuato un colpo di stato, incarcerando il Primo Ministro ad interim Abdallah Hamdok e altri esponenti politici. È da quel momento che sono scoppiate proteste popolari contro un possibile nuovo governo militare, poiché già nel 2019 i sudanesi erano scesi in piazza contro il lungo regime del Generale Omar al-Bashir, al potere dal 1989.

In quel caso le proteste di massa avevano portato alla caduta del regime e alla costituzione di un governo di transizione composto da civili e militari, pagando però un prezzo altissimo in termini di vite umane: circa 250 morti e oltre 1350 feriti. 

Questo colpo di stato è l’ultimo di una serie di coup militari che il Sudan ha visto dall’indipendenza nel 1956 ad oggi, in cui il capo delle forze armate decide di prendere il potere condiviso con i partiti per “il bene della nazione”, incolpando la componente civile del governo di essere incapace di effettuare le riforme necessarie per la ripresa del paese.

Infatti, la moltitudine e l’eterogeneità dei partiti politici, aspetti dovuti alla politica di stampo personalistico e settario sudanese, rendono difficile la strada del compromesso ai governi democratici. Questa situazione viene peggiorata dalla profonda militarizzazione della società sudanese, acuendo il rischio di polarizzazione del conflitto sociale in caso di sollevazione popolare, e dalla paura dei militari di essere estraniati dalle posizioni di potere dello stato e di essere perseguiti penalmente per il massacro dei civili avvenuto nel 2019, quando le forze armate ancora sostenevano al-Bashir. 

Nonostante la linea dettata dalla comunità internazionale vada verso la risoluzione pacifica del colpo di stato in previsione delle elezioni del 2023, sia per evitare che le proteste degenerino nuovamente sia per cercare di arginare la crisi economica che sta colpendo il Sudan nel periodo post-pandemico, la mancanza di fiducia tra le parti coinvolte e l’uso di mezzi repressivi per rimanere al comando creano una spirale di insicurezza che sta minando il processo democratico alla base. 

Infine, la coalizione composta da USA, Regno Unito, Emirati Arabi e Arabia Saudita sta pressando per il ritorno a un governo civile e militare, con gli attori mediorientali in sostegno delle forze armate sudanesi; l’Unione Africana ha temporaneamente sospeso la partecipazione del Sudan al forum multilaterale minacciando sanzioni ad hoc nel caso in cui non si torni su un percorso democratico; la Banca Mondiale ha stoppato l’erogazione di fondi da 700 milioni di dollari per progetti di sviluppo in ambito sanitario e famigliare, dopo aver reintrodotto il Sudan nei circuiti di aiuto internazionale dopo tre decenni di esclusione. Queste misure basteranno per far fallire l’instaurazione militare?

Sara Lolli

Nata a Teramo nel 1996, è una laureanda della magistrale in Global Politics and International Relations all’Università di Macerata. Presso la stessa università, ha conseguito la laurea triennale con massimi voti in Lingue e Culture Straniere Occidentali e Orientali, focalizzandosi su inglese, arabo, islamistica, letteratura e cultura anglo-americana e arabo-islamica. È appassionata e studiosa di sicurezza internazionale, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente e del Mediterraneo, temi approfonditi anche attraverso corsi ad hoc; da sempre molto attenta a dinamiche sociali come i fenomeni migratori, fa parte dell’organizzazione The Young Republic, che promuove la partecipazione civica attiva e l’inclusione sociale dei richiedenti asilo in Europa. Membro dello IARI da dicembre 2020, scrive per l’area “Medio Oriente” ed è entrata in redazione a settembre 2021.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from AFRICA