TURCHIA TRA GLI ULTIMI A RATIFICARE GLI ACCORDI DI PARIGI

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Con la ratifica del 6 Ottobre 2021, la Turchia si vincola giuridicamente agli Accordi di Parigi, impegnandosi in un ambizioso progetto di transizione ecologica.

Il 12 dicembre 2015 segna un avvenimento storico per la lotta al cambiamento climatico. Ratificati da 175 paesi, gli Accordi di Parigi sono il frutto di un programma di cooperazione giuridicamente vincolante che mira a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. Per la prima volta, un trattato internazionale riconosce una responsabilità differenziata tra paesi del primo e del terzo mondo, oltre a prevedere un sistema basato sulla trasparenza dei governi nei confronti dell’opinione pubblica e della comunità internazionale. 

Seppur uno tra i primi stati firmatari, la Turchia non aveva mai ratificato gli Accordi di Parigi, con la giustificazione che fosse stata ingiustamente etichettata come paese sviluppato e, dunque, elencato insieme ai maggiori responsabili della crisi climatica. Tuttavia, mercoledì 6 ottobre 2021, 353 membri del parlamento turco hanno approvato il trattato all’unanimità, facendo della Turchia l’ultimo paese parte del G20 ad unirsi a questo ambizioso progetto di sforzo globale. 

A solo un mese dalla COP21, la ventunesima Conferenza che sei anni fa stipulò gli Accordi di Parigi, la Turchia sottoscrive ufficialmente il suo impegno a ridurre le proprie emissioni di gas serra nell’atmosfera, con la condizione che queste politiche non ne influenzino negativamente lo sviluppo economico e sociale.

Inoltre, Ankara sottolinea che il proprio livello di inquinamento rimane sostanzialmente minore rispetto a quello dell’Unione Europea e dei paesi dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), e che le sue risorse economiche e tecnologiche sono limitate. In virtù di questo, il paese chiede maggiore accesso a fondi e risorse internazionali per raggiungere il proprio obiettivo di transizione ecologica. 

Le Nazioni Unite hanno accolto la decisione turca come un messaggio positivo nei confronti della comunità internazionale, richiedendo la presentazione di un nuovo programma ambientale per il paese “il prima possibile”. Per raggiungere questo obiettivo, alla Turchia erano già stati offerti fondi economici da parte di alcuni paesi europei insieme a due banche che promuovono lo sviluppo.

Tuttavia, il ritardo dell’approvazione turca degli Accordi di Parigi è stato da molti giudicato illogico, considerando l’entità dei danni ambientali e socio-economici subiti dal paese negli ultimi anni. La Turchia, infatti, non è rimasta immune agli effetti devastanti del riscaldamento globale e, anzi, è stata travolta da disastri naturali imprevedibili che hanno prodotto nel paese gravi periodi di crisi. 

Quella del 2021 è stata un’estate catastrofica per la popolazione e il suolo turco, con numerosi alluvioni e incendi rilevati. Nel Nord del paese, la regione del Mar Nero ha subito piogge torrenziali che hanno costretto centinaia di residenti all’evacuazione immediata.

Questo accadeva mentre venivano domati gli ultimi roghi che avevano distrutto le zone mediterranee ed occidentali della Turchia le due settimane precedenti, devastando 200.000 ettari di foresta. Oltre a rilevare drammatici danni materiali ed economici, sono state registrate decine di vittime

Di fronte a simili calamità, Erdogan ha avuto inizialmente reazioni contrastanti, attribuendo la responsabilità degli incendi alPKK (Partito dei Lavoratori Curdi), da sempre suo tenace oppositore. Tuttavia, la visibile mancanza di preparazione del governo turco ha costretto il primo ministro a riconoscere la vulnerabilità del paese di fronte al cambiamento climatico e ad ammettere la necessità di interventi tempestivi, confermando l’eccezionalità di questo momento storico. Ad aumentare la pressione sull’amministrazione turca sono stati anche numerosi sondaggi che hanno testimoniato una sostanziale preoccupazione sociale, soprattutto tra i giovani, nei confronti delle recenti calamità naturali. 

Con la ratificazione degli Accordi di Parigi, la Turchia si lega ad un progetto di riduzione delle emissioni del 21% entro il 2030come primo passo verso il raggiungimento di un paese completamente fondato sull’energia rinnovabile entro il 2053. Con questo piano in mente e l’impegno a elaborarlo entro il 2022 in maniera strategica ed efficiente, la Turchia è stata acclamata da attivisti ed esperti ambientali, che riconoscono la portata di questa decisione e sperano in un cambiamento sostanziale delle deboli politiche finora adottate nel paese. 

La Turchia ha risvegliato speranze assopite dopo che nel luglio 2021 aveva annullato un provvedimento che vietava l’importazione di rifiuti di plastica, inaugurato solo tre mesi prima. Definito da più parti la discarica d’Europa, il paese riceveva infatti centinaia di migliaia di tonnellate di plastica come prodotto di rifiuto dai più importanti paesi europei, quali Gran Bretagna e Germania. La decisione del governo è stata giustificata affermando che la reintroduzione di questo tipo di importazioni viene bilanciato da politiche più stringenti sullo smaltimento dei rifiuti. 

Negli anni passati, l’Agenzia Internazionale per l’Ambiente (IEA) aveva già registrato un progresso sostanziale della Turchia in materia di politiche ambientali, incrementando l’utilizzo di energie rinnovabili. Nel 2019, il paese aveva il quinto più alto consumo di energia circolare in Europa e il quindicesimo nel mondo, allo stesso tempo favorendo riforme che rendessero nuove tecnologie più economicamente accessibili. Questi dati convinsero l’opinione pubblica e la comunità internazionale che la Turchia avesse gli strumenti per implementare, in futuro, misure efficaci e permanenti. 

Tuttavia, considerato il ritardo nella ratifica, l’instabilità politica del paese e i complicati rapporti con l’Unione Europea, le aspettative nei confronti della Turchia si sono oggi indebolite, dimostrando lo stretto legame tra politica e ambiente. Erdogan non si sottometterà facilmente ai vincoli internazionali finché lo status di paese in via di sviluppo non verrà confermato. La COP26, che si terrà a Glasgow, in Scozia, dal 31 ottobre al 12 novembre 2021, sarà dunque un banco di prova per il futuro ambientale della Turchia.

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