ADDIO A COLIN POWELL: IDEE E CONTRADDIZIONI DEL “GUERRIERO RILUTTANTE”

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Fonte Immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:GEN_Colin_Powell.JPG

Il 18 ottobre, all’età di 84 anni, si è spento il 65º Segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Luther Powell, una delle figure politiche e militari più influenti e discusse nella storia del paese. Approdato nello staff della Casa Bianca nel 1972, prima di servire nell’amministrazione repubblicana di George W. Bush, il generale Powell ha inoltre ricoperto le cariche di Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti dal 1987 al 1989 e di Capo dello stato maggiore congiunto dall’ottobre del 1989 al settembre del 1993.

Nel 1991, al termine della guerra del Golfo, Colin Powell delineò la propria visione per un’azione militare efficiente e decisiva, la cosiddetta “dottrina Powell”, che avrebbe successivamente invocato, in veste di Segretario di Stato nell’amministrazione di George W. Bush, nell’articolare le ragioni della campagna militare in Afghanistan e in seguito come giustificazione del secondo intervento statunitense in Iraq. Le idee di Powell si basavano largamente sulla “dottrina Weinberger”, ideata dall’ex Segretario alla Difesa Caspar Weinberger, che lo stesso Powell aveva servito come assistente. 

La dottrina Weinberger venne delineata a seguito dell’attentato del 23 ottobre 1983 a Beirut, in Libano, nel quale rimasero uccisi 241 soldati statunitensi, dispiegati nel paese dei cedri sotto il comando della Forza Multinazionale in Libano (MFL).

Essa si basava sull’assunto che gli Stati Uniti si sarebbero dovuti impegnare militarmente all’estero solamente nel caso in cui il paese fosse stato in grado di impegnare ogni risorsa necessaria per sopraffare l’avversario ed esclusivamente al superamento di sei requisiti fondamentali, tra i quali l’esaurimento di qualsiasi altro metodo per la risoluzione della controversia e il pieno supporto dell’opinione pubblica e del Congresso. 

Weinberger maturò le proprie idee sull’onda lunga della guerra del Vietnam, nel corso della quale la leadership politica statunitense, nel timore di un’escalation che avrebbe potuto coinvolgere nel conflitto la Cina o l’Unione Sovietica, pose delle limitazioni operative che molti, al Pentagono, identificarono come la causa dell’insuccesso nel conflitto

Weinberger intendeva superare le teorie della risposta flessibile e della guerra limitata, sposando in pieno le convinzioni dell’allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, il quale affermava: “se siamo costretti a combattere, dobbiamo avere i mezzi e la determinazione per prevalere o non avremo ciò che serve per garantire la pace”.

Al tempo stesso, Weinberger intendeva evitare il ripetersi di sanguinose e dispendiose campagne militari che non fossero tese a proteggere in maniera diretta gli interessi vitali degli Stati Uniti o dei propri alleati. Una convinzione che si discostava sensibilmente dalle aspirazioni statunitensi tese all’esportazione della democrazia, condivisa fermamente dallo stesso Colin Powell, il quale si sarebbe trovato ad assistere con riluttanza, in veste di consigliere militare, alle iniziative di nation building dell’amministrazione Clinton in Somalia prima, nei Balcani poi.

Colin Powell affinò i postulati dell’ex Segretario alla Difesa, ampliando lo spettro dei sei requisiti a una rosa di otto domande, in quella che è stata ribattezzata la “dottrina Powell” o “Weinberger-Powell”. Essa si basa sulla convinzione nell’impiego di una forza schiacciante (overwhelming force) per la tutela di interessi vitali per gli Stati Uniti e sulla base di obiettivi politico-militari chiaramente definiti e raggiungibili. Gli otto quesiti sono i seguenti:

  • Esiste una minaccia concreta verso un interesse vitale per la sicurezza nazionale?
  • Abbiamo un obiettivo politico militare definito e conseguibile?
  • Il rapporto costi-benefici è stato analizzato con franchezza e in maniera esaustiva?
  • Sono stati pienamente impiegati tutti gli altri strumenti non implicanti l’uso della forza?
  • Esiste una strategia di uscita plausibile per evitare un pantano?
  • Sono state attentamente considerate le conseguenze delle nostre azioni?
  • L’iniziativa gode del sostegno del popolo americano?
  • Vantiamo un supporto internazionale ampio e genuino?

Ironia della sorte, la carriera di Powell in veste di Segretario di Stato è legata indissolubilmente alle due campagne militari dell’amministrazione Bush nei primi anni del XXI secolo, rispettivamente in Afghanistan e in Iraq, antitetiche rispetto alle convinzioni del generale.

Lo stesso Powell si spese in prima persona nel disastroso discorso alle Nazioni Unite del 5 febbraio del 2003, nel corso del quale cercò di persuadere l’assemblea ONU della necessità di intervenire militarmente in Iraq, sulla base di prove, rivelatesi poi infondate, sul possesso di armi di distruzioni di massa da parte del regime iracheno e di presunte connivenze del presidente Saddam con i terroristi di al-Qāʿida.

Nel caso della seconda campagna statunitense nel Golfo Persico, venne adoperata dal Pentagono una forza insufficiente per raggiungere obiettivi irrealistici e lontani dagli interessi diretti e vitali per il paese, sulla base di pretesti labili, in un intervento unilaterale che avrebbe compromesso irrimediabilmente la credibilità dell’amministrazione Bush nel consesso internazionale e avvelenato i rapporti transatlantici.

Il fallimento politico registrato da Powell, nella convinzione nella necessità di una solida exit strategy, appare ancora più evidente nel caso della guerra in Afghanistan, condotta in palese contraddizione con le idee espresse dall’allora Segretario di Stato, giacché priva di un proposito militare dichiarato che non fosse quello della cattura o uccisione del leader di al-Qāʿida, Osama bin Laden e del rovesciamento del regime talebano.

Se il primo obiettivo venne portato a compimento solamente il 2 maggio del 2011, a distanza di ben dieci anni dall’avvio della campagna militare, il secondo proposito si è rivelato fallimentare nel lungo termine, con il disastroso ritiro delle truppe statunitensi e della coalizione NATO dal paese, nell’agosto 2021, e la restaurazione de facto dell’Emirato islamico.

Emerge dunque la contraddizione tra l’operato del “guerriero riluttante”, dettato indubbiamente da un’incrollabile quanto deleteria lealtà verso l’amministrazione Bush, e le sue stesse convinzioni strategiche. Ciononostante, la dottrina Powell è tutt’ora evocata da alcuni analisti statunitensi, all’indomani della tragica débâcle occidentale in Afghanistan, come un’importante cartina di tornasole alla quale fare riferimento per identificare la bontà delle future iniziative politico-militari a stelle e strisce, al fine di evitare le sabbie mobili di nuovi, sanguinosi conflitti.

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