EGITTO: RIMOSSO LO STATO DI EMERGENZA, PERMANGONO I DUBBI SU UN FUTURO PIÙ EQUO

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Dopo oltre 4 anni e mezzo, e innumerevoli decreti presidenziali per prorogarne la funzione, Abdel Fattah al-Sisi annuncia la revoca dello stato di emergenza imposto al suo paese il 10 Aprile 2017.

La revoca dello stato di emergenza

Con un post su Facebook dove parla di una ritrovata “oasi di sicurezza e stabilità nella regione” il presidente egiziano afferma di aver deciso di “annullare l’estensione dello stato di emergenza in tutte le aree del paese”.

La decisione di dichiarare tale stato era stata presa dallo stesso in seguito agli attacchi dello Stato Islamico, che colpirono alcune chiese copte dell’area del Cairo e di Alessandria nel 2017, dove erano rimaste uccise 47 persone.

Da quel momento, di tre mesi in tre mesi, e nonostante la dicitura dell’articolo 154 della costituzione egiziana, lo stato di emergenza è stato esteso da Al-Sisi con l’appoggio dei vari parlamenti.

Quella che doveva essere così, una misura provvisoria di massimo 6 mesi, si è trasformata in uno stato di perenne allerta ed emergenza, che ha permesso al presidente e alle forze di polizia egiziani di affrontare la minaccia terroristica in totale libertà e scavalcare i limiti dei loro poteri imposti dal testo legislativo. 

I precedenti e il rispetto dei diritti umani

Mentre il governo ha ribadito nel corso degli anni di continuare a rinnovare le misure per combattere il terrorismo, i critici e i difensori dei diritti umani hanno denunciato con costanza le violazioni, ribadendo che il presidente avesse continuato a prorogare l’emergenza per godere di poteri più ampi e schiacciare il dissenso crescente del popolo.

Se è pur vero, infatti, che immediatamente dopo gli attentati l’Egitto combatteva con forza la crescente onda di violenza terroristica per mano dello Stato Islamico, che aveva colpito soprattutto alcune aree del Nord-Est del Sinai, le misure sono state rinnovate per mesi anche dopo che le forze egiziane avevano debellato gran parte del problema.

Così, oltre a concedere effettivamente ampi poteri, le misure hanno finito per limitare diversi diritti costituzionali e umani come quelli di parola e riunione. Come se non bastasse poi, per contrastare meglio la diffusione del Covid-19, nel maggio 2020, la legge è stata modificata concedendo al presidente ulteriori poteri e ampliando la giurisdizione dei tribunali militari anche sui civili.

I rapporti delle organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno parlato costantemente di uno stato dove il rispetto dei diritti basilari è fortemente ostacolato dall’operato del governo e dalle incarcerazioni per motivi politici, contornate da abusi e torture come quelle riportate all’interno del carcere Scorpion (Al-Aqrab).

Secondo Human Rights Watch con il pretesto di combattere il terrorismo, le autorità egiziane hanno mostrato un totale disprezzo per lo stato di diritto“, aggiungendo che la pandemia non ha fatto altro che peggiorare la situazione.

La legge anti-protesta del 2013, per esempio, ha effettivamente vietato quasi tutte le forme di raduni pacifici e ha portato all’arresto e alla persecuzione di decine di migliaia di persone.

Già prima del 10 aprile 2017 comunque, secondo gli attivisti la lotta al terrorismo inglobata nella legge 95 favoriva una definizione molto ampia del terrorismo stesso, che permetteva di coinvolgere a piacere praticamente tutte le forme di disobbedienza civile. Ancora, la legge sulle entità terroristiche permetteva alle autorità di imprigionare migliaia di dissidenti senza processo con non poche conseguenze.

Si tratta solo di alcuni esempi che concernono il paese e le sue leggi più criticate, che effettivamente hanno quasi dissolto la distinzione tra i veri terroristi e i semplici oppositori del presidente, nonché di sfumare considerevolmente la differenza tra i soggetti effettivamente pericolosi per la sicurezza nazionale e i nemici del governo.

Un entusiasmo moderato

La notizia della revoca dello stato di emergenza è stata presa da attivisti e organizzazioni che difendono i diritti umani con moderato entusiasmo. Per quanto la decisione sia stata accolta con favore da tutti, è ancora opinione comune, che questo non basti a riportare l’Egitto tra gli stati in grado di rispettare i diritti umani.

Come ha affermato il ricercatore di Human Rights Watch Amr Magdi “Le forze di sicurezza si sono abituate per 10 anni ad arrestare e uccidere le persone senza rendere conto e il sistema giudiziario è stato corrotto. Le cose non cambieranno revocando la legge di emergenza“. 

Inoltre, come ha ricordato invece l’attivista Hossam Bahgat, per quanto questo permetterà di stoppare l’utilizzo dei tribunali emergenziali per la sicurezza dello stato, ciò non verrà applicato a diversi casi di “alto profilo” riferiti a questi tribunali, come il caso Zaki.

Per trasformare radicalmente l’Egitto oggi si dovrebbe porre fine a molte delle restrizioni e ai decreti imposti nel corso degli ultimi 4 anni, autorizzati dalla legge di emergenza del 1958, che concede alle forze di sicurezza ampi e incontrollati poteri, tra cui la detenzione di sospetti e dissidenti, il monitoraggio delle comunicazioni private, il divieto di raduni e l’evacuazione di aree e il sequestro di proprietà.

Senza considerare che, anche prima del 2017, l’Egitto ha vissuto dagli anni ’80 in poi in quasi perenne stato di emergenza, interrotto solamente per brevi periodi come quello tra il 2012 e il 2017.

E nelle relazioni internazionali?

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, le blande critiche dei poteri forti come gli Stati Uniti e l’UE, non sono lontanamente riuscite a diminuire le innumerevoli violazioni dei diritti umani, né tantomeno hanno impedito agli stessi di continuare a fornire sostegno militare, economico e politico al governo egiziano.

Il ruolo di “broker” sempre più influente che l’Egitto di Al-Sisi si sta guadagnando in Medio Oriente e la nuova fama derivante dai sostenuti sforzi che questo sta facendo per dimostrarsi il partner desiderabile dell’area (in grado di comunicare con tutti), giocherà a favore del presidente e gli permetterà di mantenere intatta la sua posizione.

Per quanto il gesto possa essere accolto positivamente dunque, l’Egitto non smetterà ora di dimostrarsi una realtà oppressiva internamente, in grado di mantenersi salda anche grazie alle abilità, non sempre proprio ortodosse, del suo presidente.

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