VIOLAZIONE DIRITTI UMANI IN MYANMAR: LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE TENTA DI CORRERE AI RIPARI

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Il 22 ottobre 2021 l’ONU ha fatto sapere tramite dichiarazione ufficiale di essere estremamente preoccupata per l’evoluzione della situazione in Myanmar, in particolar modo per quanto riguarda la salvaguardia dei diritti umani. 

L’evento particolare che ha dato avvio a questo discorso è stato il dislocamento ingente di truppe appartenenti al Tatmadaw (nome ufficiale dell’esercito birmano) nelle aree nord e nord-ovest del Paese considerate problematiche dalle autorità di Naypyidaw poiché popolate da minoranze etniche oggi sempre più organizzate in milizie. Tali “milizie etniche” altro non sono che gruppi armati organizzati che, accanto alle Forze di Difesa del Popolo controllate dal governo destituito, si oppongono con forza alla giunta militare che detiene il potere effettivo del Paese.

La situazione si fa poi ancora più complessa e allarmante se si prende in considerazione il fatto che nei primi giorni di questo mese la giunta aveva annunciato un cessate il fuoco generale che sarebbe dovuto teoricamente restare in vigore fino a febbraio 2022. Un’iniziativa, quindi, “di buona volontà”, come definita dagli stessi rappresentanti dell’esercito, che sembrerebbe oggi a rischio.

A tutto ciò si aggiunge anche la risposta preoccupante che l’esercito birmano ha fornito in relazione alla dichiarazione ONU; quest’ultima è stata infatti accusata di incitare alla violenza nonché di utilizzare i diritti umani come strumento di pressione politica atto a interferire nelle politiche interne del Myanmar.

La pressione internazionale è effettivamente aumentata. Per citare un esempio, l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), di cui il Myanmar fa parte, ha deciso di non invitare al prossimo summit di emergenza legato alla stabilità e alla sicurezza della regione il generale Min Aung Hliang, capo della giunta militare al potere.  Il segretario generale in carica dell’associazione sud asiatica ha tuttavia aperto la possibilità per l’ex Birmania di inviare un altro delegato non politico in qualità di rappresentante al meetingsopracitato.

Il Tatmadaw ha condannato tale decisione sostenendo che essa sia stata dettata da pressioni estere, esercitate sull’ASEAN da parte di Unione Europea e Stati Uniti, e ha ribadito nuovamente la violazione del diritto di “non interferenza”, centrale nel contesto sud asiatico.

Anche la Cina, in maniera quasi inaspettata, sembrerebbe gradualmente voler modificare la propria posizione in merito; dopo essere stata il principale alleato della giunta (per questioni probabilmente di natura economica) ha deciso di inviare importanti aiuti sanitari per il contrasto alla pandemia da Covid-19 anche alle milizie che si oppongono a quest’ultima, mentre in precedenza uno stock di vaccini pari a 13 milioni di dosi era stato inviato esclusivamente all’esercito.

Alla luce di tutto ciò ci si augura che i timori di Tom Andrews, relatore ONU per il Myanmar, non si concretizzino. Andrews ha infatti prospettato che, in mancanza di una presa di posizione decisa da parte di tutti i membri ONU e iniziative concrete atte a contrastare la crisi umanitaria in atto nel Paese, ci ritroveremo di fronte a sempre più massacri e ostilità difficili da arginare. 

Martina Usai

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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