IL CASO EVERGRANDE: UNA PAURA GIUSTIFICATA?

Fonte Immagine: https://www.wsj.com/articles/china-evergrande-calls-off-plans-to-sell-key-unit-for-2-6-billion-11634743747

Le vicissitudini del colosso immobiliare Evergrande spaventano gli operatori e forniscono l’occasione per analizzare contraddizioni e problematiche del sistema economico cinese 

Evergrande e i mercati finanziari

Negli ultimi 18 mesi sui listini azionari si è assistito ad una irrefrenabile corsa al rialzo. I timori legati alla diffusione del Covid, che causarono una débacle senza precedenti degli indici mondiali, sono stati ampiamente recuperati grazie a una sorprendente ed euforica ripresa a V, scollegata occorre precisare, dall’andamento dell’economia reale. 
Il caso Evergrande, unitamente agli annunci delle banche centrali sull’accelerazione del percorso di riduzione degli stimoli monetari – il tapering – e i dati poco confortanti sull’inflazione che appare sempre più strutturale, aleggia, acuendo sui listini mondiali i timori di una possibile nuova bolla. 


È tuttavia necessario chiedersi se, l’eventuale fallimento di Evergrande, possa essere la miccia che causa un’implosione degli indici o se, viceversa, le sue ripercussioni resteranno geograficamente confinate al sud-est asiatico. Ma innanzitutto, chi è Evergrande? trattasi della società immobiliare più grande al mondo, fondata da Xu Jiayin nel 1996 con sede a Shenzhen, è rapidamente cresciuta durante il boom immobiliare cinese.

Curiosamente, il significato della sua denominazione sociale può essere tradotto come “per sempre grande”. Del resto, il presunto concetto del “too big to fail” già confutato dal fallimento della Lehman Brothers, non scongiura oggi il rischio del suo default. 

Come si è arrivati a tanto?

Il mancato pagamento delle cedole obbligazionarie sottoscritte dagli investitori nonché degli interessi sui prestiti bancari è frutto dell’indebitamento contratto negli ultimi anni dalla società per potersi espandere nel mercato immobiliare, promettendo costruzioni di edifici mai realizzati. Le caratteristiche del sistema economico cinese hanno favorito l’allocazione degli investimenti privati verso il mattone; sebbene nel corso degli ultimi due anni si assiste ad un rallentamento nella crescita dei prezzil’indebitamento dei proprietari di case ha raggiunto un livello pari al 62% del PIL

Il percorso di urbanizzazione e la politica di “una casa per tutti” simile al modello americano – nel quale si concedeva l’accesso al mutuo ai cosiddetti subprimer, soggetti privi delle necessarie garanzie – possono essere individuate come concause della crisi che sta ora coinvolgendo l’intero comparto immobiliare; nelle ultime settimane diverse società del settore, quali Fantasia Holdings e Sinic Holdings, hanno evidenziato criticità.

Il governo è intervenuto calmierando il prezzo del real estate, puntando sul mercato delle locazioni e riducendo l’eccessivo indebitamento degli sviluppatori immobiliari imponendo determinati ratio di bilancio. Misure, queste, che dal punto di vista finanziario si sono dimostrate deleterie, incidendo negativamente sulla redditività degli operatori e conseguentemente nella capacità di restituzione dei debiti contratti.

Al contempo, la costruzione di immensi complessi abitativi rimasti disabitati trova spiegazione nel rallentamento demografico che sta sperimentando il Paese, al punto che a fine agosto è arrivato il via libera dal ramo legislativo del parlamento cinese, il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, alla normativa che ammette la possibilità di avere sino a 3 figli, misura che ha suscitato nel ceto medio forti perplessità viste le incertezze reddituali.


Una visione più ampia

Per una maggiore comprensione del contesto è necessario allargare ulteriormente il campo d’analisi, riferendo di alcuni recenti interventi governativi che, all’interno dell’unicum rappresentato dal meccanismo dell’economia di mercato socialista con caratteristiche cinesi, regolamentano alcuni aspetti dell’iniziativa economica privata che mal si conciliano con gli ideali socialisti.

Ad esempio, il giro di vita sugli utili delle big tech che ha colpito colossi quali Alibaba e bloccato le IPO americane di Didi e Ant, ribadisce il concetto per cui il mero arricchimento personale non è motivo di vanto se resta un’esclusiva di pochi, senza un’adeguata distribuzione e con un’insufficiente produzione di esternalità positive sulla società. Dopo la stagione delle grandi riforme intraprese alla fine degli anni ’70 da Deng Xiaoping, si vuole oggi riaffermare la necessità del perseguimento del benessere collettivo.

Nel corso degli ultimi 40 anni il percorso di apertura ha sì creato ricchezza ma al contempo ha causato una forte disparità reddituale, acuendo le perenni divisioni tra città e campagna, regioni costiere ed entroterra. Un dato su tutti, il 10% più ricco della popolazione ha guadagnato il 41% del reddito nazionale nel 2015, rispetto al 27% del 1978.

La reale esposizione di Evergrande, i numeri

Complessivamente il gruppo è debitore di circa 300 miliardi di dollari. Sebbene il governo stia agendo, insistendo sulla necessità di spacchettare la società e favorirne la vendita a pezzi, il fallimento appare come una possibilità concreta. I tentativi posti in essere da Evergrande per recuperare liquidità – l’obiettivo è destinare le risorse ai cantieri per terminare i lavori ed eventualmente risarcire parzialmente gli obbligazionisti – cedendo alcune sue divisioni non stanno dando i frutti sperati.

Nella giornata del 20 ottobre la società ha comunicato ufficialmente alla borsa di Hong Kong la fine dei negoziati con Hopson Development Holding per la cessione del 50,1% della divisione dei servizi immobiliari, il ritorno in contrattazione nella giornata del 21 ottobre ha visto il titolo perdere ulteriore terreno.

Non vi sono più garanzie, secondo le comunicazioni ufficiali della società, che il gruppo riesca a far fronte ai propri debiti e il default scatterà tecnicamente il 23 ottobre, sebbene il Wall Street Journal nella giornata del 22 ottobre abbia riportato la notizia per cui il gruppo sarebbe pronto a pagare interessi per un valore di 83 milioni di dollari sui bond dovuti il 23 settembre, evitando così il default in quanto la normativa – in caso di inadempimento – attribuisce un ‘periodo di grazia’ di 30 giorni.


I bond, denominati in dollari, sono detenuti soprattutto da investitori stranieri; la società ha mancato diverse tranches di pagamento di cedole obbligazionarie con interesse al 9,5% scadenza 2022 e sul prestito al 10% con scadenza 2023. Gli interessi totali dovuti da Evergrande, insieme ad un’altra cedola su una terza obbligazione con interessi al 10,5% e scadenza 2024, ammontano a circa $ 148 milioni, secondo Bloomberg.

L’esposizione occidentale, sebbene non risultino investimenti diretti di corporation occidentali sul mercato immobiliare cinese, coinvolge attori quali Amundi che detiene il più impegnativo pacchetto di obbligazioni internazionali e la svizzera Ubs, che ne sarebbe il secondo detentore con 85 milioni di dollari. 

Rischio sistemico o ripercussioni limitate?

A fine settembre venne annunciato un primo intervento da 18,6 miliardi dollari della banca centrale cinese (PBoC) per salvare nell’immediato Evergrande. In seguito, sono arrivate rassicurazioni ufficiali da parte della PBoC e dal vicepremier Liu He convinti che l’effetto contagio sul sistema bancario e nel mercato immobiliare sarà controllabile.  

Con ogni probabilità il governo continuerà ad intervenire per evitare una destabilizzazione del mercato finanziario in un momento delicato per la ripresa economica cinese, la quale fronteggia la crisi energetica e dei dati economici sotto le attese. Il gruppo di coloro che ritengono che la crisi non condurrà a nessun rischio sistemico è arricchita dalle dichiarazioni di importanti banche d’affari quali Morgan Stanley e Standard Chartered. Non più tardi del 13 ottobre Morgan Stanley ha difatti rivisto al rialzo le prospettive del comparto immobiliare cinese, considerando il rischio di insolvenza già scontato dai prezzi.


Qualsivoglia fallimento aziendale genera delle esternalità negative per la società. Il funzionamento del sistema capitalistico e finanziario, sebbene perfettibile, prevede degli strumenti di disclosure obbligatori che riducono l’asimmetria informativa tra gli operatori intervenendo cosi sui meccanismi d’azzardo morale, mentre le norme sulla concorrenza garantiscono un certo equilibrio operativo.

In questa vicenda dunque, gli azionisti perderanno tutto ma sarà anche il governo cinese a soffrire le conseguenze di un riverbero reputazionale negativo, alimentando gli interrogativi di chi dubita della sua capacità di esercitare un adeguato controllo sull’iperindebitamento. 


A chi ricorda la crisi immobiliare del 2007 il racconto di questa storia potrebbe rievocare antichi fantasmi: il mercato immobiliare esplode abbattendo conglomerati aziendali eccessivamente esposti e privi della liquidità occorrente per pagare i loro debitori, causando il panico finanziario generalizzato. Conseguentemente, il crack Evergrande, unitamente a un debito sovrano che a marzo 2021, considerando l’aggregato di famiglie, aziende e settore pubblico raggiungeva il 287% del PIL, darebbe spazio alle interpretazioni per cui ciò che avviene in Cina non sarebbe esclusivamente una faccenda interna.

L’effetto Lehman fu il detonatore di una delle più grandi e durature recessioni mondiali, che ciò possa oggi ripresentarsi a causa di Evergrande? una tale eventualità è possibile ma non probabile. L’obiettivo principale del governo cinese è la stabilità socioeconomica, per perseguirla ne possiede intatti gli strumenti operativi; basti citare il fatto che batte moneta, decide la curva dei tassi e il cambio, controlla il conto corrente attraverso politiche commerciali indipendenti, non ha elevato debito estero.

Inoltre, ulteriore differenza, Lehman deteneva attività finanziarie, Evergrande ha tangibili asset immobiliari monetizzabili ed è proprietaria di molti terreni edificabili. Infine, occorre ricordare, che finanziariamente la penetrazione globale della Cina è ancora limitata, come dimostrato dalla circolazione della valuta interna, lo Yuan, il quale rappresenta circa il 3% delle riserve valutarie mondiali. 

In virtù di questo, seppur considerato i problemi di cassa della società, parlare di rischi sistemici sembra prematuro e forse esagerato. Il caso Lehman ha portato ad un crollo dei derivati ​​finanziari, facendo dubitare il mercato circa lo stato di salute di tutto il sistema finanziario americano, che ciò possa ripetersi con riferimento al sistema cinese, è tutto da dimostrare.

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