STATI UNITI E GIAPPONE PRONTI A MORIRE PER TAIWAN?

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Fonte Immagine: ncuscr.org

Coperti dall’infodemia pandemica, gli ultimi due anni hanno registrato un netto scadimento della posizione strategica della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) nel teatro Indo-Pacifico. Dopo il passaggio dell’India nel campo americano e il patto Aukus sui sottomarini a propulsione nucleare e sulla cooperazione tecnologica e cibernetica trilaterale Australia-Regno Unito-Usa, Washington e Tokyo iniziano a coordinare i piani di guerra per difendere Taiwan in caso di attacco cinese

La sicurezza di Taiwan “è chiaramente correlata alla protezione di Okinawa”, Nakayama Yasuhide, ministro di Stato per la Difesa del Giappone 

Il Giappone interverrebbe a difesa di Taiwan insieme agli Usa “se si verificasse un grave incidente” su Taiwan, perché la sopravvivenza di Tokyo sarebbe in discussione, perché “Okinawa potrebbe essere la prossima”, Asō Tarō, vice primo ministro giapponese.

“Stabilizzare la situazione che circonda Taiwan è importante per la sicurezza del Giappone e la stabilità della comunità internazionale”, Defense of Japan Pamphlet 2021.

La linea rossa a presidio della sicurezza nazionale giapponese è stata tracciata, centrata sulla “pace e stabilità dello Stretto di Taiwan”. Formula entrata nelle dichiarazioni conclusive degli ultimi incontri del G-7, del Quad, della Nato, del summit Usa-Ue, del vertice ministeriale 2+2 (Esteri-Difesa) Usa-Giappone e dell’incontro primaverile tra il presidente Usa Joe Biden e il premier giapponese Suga Yoshihide.

Prima volta dal 1969, quando Richard Nixon e Eisaku Sato manifestarono pubblicamente l’importanza di Formosa per la sicurezza giapponese. Essa intercetta quella dagli Usa nell’ambito del contenimento della Cina, vista in modo negativo dall’86% dei giapponesi e dal 72% degli americani, e della strategia per un Indo-Pacifico libero, aperto e basato sulle regole, ovvero non dominato dal revisionismo e dalla coercizione politica, economica e militare sinica. 

La svolta pubblica giapponese, supportata dall’ampio sostegno della popolazione autoctona su un maggiore engagement nei rapporti con l’ilha formosa (“bella isola”) che dal 1895 al 1945 fu colonia dell’impero del Sol Levante, non era scontata. Sino agli inizi del 2020, Tokyo era stata piuttosto allarmata dall’approccio ideologico e militaresco verso la Rpc, finalizzato al regime change, perseguito dai falchi neocon in seno all’amministrazione Trump, capitanati dall’ex segretario di Stato Mike Pompeo. Durezza considerata pericolosa per la stabilità regionale, elemento di frizione che avrebbe potuto scaturire in guerra non voluta, trascinando l’arcipelago nelle ostilità.

La crescente assertività muscolare della Cina nei mari rivieraschi, connessa alla regressione delle sue posizioni strategiche, ha cambiato rapidamente i calcoli tattici di Tokyo, che nel suo rapporto annuale della Difesa ha collegato esplicitamente la sicurezza di Taiwan (che il Giappone non riconosce ufficialmente sul piano diplomatico) alla propria. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. Formosa si trova infatti a soli 111 chilometri da Yonaguni (la punta più meridionale dell’arcipelago delle Ryukyu) e a 509 chilometri da Okinawa, l’isola-fortezza che ospita il 70% delle infrastrutture militari Usa, pur rappresentando solo lo 0,6% dell’intero territorio nipponico. 

Fonte: geopoliticalfutures.com

Il controllo dei choke points intorno a Taiwan consentirebbe alla Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (Plan) di mettere in discussione il dominio marittimo americano in un’area altamente strategica e di tranciare potenzialmente le linee di comunicazione marittima, commerciali ed energetiche, provenienti dall’Europa, dall’Africa e dal Golfo Persico, transitanti l’Oceano Indiano, Malacca, il Mar Cinese Meridionale e lo Stretto di Taiwan, dalle quali dipende la prosperità e la sicurezza (90% delle risorse energetiche importate) del Giappone, portando la minaccia cinese più vicina alle Senkaku (amministrate da Tokyo dal 2012, ma rivendicate da Pechino come Diaoyu). Altra linea rossa giapponese. 

Una crisi su Taiwan contagerebbe inevitabilmente il Giappone. Quindi gli Usa, legati alla difesa di Tokyo dal Trattato di mutua cooperazione e sicurezza del 1951 che, battezzando il lungo protettorato americano sull’arcipelago, consente agli Stati Uniti di mantenere basi e truppe militari (oltre 50.000) in modo permanente “per scoraggiare un attacco armato” all’alleato.

Queste considerazioni erano già state messe nero su bianco in un report del 2014 dell’Advisory Panel on Reconstruction of the Legal Basis for Security, dove lo scenario di una invasione cinese di Taiwan era stato analizzato come caso studio per l’autorizzazione della forza ai sensi dell’art. 9[1] della Costituzione giapponese, la clausola che sancisce il “pacifismo” e la rinuncia “per sempre” al diritto di ricorrere alla guerra come strumento sovrano di offesa e di risoluzione delle controversie. 

Nello studio si sosteneva che il diritto di usare la forza come mezzo di autodifesa[2] si estende oltre all’ipotesi di attacco armato contro il Giappone, abbracciando anche la “situazione in cui si verifica un attacco armato contro un altro paese nell’area limitrofa del Giappone (leggi Taiwan, ndre gli Stati Uniti esercitano il diritto di autodifesa collettiva a sostegno di detto paese”, perché “se tale situazione non viene affrontata, il conflitto si allargherebbe e, alla fine, il Giappone stesso sarebbe colpito dal conflitto”. Dunque, un intervento giapponese a difesa di Taiwan, ancorché collegato a quello degli Usa ai sensi del diritto di autodifesa collettiva, era stato concepito ben prima delle pressioni americane e delle sempre più frequenti incursioni aeronavali cinesi intorno a Taiwan e alle Senkaku

Dall’ambiguità alla chiarezza strategica?

Nell’ambito della politica One China del 1992, del Taiwan Relations Act del 1979 e delle Sei Assicurazioni del 1982, gli Usa non riconoscono formalmente la sovranità di Taiwan, che Pechino considera “provincia ribelle”, parte della Cina comunista. In sostanza, tuttavia, gli Usa, pur mantenendosi ambigui su un intervento militare a difesa di Taipei in caso di attacco dalla terraferma, hanno armato e continuano ad armare gli isolani per rafforzarne le capacità di autodifesa, nell’ambito della strategia del “porcospino” volta a fare dell’isola una fortezza armata di aculei in grado di innalzare a dismisura i costi politici di un improbabile sbarco anfibio cinese.

Sul tema dell’ambiguità strategica, alcune recenti uscite del presidente Joe Biden hanno suscitato scalpore. In un’intervista rilasciata ad Abc News, Biden ha fissato un parallelo tra l’impegno americano in Europa via Nato e quello in Asia a difesa dei partner della regione: “Abbiamo preso un sacro impegno con l’art. 5 (del Trattato Nord Atlantico, ndr), che se in effetti qualcuno dovesse invadere o intraprendere un’azione contro i nostri alleati della Nato, avremmo risposto. Lo stesso vale con il Giappone, con la Corea del Sud, con Taiwan. È persino superfluo parlarne”, ha scolpito il Commander-in-Chief. In parte, riflettendo il crescente sostegno che la causa taiwanese riscuote tra gli americani. Secondo un recente sondaggio, la maggioranza relativa (42,2%) degli statunitensi ritiene che il proprio paese dovrebbe difendere militarmente Taiwan, anche se il 41,6% si dichiara indeciso sul da farsi in caso di offensiva cinese. Ma il dato più interessante è che solamente il 16,2% esclude la necessità di un intervento armato americano.

Biden ha ribadito il concetto in una recente intervista alla Cnn, dove ha dichiarato che esiste un impegno degli Usa a difendere Taiwan in caso di attacco cinese, esplicitando quanto era stato segretamente scritto nelle linee strategiche indo-pacifiche del National Security Council  risalenti al 2018, declassificate lo scorso gennaio. Ma la presa di posizione presidenziale. non dovrebbe essere interpretata come una revisione della politica di “ambiguità strategica”, perché questa riflette un equilibrio ancora favorevole agli Usa.

Piuttosto, Biden ha voluto trasmettere un segnale di fermezza dopo le incursioni record di aerei da guerra e bombardieri strategici cinesi vicino alla zona di difesa aerea (ADIZ) taiwanese di inizio ottobre. Un messaggio rivolto a Xi Jinping affinché si astenga dal perpetrare attività che posizionerebbero i cinesi “in una posizione in cui potrebbero commettere un grave errore” causando un conflitto involontario ed accidentale. 

Morire per Taiwan?

In ogni caso, l’ambiguità strategica rappresenta una foglia di fico, perché gli Usa non potrebbero non intervenire a difesa della piccola isola di Formosa. Grande una volta e mezzo la Sicilia, popolata da 23,5 milioni di persone, la sua peculiare posizione geografica, davanti alla costa cinese, a sole 100 miglia dal nucleo geopolitico del Celeste Impero, ne fa naturale cerniera tra la porzione meridionale ed orientale dei mari cinesi, chiave di volta della prima catena di isole all’interno della quale soffocare la proiezione oceanica del Plan.

Oggetto geopolitico non sacrificabile, a differenza di Hong Kong. L’assorbimento di Taipei permetterebbe al Dragone di guadagnare in termini di profondità strategica difensiva – traslando in mare la prima linea di difesa e spezzando la prima catena insulare – e di proiezione di potenza, trasformando l’isola in avamposto militare dal quale spingersi liberamente nel Pacifico occidentale e minacciare la sicurezza della seconda catena di isole, centrata su Guam, prima retroguardia del territorio metropolitano Usa. 

Di più. Una débâcle americana a Formosa convincerebbe gli altri partner della regione dell’inaffidabilità della protezione Usa, dell’inevitabilità del suo declino e della parallela ascesa del Drago, mutando l’equazione strategia indo-pacifica.

Anche i funzionari della difesa giapponese hanno preso nota della crescente aggressività militare e paramilitare del Dragone nei Mari Cinesi e hanno richiesto ai colleghi del Pentagono di sviluppare insieme un unico piano di guerra in caso di conflitto su Taiwan, in modo da elevare il livello della cooperazione e del coordinamento tattico-operativo delle rispettive forze aeronavali oltre i consueti giochi di guerra compiuti periodicamente nel giardino di casa della Cina. Evoluzione estremamente importante perché rivelatrice della presa d’atto degli apparati nipponici sull’inevitabilità di un loro coinvolgimento diretto in caso di crisi armata a Taiwan. 


[1] “La guerra come diritto sovrano della nazione e la minaccia dell’uso della forza sono bandite per sempre come strumento di risoluzione delle dispute con altre nazioni. Non saranno mai mantenute forze di terra, di mare, di aria e qualsiasi altra forza potenzialmente militare, e il diritto sovrano di fare la guerra non sarà riconosciuto”.

[2] Legalmente concepibile solo quando non sia possibile ricorrere ad altri “mezzi appropriati” e nella “misura minima necessaria”(principi di necessità e proporzionalità)

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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