ACCORDO SUL NUCLEARE IRANIANO: UNA STORIA INFINITA

Fonte Immagine: Time Magazine

Dichiarazioni incrociate fra Teheran e Washington, interpreti di un valzer diplomatico dell’annosa questione targata JCPOA, che oggi vede inserirsi nuovi elementi dentro lo spartito.

Passano gli anni, passano i presidenti, ma a tener banco sui rapporti e le relazioni fra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America è sempre un apparentemente semplice acronimo: JCPOA.


Il Joint Comprehensive Plan of Action, il cosiddetto patto sul nucleare iraniano, era l’accordo firmato nel 2015 fra Cina, Germania, Francia, Russia, Regno Unito, Unione Europea, assieme ovviamente a Iran e USA, che prevedeva il depotenziamento del programma nucleare del gigante persiano. 


Accordo stracciato in malo modo dall’ex presidente a stelle e strisce Donald Trump che, decidendone unilateralmente la sospensione, raggelò in rapporti fra Washington e Teheran.


Oggi nelle studio ovale siede il più mite Joe Biden, interessato a riallacciare i logori rapporti lasciati dal suo predecessore, e alla presidenza della Repubblica Islamica si è avvicendato al riformista Rouhani il conservatore.
I nuovi protagonisti delle scene internazionali è probabile che in questi primi mesi di incarico stiano studiandosi vicendevolmente, ma alcune importanti considerazioni sul futuro dell’accordo possono essere avanzate.


Washington afferma che contenere il programma nucleare iraniano – che dopo il passo indietro di Trump è tornato a prevedere fasi di l’arricchimento dell’uranio – sia una priorità per la sicurezza nazionale.


Il Ministro degli esteri iraniani Hossein Amirabdollahian, invece, che nuovi negoziati potranno vedere concreti risultati solo dopo la rimozione di tutte le sanzioni pendenti sul suo paese, e sulla popolazione che lo abita.

Amirabdollahian ha inoltre affermato ache che Teheran è più interessata ai legami nelle sue immediate vicinanze piuttosto che a riparare i rapporti con l’Occidente.

Tre segnali importanti che vanno contestualizzati.
Le sanzioni all’Iran hanno interessato numerosi asset economici della Repubblica, che a fatica – e lentamente – sta uscendo dal pantano di una crisi finanziaria profonda che ha provocato alti tassi di disoccupazione e inflazione dilagante, tessere di un domino che, nell’anno scorso, hanno portato a vigorose proteste.


Anche per questo, e per la poca affidabilità con la quale Raisi si rivolge ad ovest, che per risollevare l’economia del paese Teheran potrebbe volgere gli occhi verso Mosca e Pechino.Biden, inoltre, non sembra al momento avere il capitale politico necessario per eliminare in toto le sanzioni in essere e sviluppare una piattaforma di dialogo abbastanza ampia per affrontare anche altre spinose questioni iraniane, come i missili balistici e le attività regionali.


Una matassa, quindi, troppo intricata per ora da sbrogliare, e che farà rimboccare le maniche alle diplomazie, con la possibilità che i negoziati incontrino presto un vicolo cieco.
Cina e Russia, proprio per questo, sono alla porta.

Davide Agresti

Ha studiato Sviluppo e Cooperazione Internazionele all’Università di Bologna e Emergenze e Interventi Umanitari all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano.
Ha viaggiato curioso dall’Iran alla penisola arabica, dalla Giordania al Maghreb, dal Libano ai territori tirchi, lavorando a lungo in Grecia ed in Egitto.
Esperto di politiche migratorie, ha lavorato per Caritas Italiana.
Oggi è Assesore al Welfare, Europa e Smart City della sua Città, Faenza.

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