L’EVOLUZIONE DEL MOVIMENTO JIHADISTA NEGLI ULTIMI 20 ANNI

Fonte Immagine: Comitato Atlantico Italiano, http://www.comitatoatlantico.it/COMIT/2019/04/30/radicalizzazione-e-terrorismo/

L’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti, in risposta agli attentati dell’11 settembre, era volta a sradicare la presenza di Al Qaeda sul territorio. La guerra al terrorismo globale, tuttavia, in diversi casi ha condotto ad un peggioramento della situazione, portando anzi nell’ultimo decennio ad una proliferazione dei gruppi jihadisti. A vent’anni di distanza dall’inizio delle offensive, la decisione statunitense di ritirare le proprie truppe dall’Afghanistan lascia la zona in una situazione di sempre maggiore instabilità, in balia di Talebani e ISIS-K.

Il 7 ottobre 2001 gli Stati Uniti d’America iniziarono le operazioni militari in Afghanistan dichiarando guerra all’organizzazione jihadista salafita Al Qaeda, responsabile degli attacchi dell’11 settembre. Oggi, a distanza di vent’anni, le ripercussioni di quelle prime azioni vengono ancora analizzate in tutto il mondo, soprattutto con il recente ritiro delle truppe statunitensi dalla zona.  

Al tempo delle aggressioni, il nome di Al Qaeda non era una novità per gli Stati Uniti: l’organizzazione islamista si era già fatta notare rivendicando la responsabilità degli attentati al World Trade Center nel 1993, alle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania nel 1998 ed infine con l’attacco al cacciatorpediniere USS Cole nel 2000.

La sua origine è da far risalire alla fine degli anni ’80, probabilmente nell’agosto del 1988, quando bin Laden e altri ex combattenti della guerra in Afghanistan decisero di fondare un gruppo militante a Peshawar, città al confine occidentale del Pakistan. Seguivano un’ideologia che combinava odio nei confronti della cultura occidentale con nostalgia per l’epoca del califfato islamico, in cui gli infedeli erano trattati come inferiori.

Non era un’idea innovativa all’epoca: dopo l’esperienza della guerra in Afghanistan nel mondo islamico si erano rapidamente formati diversi gruppi che radicalizzavano le masse, seguendo due filoni principali: da un lato i rivoluzionari, che si ribellavano al loro governo e volevano cambiare l’ordine politico locale; dall’altro i pan-Islamisti, i quali, seguendo un approccio più globale, davano la priorità alla difesa della comunità musulmana e quindi alla liberazione di tutti i territori musulmani occupati.

L’ideologia alla base di Al Qaeda si avvicinava principalmente a questo secondo tipo di filone, iniziando a concettualizzare fin da subito il jihad globale come la liberazione dei musulmani dagli invasori occidentali, in particolare dagli Stati Uniti.

Il gruppo rimase per diversi anni di dimensioni ridotte (circa una dozzina di persone) e cominciò ad espandersi solo tra il 1996 e il 2000, quando iniziò ad organizzarsi sul territorio e a darsi una struttura basata principalmente su tre elementi fondamentali: l’attrattiva, le reti di comunicazione tra i diversi gruppi e l’ideologia.  

L’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono rappresentò un cambiamento dello stile operativo dell’organizzazione terroristica per la sua gigantesca portata internazionale, andando a colpire i simboli del potere occidentale.

Gli Stati Uniti dovettero gestire una grave crisi sia dal punto di vista operativo sia da quello emotivo: in primis iniziarono le operazioni in Afghanistan con l’obiettivo di sradicare Al Qaeda e i gruppi che la sostenevano (uno sforzo enfaticamente chiamato “war on terror”, ovvero la guerra volta a contrastare il terrorismo globale); in secondo luogo dovettero gestire le conseguenze che l’attentato avrebbe potuto avere sul piano internazionale, preoccupandosi di mantenere il potere egemonico guadagnato con la fine della Guerra Fredda. 

L’intervento in Afghanistan fu solo il primo di una lunga serie in Medio Oriente, area di interesse soprattutto per i neoconservatori all’interno dell’amministrazione Bush jr. Al contrario delle previsioni queste invasioni, giustificate formalmente come un intento di esportazione della democrazia, ebbero l’effetto opposto: le operazioni militari si conclusero come dei successi in breve tempo, ma la resistenza locale dei movimenti di insurrezione non consentì alle truppe americane di lasciare la zona perché troppo instabile, portando anzi ad un logoramento della situazione e a non essere più percepiti come liberatori. 

Con il 9/11 anche i diversi gruppi jihadisti persero progressivamente la formale distinzione tra rivoluzionari e pan-Islamisti, avvicinandosi sempre più al pensiero di Al Qaeda nella lotta per respingere l’invasore. Gli interventi statunitensi in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003 aiutarono questa nuova struttura interna di sostegno reciproco, nell’ottica di indebolire il “nemico lontano” (gli Stati Uniti) per combattere il “nemico vicino” (i Paesi MENA legati agli USA quali Israele, Paesi del Golfo, Giordania e Marocco).

L’impegno americano conobbe un cambiamento di strategia negli anni dell’amministrazione Obama, attraverso un uso intensivo degli aeromobili a pilotaggio remoto (comunemente noti come droni) per risparmiare sui costi sia economici che umani della war on terror.

Anche grazie a questo, gli Stati Uniti riuscirono a raggiungere degli importanti obiettivi e ad eliminare alcuni dei principali esponenti delle organizzazioni terroristiche, tra cui bin Laden stesso nel 2011. Nonostante queste perdite, i movimenti jihadisti hanno dimostrato una notevole resilienza, sfruttando anche le condizioni di povertà e bisogno in cui si trovava la popolazione al fine di mantenere il controllo.

Un’ulteriore spinta in questa direzione venne con le cosiddette “Primavere Arabe” del 2011, dei movimenti di protesta e di riforma sociale che andarono a scuotere le basi di molteplici regimi autoritari della regione. I disordini generati nella zona e l’incapacità sia dei governi locali sia degli americani di gestire la situazione lasciarono un vuoto che permise la nascita e l’espansione di una nuova organizzazione jihadista salafita, denominata ISIS (Islamic State in Iraq and Syria).

Nata in Iraq inizialmente per contrastare l’occupazione americana, e successivamente unita alla branca siriana di Al Qaeda, essa iniziò a conquistare facilmente territori passando dalla Siria all’Iraq, proclamando la nascita del suo califfato nel giugno 2014. La particolare attrattiva dell’organizzazione condusse diverse migliaia di persone a raggiungerla per unirsi alla lotta, i cosiddetti foreign fighters, un fenomeno già noto dagli anni ’80 ma mai presentatosi così rilevante.   

Prendendo in considerazione il totale, si può notare come solo una percentuale contenuta delle attività perpetrate dai gruppi jihadisti si tradusse in attacchi che coinvolsero Europa e Nord America. In queste zone si conobbe un decisivo aumento dopo il 2001 e soprattutto dopo il 2003, con degli attentati rivendicati principalmente da Al Qaeda e dall’ISIS, di cui l’ultimo su suolo statunitense nel 2019 ad opera di Al Qaeda alla Naval Air Station Pensacola, in Florida.

La maggior parte degli attentati perpetrati nell’ultimo decennio dai diversi gruppi avviene nella regione MENA, nell’Africa Sub Sahariana e nell’Asia meridionale, dove i gruppi più grandi e organizzati riescono a godere dell’aiuto dei loro affiliati (AQAP, AQIS, ISCAP, ISEA solo per citarne alcuni). In particolare, nell’ultimo periodo si nota un rafforzamento del movimento jihadista salafita in Africa, a causa di un peggioramento generale delle condizioni locali e a un cambiamento delle strategie antiterroristiche, che risultano poco efficaci. 

Infine, la nuova situazione in cui si presenta l’Afghanistan getta preoccupazione sia a livello locale che globale. Da un lato la dichiarazione del 7 settembre 2021 da parte dei Talebani, in cui si annuncia la creazione dell’“Emirato Islamico in Afghanistan”, pone delle questioni gravose per la comunità internazionale sia in termini di sicurezza collettiva sia per la difesa dei diritti umani.

La capacità dei Talebani di relazionarsi con il resto del mondo sarà cruciale per determinare gli equilibri geopolitici di lungo periodo, anche se per il momento stanno portando per la maggior parte ad una grave crisi umanitaria. Dall’altro il rafforzamento dell’ISIS-K (Islamic State of Khorasan Province’s) con l’aumento degli attentati terroristici nella zona conducono verso una sempre maggiore instabilità.

L’ISIS-K ha lanciato 77 attacchi solo nei primi quattro mesi del 2021, un numero destinato a crescere considerando le divergenze con i Talebani, i quali rappresentano per l’organizzazione jihadista un nemico inconciliabile che deve essere militarmente distrutto. All’interno di queste controversie, sarà determinante anche la posizione che prenderanno gli Stati Uniti, da un lato preoccupati di contenere le ambizioni espansionistiche dei militanti dell’ISIS-K, dall’altro ponendo attenzione alle mosse dei Talebani, sostenuti da Al Qaeda.

La difficoltosa ritirata delle truppe statunitensi voluta dal Presidente Biden, conclusa a fine agosto 2021, ha generato un vero e proprio polverone sulle motivazioni di questa decisione, mai raggiunta dai suoi predecessori. Sicuramente, come in tutte le scelte di politica estera, un ruolo importante lo ha giocato anche la politica interna, oltre alla percezione di un’opinione pubblica sempre più disinteressata ad una guerra ormai troppo lontana nel tempo. I

noltre, inneggiando alla sconfitta del “nemico lontano”, è probabile che nell’immediato i gruppi jihadisti operino un cambiamento di strategia, concentrando gli sforzi nei confronti dei regimi musulmani a loro ostili presenti nella zona. Tuttavia, considerando i diversi fattori che si sono presentati, sembra inevitabile tratte una conclusione citando la posizione di alcuni vertici militari americani, nel discorso al Senato tenutosi a fine settembre scorso: “Al Qaeda è ancora in Afghanistan”.

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