#ENDSARS: LA NIGERIA A UN ANNO DALLA STRAGE DI LEKKI

È passato un anno da quello che viene ricordato come il “Massacro di Lekki” in Nigeria. 

Gli avvenimenti di quei giorni infatti furono così brutali da impressionare l’opinione pubblica e l’intera comunità internazionale, nonostante la violenza nel Paese sia quasi un elemento endemico. 

Ottobre 2020: cosa è successo

Le proteste si erano accese il 3 ottobre, del 2020, in seguito ad alcuni video online che riprendevano un giovane colpito con un’arma da fuoco da un agente appartenente alle Special Anti-Robbery Squad (SARS) a Ughelli, nel sud della Nigeria.

Il movimento ha iniziato a prendere vita sui social, guidato dall’hashtag #EndSARS, già utilizzato nel 2018. Nei giorni successivi una donna di nome Rinu Oduala ha invitato un gruppo di persone a trascorrere la notte a Ikeja, davanti alla sede del parlamento del Lagos. 

Da quel momento si sono svolte numerose manifestazioni in tutto il Paese nonostante i continui tentativi della polizia di reprimerle ricorrendo a gas lacrimogeni, getti d’acqua e arresti. Il 20 ottobre tuttavia, al casello autostradale di Lekki, la situazione precipita. In seguito all’annuncio del coprifuoco i militari decidono di sparare sui manifestanti che stavano protestando pacificamente cantando l’inno nazionale e sventolando la bandiera. 

Secondo Amnesty International le vittime sono state almeno 12 ma non si dispone di dati certi. Il governo, infatti, ha cercato di insabbiare gli avvenimenti, negando la presenza dei militari al casello autostradale, confermata però da numerosi video. Inoltre avrebbe avviato una campagna intimidatoria nei confronti dei sostenitori del movimento #EndSARS congelando i loro conti bancari e arrestandoli. 

Cosa chiedevano i manifestanti?

La SARS è un corpo di polizia, istituito nel 1992, che nasce come unità del Dipartimento di Intelligence e Investigazione Criminale della Nigeria. In questi trent’anni la SARS avrebbe portato avanti esecuzioni extragiudiziali e arresti in modo arbitrario, oltre a essere stata più volte accusata di aver commesso abusi sessuali a danno di diverse donne nigeriane.  Da un rapporto diffuso da Amnesty International, nel maggio del 2020, emergono le torture subite, tra gennaio 2017 e maggio 2020,  da almeno 82 persone detenute nelle carceri della SARS.

Le vittime erano tutti giovani di età tra i 18 e 35 anni, appartenenti alle fasce più disagiate della popolazione. Tra le richieste avanzate, durante i moti, al governo ne emergono tre: la liberazione dei manifestanti, giustizia per le vittime della violenza della polizia, l’istituzione di un organo con il compito di indagare sui soprusi della SARS. 

Cosa è cambiato?

Il governo, nel tentativo di placare gli animi, aveva dichiarato l’intenzione di sciogliere le Special Anti-Robbery Squad.  Tuttavia, come emerge da un rapporto di Human Right Watch, a distanza di un anno le vittime aspettano ancora giustizia. 

Il 19 ottobre del 2020 era stata istituita una commissione giudiziaria statale di Lagos per condurre l’inchiesta sugli abusi compiuti dalla SARS. Il mandato della commissione è successivamente stato esteso per gli avvenimenti al casello di Lekki. Tuttavia il capo dell’esercito, che guidava la squadra al casello, e gli altri ufficiali responsabili hanno rifiutato di comparire di fronte alla commissione senza andare incontro ad alcuna conseguenza.

Per far valere la giustizia sarebbe necessaria la collaborazione del governo federale, del governo dello Stato di Lagos e delle forze armate nigeriane. 

La Nigeria, tra l’altro, ha firmato la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (ACHPR) e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), e tutela la libertà di espressione, di stampa, all’assemblea pacifica e all’associazione sul piano costituzionale. 

Tuttavia nonostante lo Stato di diritto abbia compiuto qualche progresso, la corruzione e l’interferenza politica continuano a prevalere. 

Una situazione che è stata esasperata dal Covid-19. Le misure restrittive per contenere l’infezione, infatti, continuano a essere strumentalizzate per controllare i giornalisti e bloccare qualunque tentativo di contestazione. 

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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