COSA SIGNIFICANO I MISSILI CRUISE PER LA MARINA MILITARE

L’interesse della Marina Militare verso i missili cruise sta prendendo sempre più forma. Ma oltre a delle necessità puramente operative, la questione si interseca con dinamiche politiche internazionali di altissimo livello.

Negli ultimi giorni, sta facendo scalpore la dichiarazione dell’Ammiraglio di Squadra Cavo Dragone sull’intenzione di equipaggiare alcune unità della Marina Militare con sistemi missilistici da crociera. Seppure non sia la prima volta che si parla di dotare di capacità cruise i vascelli della nostra Marina, sembra che recentemente ci siano stati degli sviluppi concreti per quanto riguarda il processo di acquisizione effettiva attualmente in corso trai gangli della burocrazia militare del nostro paese: il requisito operativo dei missili da crociera per la Marina Militare è infatti stato recepito ma non ancora finanziato, stando a quanto affermato dallo stesso Cavo Dragone.

Al netto delle discussioni politiche l’imbarco di missili cruise sulle navi italiane andrebbe a stravolgere, in positivo, le attuali capacità di power projection della Marina Militare. Con una portata media di 1000 km, un ordigno da crociera sarebbe capace di colpire bersagli a una distanza massima cinque volte superiore a quella degli OTOMAT, i missili antinave attualmente presenti su alcuni dei nostri vascelli che in caso di necessità possono essere impiegati anche contro bersagli terrestri entro i 180 km di distanza; inoltre, i missili cruise sarebbero in grado, almeno in linea teorica, di penetrare reti difensive complesse costituite da sistemi di rilevamento e di ingaggio automatico connesse tra loro.

Le conseguenze sul piano pratico sono duplici: se da una parte l’aumento della gittata della salva permetterebbe alle unità della nostra marina di attaccare bersagli di rilievo non direttamente affacciati sul bacino mediterraneo (come ad esempio il Sahel, la cui importanza strategica per il nostro paese continua ogni giorno a crescere sempre di più), dall’altra le capacità anti-radar rendono i missili cruise lo strumento perfetto per contrastare le cosiddette bolle A2/AD (altresì dette ‘fortezze elettroniche’, per richiamare la definizione utilizzata da Cavo Dragone)  che la Federazione Russa sta continuando a sviluppare all’interno del Mediterraneo Allargato. 

Il solo dispiegamento dei sistemi cruise impatterebbe dunque in modo abbastanza incisivo sugli equilibri strategici del Mediterraneo, permettendo all’Italia di assumere una posizione più rilevante all’interno delle dinamiche di potere nel settore senza dover obbligatoriamente ricorrere all’utilizzo di simili capacità, migliorando de facto la nostra posizione internazionale e le nostre capacità di tutela dell’interesse nazionale sul piano globale.

Non a caso la notizia sui missili cruise è trapelata in un momento molto particolare per la Difesa Italiana che, anche grazie alla spinta data da Mario Draghi, sta cercando di adattarsi all’evolversi del contesto geopolitico internazionale, con l’obiettivo di assumere una postura più assertiva senza però dimostrare velleità aggressive. 

Poco tempo prima della dichiarazione di Cavo Dragone, il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa ha ufficializzato l’avvio della riconversione dei droni da ricognizione Reaper in droni armati, pur non specificando quali armamenti saranno montati su questi velivoli a controllo remoto. La decisione di armare i droni e quella di dispiegare ordigni da crociera sulle navi, ma anche la scelta di imbarcare gli F-35B sulla Cavour, non devono essere considerate come due fenomeni a sé stanti, ma come singoli elementi all’interno di un grande piano di riammodernamento delle nostre capacità militari secondo quanto espresso nel 2015 dal Libro Bianco sulla Difesa. 

Riammodernamento che, seppur non dichiaratamente, guarda all’autonomia strategica dell’Italia e dell’Europa rispetto al partner statunitense, impegnato nel pivot to Asia e sempre meno desideroso di sobbarcarsi costi economici e politici per obiettivi non più di primaria importanza per l’interesse americano.

Questo disimpegno di Washington ha lasciato un importante margine di sviluppo per l’Unione Europea e per gli stati che ne fanno parte; l’acquisizione di capacità militari di primo livello rappresenta il primo passo verso il raggiungimento di quell’autonomia di mezzi e di obiettivi da tanto tempo agognata ma mai seriamente ricercata nei fatti (almeno fino ad oggi) dalle leadership del vecchio continente. 

Una questione, quella dell’autonomia strategica, che emerge tanto nei grandi summit tra vertici che nei piccoli dettagli. Anche nel caso dei missili cruise: nella (pluriennale) attesa per lo sviluppo di un ordigno indigeno, i decisori militari e politici della Repubblica dovranno selezionare un ‘gap filler’ per fornire alla Marina la strumentazione richiesta.

E la selezione tra l’europeo Scalp Naval e lo statunitense Tomahawk non sarà fatta basandosi solamente sul calcolo di costi e benefici sul lato tecnico ed operativo, ma anche considerando l’enorme peso politico che si cela dietro questa scelta.

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