CHI RISPONDE DEGLI ERRORI DI FACEBOOK? PERCHÉ IL PARLAMENTO UE MIRA A DISCIPLINARE IL SOCIAL NETWORK

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L’eccezionale blackout social del sistema Facebook a ottobre 2021 ha dimostrato l’inaccessibilità del social network a soggetti esterni. La consapevolezza che la stessa chiusura c’è nel caso dell’algoritmo che ne regola i contenuti, ha spinto il Parlamento Europeo a rafforzare i tentativi di finalizzare il Digital Services Act, che renderebbe il funzionamento del social più trasparente. Perché è così complicato disciplinare Facebook?

Un errore costoso

Il 5 ottobre 2021 il silenzio ha avvolto le reti sociali. Per più di 6 ore, Facebook ha tentato di ripristinare l’accesso social di miliardi di utenti, e ha fallito. Un errore interno, irrisolvibile dall’esterno per la renitenza di Zuckerberg ad affidarsi a partner esterni, ha fatto sprofondare la comunicazione globale in un pantano che è costato a Facebook 6 miliardi di dollari.

Chi controlla Facebook?

L’impermeabilità di Facebook a interventi esterni anche in momenti  di eccezionale difficoltà pone la questione del peso del colosso sociale nella sfera della comunicazione: le persone che sono in  grado di capirne il funzionamento, e di inibirne gli errori, provengono dalle risorse dell’azienda, e solo dell’azienda. Dal 2016 in poi, si è diffusa la consapevolezza che gli errori di Facebook non significano solo un accesso più lento alla propria pagina personale, ma possono rappresentare delle distorsioni nel modo in cui i cittadini percepiscono la realtà e reagiscono a quest’ultima.

Facebook diffonde notizie ma non è un media

La questione della responsabilità di Facebook nei confronti dei contenuti online è un problema spinoso. Come ha riassunto Business Insider nel 2016, Zuckerberg è sempre stato fedele alla linea per cui la sua creatura non è un media, nonostante più di due terzi dei suoi utenti consumino notizie in vario formato proprio sulle sue pagine. A un osservatore esterno, il suo rifiuto potrebbe risultare incomprensibile: essere un media porta legittimità, e questo potrebbe significare ancora più utenti. Per Zuckerberg, tuttavia, quello che conta di più è l’assenza di responsabilità che gli deriva da essere una piattaforma che ospita contenuti creati da altri, ovvero i suoi utenti.

Una questione scivolosa

Allo stesso tempo, se Facebook diventasse un media, questa evoluzione porrebbe dei problemi ancora più complicati, a partire dalla linea editoriale. I paesi democratici potrebbero rappresentare un contesto politico e sociale in grado di agevolare la trasformazione di Facebook in uno strumento di coscienza ed espressione civile,ma non si può dire lo stesso di democrature e governi autoritari, la cui società civile trova riparo proprio nel fatto che Facebook non è un media facile da regolare a livello ufficiale. Ne è un esempio la Turchia di Erdogan, che nel 2020 si è sentito rispondere picche da una legge che mirava proprio a limitare la libertà d’espressione sui social media. In quel caso, la libertà di Menlo Park corrispondeva alla libertà dei cittadini in disaccordo con le politiche di Ankara.

Libertà o anarchia?

L’equilibrio tra la libertà d’espressione e l’anarchia social, dunque, rappresenta un confine scivoloso per qualunque legislatore. Nel caso dell’UE, la questione si fa ancora più problematica in quanto non solo Facebook è un’emanazione dell’influenza e della tecnologia statunitensi, ma anche perché l’UE è divisa al suo interno tra chi considera la disinformazione una minaccia e chi la definisce uno spauracchio.

Cos’è il Digital Services Act

Il Parlamento Europeo, che appartiene al primo gruppo, sta preparando le mosse per stringere i margini entro i quali Facebook si comporta da distributore, e non autore, di contenutiEntro metà 2022, infatti, il Parlamento intende finalizzare i contenuti del Digital Services Act, grazie al quale le autorità pubbliche e scientifiche avrebbero accesso al funzionamento dell’algoritmo che regola l’esposizione degli utenti alle notizie, vere o finte che siano.

Le dichiarazioni della whistlebower, Frances Haugen, ex  product manager di Facebook, hanno avuto l’effetto di incrementare l’impegno politico del Parlamento nel tirare le redini al social network. Secondo Haugen, Facebook è consapevole della malignità sociale del proprio algoritmo, e non lo modifica perché troppo redditizio. La sua voce ha trovato una sponda accogliente a Bruxelles, che ha aumentato gli sforzi per accumulare i consensi necessari.

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