USO ED ABUSO AMERICANO DELLE SANZIONI ECONOMICHE

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La guerra economica è divenuta negli ultimi due decenni lo strumento privilegiato utilizzato dalla superpotenza come arma di contrattazione geopolitica. Attirando critiche trasversali sul suo abuso. La sfida cinese all’egemonia del dollaro non regge.

Negli ultimi due decenni di impero americano, l’egemonia economico-finanziaria, componente dello hard power della superpotenza, si è trasformata nel “proiettile d’argento” utilizzato dalle amministrazioni americane in modo bipartisan per affrontare ogni problema di politica estera.

 La economic-financial warfare praticata dall’egemone statunitense è condotta principalmente attraverso sanzioni primarie e soprattutto secondarie che sfruttano lo strapotere del dollaro. l’universalità del diritto e della giurisdizione statunitense e il sistema istituzionale multilaterale che ruota intorno a Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e Banca Mondiale.

Ad oggi, sono 37 i programmi di sanzioni attivi del Dipartimento del Tesoro (DoT), usati per punire “regimi canaglia”, per aumentare il potere negoziale di Washington sui tavoli internazionali e per condizionare le scelte politiche di altri paesi attraverso la coercizione e la prospettazione della sua attenuazione in caso di soddisfacimento della propria volontà, secondo il classico paradigma del “bastone” e della “carota”. 

Il caso afghano offre uno dei più recenti esempi di ricorso all’arma economica come leva geopolitica. Dopo la rapida acquisizione del potere da parte dei Taliban, la Banca Mondiale ha sospeso il suo supporto finanziario all’Afghanistan, che dall’assistenza straniera dipende per il 75% della spesa pubblica e per il 20% del suo reddito lordo.

Gli Usa hanno congelato le riserve estere della banca centrale afghana detenute nelle banche statunitensi. Il Fmi, su pressione di Congresso e Tesoro Usa, ha bloccato i 450 mln$ di diritti speciali di prelievo destinati a Kabul.

Infine, 22 senatori repubblicani hanno presentato una proposta di legge per l’applicazione di sanzioni contro il nuovo governo talibano e contro gli “attori statali e non statali, incluso il governo del Pakistan” che hanno fornito agli studenti pashtunsantuari, risorse finanziarie, supporto di intelligence, logistico e medico, addestramento, equipaggiamento e direzione tattica, operativa o strategica”.

L’obiettivo del provvedimento è quello di rafforzare la leva della Casa Bianca verso Islamabad affinchè non riconosca unilateralmente il governo talibano e non lo consegni nelle mani della Cina.

Opposizioni ed effetti collaterali

Negli ultimi tempi un filone di pensiero critico tra gli stessi analisti statunitensi sta sottolineando, con crescente forza, gli effetti negativi delle sanzioni, dal livello micro (conseguenze impattanti sul piano umanitario per le popolazioni degli Stati-bersaglio) a quello macro (conseguenze negative nei rapporti con alleati e partner e rischio effetto boomerang sulla posizione del dollaro come valuta di riserva mondiale per la controspinta alla diversificazione da parte degli Stati danneggiati) e propone un uso più morigerato, intelligente e multilaterale dell’arma economica per limitarne i costi a lungo termine.

L’efficacia materiale delle sanzioni è sovente limitata, specie quando vengono impiegate in campo commerciale sotto forma di embarghi unilaterali per coercere l’altrui condotta. L’esistenza di altre grandi potenze pronte a sostenere gli stati-target (si veda il sostegno di Russia e Cina a Iran, Siria, Corea del Nord e Venezuela) ha permesso a questi ultimi di sopravvivere ai devastanti impatti della massima pressione su economia e società, non riuscendo a cambiarne i calcoli politici.

La guerra commerciale e tecnologica scatenata contro la Cina per colpirne l’esigenza strategica di ridurre le diseguaglianze tra costa ed entroterra attraverso lo sviluppo tecnologico e la redistribuzione dell’enorme surplus commerciale ha danneggiato principalmente l’economia americana (con una perdita di circa 300.000 posti di lavoro secondo le stime di Moody’s Analytics), le aziende esportatrici e gli agricoltori statunitensi.

Inoltre, ha contribuito a rafforzare i propositi cinesi di autonomia tecnologica per sottrarsi alla dipendenza americana in settori altamente strategici come i microprocessori, dove lo stato dell’arte cinese è indietro di anni rispetto a Usa, Taiwan e Corea del Sud.

Fonte: Merics

Il ricorso privilegiato alla leva economico-finanziaria trova crescenti opposizioni, sia tra gli “amici” che tra i “nemici”. Li incentiva a sviluppare meccanismi di pagamento alternativi per ridurre la loro dipendenza strategica dai circuiti finanziari centrati sul dollaro e per sottrarsi alla guerra economica praticata dalla superpotenza attraverso le sanzioni secondarie.

clientes europei, i cui interessi sono indirettamente colpiti dalla potenza di fuoco extra-territoriale del diritto Usa, lamentano da anni l’(ab)uso delle sanzioni secondarie che, a differenza di quelle primarie, sono indirizzate a individui o entità non statunitensi che intrattengono rapporti commerciali o finanziari con persone fisiche o giuridiche inserite nella Specially Designated Nationals (SDN) List[1] dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del DoT, ponendo gli stati terzi davanti alla seguente alternativa. Continuare a commerciare con il paese sanzionato, con il rischio di essere esclusi dal ben più redditizio e ampio mercato Usa e dal sistema finanziario e di compensazione del dollaro. Oppure, rispettare le sanzioni e rinunciare ai propri rapporti economici legali con il paese target.

Parigi, in particolare, si scaglia contro l’“impero del dominio del diritto”, contro l’agire della superpotenza come “poliziotto economico del pianeta” che comporta “una privazione della sovranità e della possibilità di decidere da soli”, come lamentato dal presidente Emmanuel Macron. Per pararsi dalle esternalità negative delle sanzioni secondarie, francesi e tedeschi, mascherati da istituzioni brussellesi, progettano contromisure, come l’euro digitale, la denominazione di alcuni mercati in euro, una Banca europea di esportazione per mantenere aperti i canali di pagamento con paesi sanzionati dagli Usa.

Fonte: Merics

Sul fronte dei rivali, la politica delle sanzioni ha contribuito a rafforzare l’allineamento tattico sull’asse Mosca-Pechino. Uno degli aspetti centrali della “strana alleanza” russo-cinese è che essa mira ad attenuare la pressione americana, specie su sanzioni e controlli alle esportazioni, promuovendo una de-dollarizzazione della finanza globale per indebolire il braccio di guerra economica della superpotenza e rafforzare contestualmente i loro rapporti economici, energetici e tecnologici.

La Cina, in particolare, ha concluso decine di accordi con altri paesi per gli swap valutariagganciati allo yuan e mira a creare “una rete di pagamenti paralleli” al di là della supervisione americana per paralizzare le sanzioni Usa e favorire l’internazionalizzazione del renmimbi quale mezzo di pagamento alternativo al dollaro lungo le nuove vie della seta.

Tuttavia, glisforzi di UeRussia e Cina di sottrarsi alle sanzioni americane, anche incentivando l’uso di valute digitali sostenute dalle banche centrali (CDBC) o di criptovalute che escludono intermediari ed autorità finanziarie (banche e governi) dalle transazioni, scontano, aldilà di ostacoli tecnici come l’estrema volatilità delle criptovalute, limiti geopolitici.

Le radici dell’egemonia finanziaria Usa

Da oltre tre quarti di secolo gli Stati Uniti hanno costituito il perno del sistema commerciale, finanziario, spionistico e securitario del blocco occidentale. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991), Washington ha potuto estendere il proprio dominio a livello planetario dando il là alla globalizzazione, radicata su un’assoluta supremazia militare, causa profonda dell’egemonia finanziaria americana (Washington Consensus).

Questa è sostenuta da due fattori strategici.

Primo, il ruolo di compratore di ultima istanza di Washington che, dal centro del sistema commerciale globale, importa scientificamente più di quanto esporta per creare dipendenza strategica tra sé e la rete di satelliti, contribuendo alla diffusione della propria moneta e alla profondità e liquidità del mercato americano. Chi vive di sole esportazioni come la Cina non può dominare il mondo.

Altrimenti, oggi dovrebbe essere lo yuan a fondare un Beijing Consensus, dal momento che Pechino ha superato Washington quale primo partner commerciale della maggioranza delle nazioni del mondo. Così, le esportazioni Usa rappresentano solo il 10% circa di quelle globali, eppure quasi il 40% di quest’ultime sono regolate in dollari, mentre lo yuan copre meno del 2% delle transazioni planetarie (carte 1 e 2). 

Secondo e condizione del primo fattore, lo strapotere talassocratico americano, la sua esclusiva capacità di controllare la sicurezza delle linee di comunicazione marittima (SLOCs) attraverso le quali scorrono oltre il 90% dei flussi globali di commerci e dati.

Assicurazione della stabilità del sistema politico-istituzionale domestico da minacce esogene, che attira la fiducia degli investitori internazionali. Garanzia ultima del sistema finanziario disegnato a Bretton Woods nel 1944, fondato sul “signoraggio del dollaro”. 

Strumento dell’imperium, unità di misura predominante degli scambi internazionali, valuta di riserva e veicolo di pagamento globale – quasi il 60% delle riserve estere valutarie globali (carta 3) sono denominate in dollari (seppur in calo rispetto al 70% di fine secolo), il 20,5% in euro e solo il 2,6% in renmimbi.

Conclusioni

La posizione centrale nel sistema egemonico globale consente agli Usa di armare le interdipendenze della globalizzazione, utilizzando la propria divisa imperiale come mezzo tattico o strategico per esercitare diverse forme d’influenza e di coercizione non cinetica, meno costosa in termini di risorse umane e materiali rispetto all’uso della forza militare (in ossequio alla dottrina dello smart power).

Questo status permette inoltre agli Usa il lusso di non incorrere, a differenza dei satelliti, in limiti fiscali e valutari e di ottenere un continuo credito con il quale finanziare a debito il mantenimento dell’impero piazzando sui mercati i Treasures, di cui la Cina, principale sfidante dell’egemonia Usa, è secondo compratore mondiale, dietro al Giappone.

Sin quando l’Impero di Mezzo non sarà in grado di mettere in discussione i due fattori sopracitati, trasformando il suo sistema economico da export-driven a import-driven (impossibile con una popolazione che invecchia rapidamenteperché tendente a risparmiare piuttosto che a consumare), quindi balcanizzando la globalizzazione americana acquisendo il controllo quantomeno dei Mari Cinesi e dei choke points che ne abilitano o ne occludono l’accesso lungo la prima catena di isole, Pechino non riuscirà a scalfire l’egemonia economico-finanziaria del rivale e la Pax Americanadalla quale continua a dipendere per il suo benessere e quindi per la sua stabilità politico-sociale.


[1] Una lista di oltre 2.000 individui ed entità provenienti da diversi paesi, principalmente Iran (68%), Corea del Nord (22%), Russia (5%) e Cina (2%). 

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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