IL PAPA, L’ONU E LA CRISI BIRMANA

Fonte Immagine: https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2021-04/myanmar-allarme-onu-si-rischia-guerra-civile.html

Nel corso dell’Angelus dello scorso tre ottobre, il Papa ha lanciato un accorato augurio alla popolazione del suo “amato” Myanmar; come accadde per i rohingya nel 2017, questo nuovo appello si dimostra nuovamente sintomo di una comunità internazionale incapace di agire di fronte alla crisi.

Domenica 3 ottobre, nel corso dell’Angelus (preghiera cattolica rivolta periodicamente alla Vergine Maria),papa Francesco ha deciso di menzionare quella che lui stesso definisce “l’amata terra del Myanmar” auspicandosi il ritorno di pace e stabilità nella regione a seguito del colpo di Stato avvenuto il primo febbraio di quest’anno.

La notizia, di per sé non particolarmente degna di nota, è stata riportata da diversi quotidiani e testate giornalistiche rivolte tanto alla politica interna quanto a quella estera e pare pertanto lecito domandarsi il motivo di suddetto interesse.

Sebbene infatti il papa rappresenti per numerosi individui e istituzioni un “semplice” leader spirituale, è bene ricordare che nel contesto internazionale egli svolge anche un ruolo di capo di Stato all’interno del territorio vaticano, le cui dichiarazioni ufficiali possono influenzare in maniera più o meno significativa il complesso quadro geopolitico mondiale.

L’appello sopramenzionato ha riportato di fatti alla memoria di molti osservatori la visita del Pontefice in Myanmar avvenuta nel novembre 2017 a seguito della stipula da parte dei due Stati di accordi bilaterali e il conseguentemente mutuo riconoscimento fra gli stessi.

Nel corso di diversi incontri reciproci avviati nel maggio dello stesso anno, Bergoglio aveva incontrato l’allora leader de facto birmana e Nobel per la pace Aung San Suu Kyi scatenando al tempo alcune polemiche relative alla delicata questione della popolazione rohingya, vittima ieri come oggi di pesanti discriminazioni sociali e politiche dai risvolti estremamente violenti.

Senza entrare approfonditamente nel merito della questione, alcuni ricorderanno come Bergoglio fu invitato, in maniera esplicita e dai toni piuttosto perentori, a non nominare la minoranza musulmana di cui sopra durante gli incontri ufficiali con le autorità birmane.

Pertanto, in occasione dei viaggi di Stato avvenuti nel 2017, Papa Francesco si limitò a invitare lo Stato di Aung San Suu Kyi a perseguire una politica di pace nel rispetto di ogni gruppo etnico e della sua identità. Parole più precise e dirette furono, successivamente, rivolte direttamente ai rohingya nel corso della visita papale in Bangladesh; senza dimenticare che lo stesso pontefice si era rivolto in precedenza alla comunità musulmana in questione anche nel febbraio dello stesso anno rivolgendo parole di conforto ai suoi “fratelli” sud asiatici.

Sebbene le recenti parole del capo della Chiesa cattolica si riferiscano più in generale all’intera popolazione birmana vittima della situazione di conflitto venutasi a creare a seguito del golpe militare del primo febbraio 2021, il fatto stesso che una figura quale quella del pontefice abbia sentito nuovamente la necessità di esprimersi ufficialmente sulla questione birmana (di cui le discriminazioni ai danni dei rohingya rimangono centrali nel discorso internazionale) ha messo in luce un problema di cui diverse organizzazioni umanitarie e difensori dei diritti umani parlano da tempo; ovvero l’incapacità, anche da parte di eminenti leader stranieri, di occuparsi in maniera adeguata della popolazione birmana in generale (e rohingya in particolare) in tale escalation di violenze.

L’attacco più duro, rivolto direttamente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, arriva sicuramente dal vicepresidente regionale di Amnesty International, Ming Yu Hah, il quale (come riportato dall’ANSA – 27 marzo 2021) ha criticato la presenza costante di un’inazione internazionale che ignora le sofferenze di un popolo ormai completamente stravolto da continui disordini politici, sociali ed economici.

Nel corso della ventinovesima sessione speciale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, gli stati membri della comunità internazionale hanno timidamente tentato di approcciare la questione tramite l’approvazione unanime (e senza voto) di una risoluzione presentata dall’Unione Europea e dal Regno Unito.

Tale risoluzione mirerebbe a convincere la giunta militare birmana a rilasciare i membri civili del governo sottoposti agli arresti domiciliari, tra i quali Suu Kyi, e a porre fine alla repressione violenta dei manifestanti contrari al colpo di Stato. La risoluzione è stata tuttavia ritenuta “inaccettabile” da parte dell’inviato birmano, mentre Russia e Cina si sono dissociate dal consensus; e a oggi la situazione parrebbe infatti invariata.

Alla suddetta sessione aveva preso parte anche l’arcivescovo Ivan Jurkovič, il rappresentante vaticano all’ONU, il quale aveva tenuto a ribadire come la Santa Sede abbia a cuore lo Stato del Myanmar sin dalle visite papali del 2017 e a esprimere solidarietà alle popolazioni colpite dalla crisi politica. A tali parole avevano poi fatto seguito quelle del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, che nel corso della settantaseiesima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso di lanciare un generale appello di cessate il fuoco globale.

Tali prese di posizione da parte della Nazioni Unite (di cui la Santa Sede ha accesso ai lavori in qualità di Osservatore Permanente di Stato non membro) parrebbero tuttavia aver inasprito il clima di tensione in quanto solo la settimana scorsa la giunta militare birmana ha criticato l’ONU per aver dato sostegno e riconosciuto il Governo di unità nazionale (Gun): la forza governativa che si oppone appunto all’instaurazione del governo militare e che lo scorso settembre aveva apertamente invitato la stessa popolazione a ribellarsi aumentando così gli scontri tra l’esercito e le milizie etniche a sostegno del governo democratico.

A ciò si aggiunge il fatto che nessun aiuto umanitario davvero risolutivo sia arrivato in sostegno della popolazione civile, e tantomeno delle minoranze come i rohingya, i quali in quanto apolidi si trovano in una situazione se possibile ancora più rischiosa. Secondo AsiaNews, l’ONU non è infatti ancora riuscita a raggiungere nemmeno la metà dei fondi necessari a porre un freno alla crisi umanitaria in atto nello stato sud asiatico.

In altre parole, nemmeno la figura del papa, mero specchio in questo caso di una comunità internazionale sempre più immobile, è riuscita a prestare un aiuto valido alle vittime di violenza in Myanmar, mentre i rohingya vengono sempre più dimenticati.

Martina Usai

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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