ATTENTATI TERRORISTICI IN ITALIA: CASO FORTUITO O ECCELLENTE SISTEMA DI PREVENZIONE?

Il mancato avvenimento di attentati terroristici di matrice islamica in Italia sembrerebbe puro caso, o come sostengono i più, scelta ben ponderata dalla posizione strategica che l’Italia ha in Europa. Eppure non sono mancati messaggi intimidatori negli scorsi anni da parte dello Stato Islamico. Dunque è stata davvero solo fortuna o le strategie e forze di sicurezza italiane sono tanto eccelse da poter contrastare adeguatamente la minaccia ed essere così invidiate dall’Europa intera? 

Le nuove frontiere del terrorismo

A partire dall’11 settembre 2001 la visione della minaccia terroristica nel mondo ha assunto una dimensione transfrontaliera. Quello che prima veniva percepito come qualcosa di lontano, da quel giorno ha iniziato a riguardare anche i paesi occidentali.

Sebbene le grandi potenze mondiali non abbiano previsto le conseguenze della globalizzazione, questa ha particolarmente favorito le organizzazioni terroristiche. Difatti, ad una modernizzazione delle tecniche utilizzate dai terroristi corrispondeva una legislazione poco esaustiva e ancora molto frammentaria.

Inoltre, la costituzione del cyberspazio ha portato i terroristi ad espandere i loro ambiti di proliferazione, rendendo così ancor più semplice il reclutamento dei giovani psicologicamente più fragili attraverso la diffusione di materiale d’indottrinamento e addestramento, attraverso siti web dediti alla propaganda fondamentalista. 

L’esperienza italiana

Sono diverse le nazioni europee che nel corso degli ultimi anni hanno dovuto fronteggiare una minaccia in parte inaspettata, come la Francia, vittima nel 2015 di un gravissimo attentato costato la vita a centinaia di persone.

Dunque, alla luce di questi episodi, molti hanno iniziato a domandarsi se il fatto che l’Italia venga “risparmiata” possa considerarsi semplice casualità, scelta ben definita o se invece l’assenza di attentati sia dovuta ad un forte sistema di monitoraggio e di difesa che ha permesso il contrasto attivo della minaccia.

A differenza degli altri paesi europei, è da sottolineare che l’esperienza italiana nella lotta al terrorismo, sia maturata nel corso di moltissimi decenni a partire dagli Anni di piombo, in cui il nostro paese è stato bersaglio di diversi attentati terroristici di matrice politica, da parte di gruppi estremisti di destra e di sinistra.

Il nostro paese è il solo paese europeo insieme all’Irlanda del Nord e ai Paesi Baschi ad aver avuto una sì lunga esperienza di contrasto al terrorismo interno. Innanzitutto, il primo problema a cui l’Italia ha dovuto far fronte è stato di carattere semantico: difatti, nell’ordinamento giuridico italiano non si ebbe alcuna chiara definizione del termine fino al 1978, anno dell’attentato ad Aldo Moro.

Fu inserito così all’interno del Codice penale l’articolo 289 bis che riporta “chiunque,  per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, sequestra una persona è punito con la reclusione da venticinque a trent’anni”. 

Politiche e attività di contrasto

L’eccellenza del sistema italiano nel contrasto si snoda su due fronti: prevenzione e repressione. La prima riguarda principalmente il monitoraggio degli ambienti più sensibili dove sono maggiori le possibilità di radicalizzazione e reclutamento come i quartieri periferici delle città e le carceri.

Le scienze sociali giocano un ruolo chiave in questo senso; servono per comprendere il processo di radicalizzazione ed i meccanismi socio-cognitivi che inducono un determinato soggetto a compiere azioni di questo tipo. Su queste basi, nel 2017 presso il Dipartimento delle libertà civili e dell’immigrazione del Ministero dell’Interno, il nostro paese ha istituito il C.R.A.D. ossia il Centro Nazionale sulla Radicalizzazione.

Il Centro si occupa di iniziative e progetti per lo sviluppo di campagne informative per il recupero di soggetti radicalizzati elaborando annualmente un piano che presenta al Consiglio dei ministri. Il fenomeno terroristico di matrice islamica è aggravato anche dalla presenza dei foreign fighters che raggiungono il continente europeo. Insieme al C.R.A.D. un’altra essenziale organizzazione venuta a costituirsi a seguito della strage di Nassirya nel 2003 è il C.A.S.A., il Comitato Analisi Strategica Antiterrorismo.

Si occupa di raccogliere informazioni, analizzarle e se vi fosse la concreta presenza di una minaccia reale, comunica tempestivamente l’analisi raccolta alla polizia e ai carabinieri che ricordiamo essere imprescindibili. Quest’organismo è fondamentale nel settore in quanto individua punti di ritrovo che possono fungere da centri di aggregazione come internet point, piccoli esercizi commerciali e call center e collabora attivamente con le unità europee per consentire uno scambio di dati quanto più completo possibile. 

Da un punto di vista repressivo e legislativo, numerose sono le norme promulgate in materia: si pensi al decreto legge n. 7 del 2015 recante “misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale, nonché proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia” o ancora alla più recente legge n. 153 del 2016che ha modificato il codice penale introducendo tre nuove fattispecie riguardanti principalmente le finanze dei gruppi terroristici.

Infatti, le politiche di contrasto al terrorismo mirano a colpire economicamente le cellule terroristiche, fondi senza i quali non potrebbero operare e a tal proposito, nel 2001, presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze è stato costituito il C.S.F., ossia un Comitato di Sicurezza Finanziaria per fronteggiare problemi di questo tipo. 

Il divario generazionale 

L’ultima questione da analizzare è di tipo antropologico-sociale, ossia le classi di generazioni musulmane presenti in Italia e quelle presenti negli altri paesi europei. In Italia ad oggi, non sono presenti seconde o terze generazioni di musulmani adulti, dunque non esistono enclave musulmane come in Francia o in Belgio, dove si è optato per la costruzione di interi quartieri.

Ed è qui che probabilmente si insedia nei più giovani una condizione di non identificazione con la società e un senso di inadeguatezza che porta li porta a orientare il proprio modello di riferimento verso una corrente radicalizzata ed estremista. È incerto l’evolversi dello scenario italiano ed europeo nei prossimi anni, ma si può certamente sostenere che ad oggi gli strumenti messi a disposizione dall’Italia e dalle sue forze dell’ordine per il contrasto alla minaccia terroristica, si sono rivelati fondamentali e ci sono ottime probabilità che, anche in collaborazione con altre istituzioni europee, possano esserlo anche nel futuro più prossimo.

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