MALI: BAKHANE CHIUDE DOPO 7 ANNI E LA RUSSIA È SEMPRE PIÙ VICINA

Fonte Immagine: Getty Images da BBC

I rapporti tra Francia e Mali si sono fatti sempre più tesi negli ultimi mesi fino ad arrivare, il 5 ottobre scorso, alla convocazione dell’ambasciatore francese a Bamako. La convocazione si è resa inevitabile a seguito di alcune dichiarazione del Presidente Macron sul discorso del Primo ministro maliano Maïga, durante i lavori della 76° Assemblea Generale delle Nazioni Unite. 

Ma come si è arrivati alle tensioni di questi giorni?

Il Mali è attraversato da conflitti e disordini interni dal 2012, anno in cui il Mnla, gruppo ribelle per il raggiungimento dell’autodeterminazione del popolo Tuareg, proclamò unilateralmente l’indipendenza della regione nord del Paese dell’Azawad.

Questo evento, unito alla precedente caduta del governo di Gaddafi in Libia, ha permesso l’ingresso di diversi gruppi jihadisti che ben presto hanno prevaricato la causa del popolo Tuareg a favore del proprio obiettivo: l’imposizione della shari’a sul territorio.

Queste circostanze hanno comportato una sostanziale frattura all’interno del Paese tra il nord, autoproclamatosi indipendente e sotto il controllo dei gruppi indipendentisti tuareg, appoggiati da combattenti jihadisti, e il sud controllato dal governo centrale.

L’allora presidente ad interim Dioncounda Traore ritenne quindi necessario chiedere il supporto militare della Francia per limitare l’avanzata dei ribelli e riportare stabilità e unità nel Paese. 

L’intervento militare francese, denominato Serval, a supporto delle forze armate maliane, ebbe inizio l’11 gennaio 2013. Successivamente, con la firma del cessate il fuoco tra i movimenti di rivolta Tuareg e il governo centrale, con risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite venne attivata la missione di stabilizzazione MINUSMA.

Nello stesso anno fu avviata l’operazione per la formazione dell’esercito maliano sotto l’egida dell’Unione Europea, EUTM, oggi al suo quinto mandato. Dopo più di un anno dal suo inizio Serval venne sostituita il primo agosto 2014 da una nuova missione chiamata Barkhane.

Pur mantenendo l’obiettivo della lotta al terrorismo Barkhane si distingue da Serval per l’estensione a tutta la regione e non più al solo Mali dell’intervento, in cooperazione con l’allora neonato G5 Sahel composto da Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad. Nel 2019, dopo anni di conflitto e una situazione interna ancora lontana dall’essere stabile, il Capo di Stato Maggiore francese promosse, allo scopo di coordinare le risorse militari internazionali per stabilizzare l’area del Sahel, la creazione di una Task Force, chiamata Takuba, lanciata poi ufficialmente il 15 luglio 2020 e a cui prendono parte altri Paesi europei, tra cui l’Italia, con l’obiettivo di offrire formazione e assistenza alle forze armate maliane nella lotta contro il terrorismo.

La nascita della TF Takuba è stata dettata anche dalla necessità francese di diminuire il proprio impegno sul territorio a favore di una maggiore europeizzazione degli interventi nel conflitto in Mali. 

Dopo sette anni dall’inizio di quella che è la più grande missione militare all’estero della Francia il Presidente Macron il 10 giugno scorso ha comunicato la riorganizzazione delle forze francesi impiegate in Sahel, determinando, di fatto, la fine dell’operazione Barkhane a favore di un’operazione di appoggio, di sostegno e di cooperazione agli eserciti dei Paesi della regione che lo desiderano” riconfermando però il proprio impegno all’interno dei lavori di Takuba e EUTM.

La decisione di concludere l’operazione Barkhane arriva in maniera contestuale al malcontento registrato sia tra la popolazione maliana che tra quella francese. In vista, anche, delle prossime elezioni presidenziali che si terranno in Francia ad aprile 2022 aver posto fine ad  una missione non più appoggiata dall’opinione pubblica e arrivata a costare €695 milioni nel 2019 e cifre intono al miliardo di euro nel 2020, nonostante le ingenti spese interne dovute alla gestione della pandemia da Covid-19, potrebbe portare consensi alla campagna elettorale di Macron.

 Le dichiarazioni del Presidente francese, inoltre, sono arrivate poco dopo il secondo colpo di stato militare che ha rovesciato il governo di Bamako in soli 9 mesi. 

L’instabilità nazionale, che caratterizza il Mali dal 2012, infatti, è culminata in un primo colpo di stato guidato dal colonnello Assimi Goïta contro il presidente Ibrahim Boubacar Keïta il 18 agosto 2020, provocando la sospensione del Paese sia dall’Unioni Africana che dall’Ecowas.

L’azione dei militari si è tradotta nella nascita di un governo di transizione con a capo Moctar Ouane, e con le cariche di presidente e vicepresidente di transizione ricoperte rispettivamente da Bah N’Daw e dallo stesso Goïta. Il governo di transizione avrebbe dovuto portare il Paese ad elezioni democratiche a marzo 2022. 

Dopo solo otto mesi, però, il 24 maggio 2021 vi è stato un secondo colpo di stato, guidato ancora una volta da Assimi Goïta scontento delle improvvise modifiche apportate al nuovo governo, tra queste la rimozione del Colonnello Sadio Camara come ministro della sicurezza.

Camara era stato, insieme a Goïta, tra i promotori del golpe contro Keïta poco dopo il suo rientro dalla Russia. La vicinanza di diversi esponenti della giusta militare di fatto al potere con la Russia ha indotto alcuni paesi occidentali a sospettare del coinvolgimento di Mosca.   

Gli interessi e la presenza della Russia nel continente africano sono cresciuti negli ultimi anni, basti pensare che con le proprie esportazioni copre quasi il 40% delle forniture del mercato delle armi in tutto il continente.

Nello specifico i rapporti tra Mosca e Bamako si sono intensificati dal 2019 con la firma di un accordo di cooperazione militare tra i due paesi.

Se è vero che non vi sono prove concrete del diretto coinvolgimento del Cremlino nei diversi cambi di governo del Mali nell’ultimo anno è anche vero che sono diversi gli interessi economici nel paese, a partire dall’opportunità di ottenere concessioni per l’estrazione dell’uranio, nel caso in cui gli studi di esplorazione diano risultati favorevoli, e soprattutto per le miniere d’oro di cui il Mali è ricco, molte delle quali oggi però si trovano sotto il controllo di gruppi jihadisti.   

Inoltre, dopo la decisione della Francia di diminuire il contingente militare in Mali si sono susseguite notizie di una trattativa tra il governo di transizione maliano e l’agenzia di sicurezza russa Wagner Group per l’intervento di paramilitari in supporto all’esercito locale.

Notizie che hanno ulteriormente reso difficili i rapporti tra Mali e Francia.  La conferma di una trattativa è arrivata durante la 76° UNGA, svoltasi a settembre, dove il primo ministro del governo di transizione nel suo discorso ha accusato il governo di Parigi di aver deciso unilateralmente il ritiro di Barkhane abbandonando così il Mali, motivo per cui il governo di Bamako, si è trovato obbligato a iniziare trattative con terzi che potessero colmare il vuoto che sarà lasciato, in tempi e modalità non ancora pubbliche, dall’esercito francese nella lotta al terrorismo.

Lo stesso ministro degli esteri russo Lavrov, pur smentendo un interessamento diretto del proprio governo, a margine dei lavori dell’UNGA ha confermato il contatto tra i rappresentanti dello stato maliano e un’agenzia militare privata russa, senza però nominare esplicitamente la Wagner Group. 

La risposta della Francia a queste dichiarazioni non è tardata ad arrivare. Sia il presidente Macron che la ministra della difesa Florence Parly hanno etichettato come vergognose le accuse di Maïga all’Assemblea Generale sottolineando come l’intervento di mercenari rischia di portare il Mali ad una condizione di isolamento da parte della comunità internazionale e sicuramente ad un’ulteriore rivalutazione della presenza militare francese nel Paese. 

L’accordo tra il Mali e la Wagner Group, che già opera in Libia, Repubblica Centrafricana e Mozambico, prevedrebbe l’arrivo di un migliaio di paramilitari in supporto all’esercito locale, per una cifra mensile superiore ai 9 milioni di euro.

La risposta del Mali alla chiusura dell’operazione Barkhane può quindi portare allo sviluppo di diversi scenari. La Francia potrebbe approfittare dei difficili rapporti degli ultimi mesi con Bamako per rindirizzare i propri sforzi nella regione su altri obiettivi, come per esempio in Niger dove la presenza di gruppi jihadisti è sempre più preponderante, d’altro canto per proteggere i propri interessi dal sempre più possibile intervento della Russia Parigi potrebbe decidere di rafforzare la propria leadership nel Sahel, cercando di assopire quel sentimento anti-francese che si sta diffondendo tra la popolazione.

È certo, ad ogni modo, che le future decisioni della Francia relative al Sahel saranno guidate dalla necessità di guadagnare consensi tra la popolazione in vista dell’appuntamento elettorale di aprile, i cui risultati avranno ricadute anche sui rapporti con il governo maliano. 

Dall’altro lato anche la Russia si trova davanti al dover scegliere che ruolo ricoprire. Considerando i fronti internazionali in cui è già impegnata (Libia, Siria, Crimea) potrebbe decidere di non investire in un intervento massiccio in Mali, così come è stato quello francese fino ad oggi.

Il Cremlino potrebbe anche decidere di approfittare dei difficili rapporti tra Mali e Francia per imporre un’alternativa al modello di cooperazione occidentale, impegnandosi attivamente nella lotta al terrorismo, dando così voce a un sentimento cresciuto negli ultimi anni tra la popolazione russa.

Infine l’instabilità istituzionale di Bamako potrebbe favorire un nuovo slancio alle rivendicazioni dei movimenti indipendentisti Tuareg mai del tutto assopiti in questi anni, riaprendo così lo scontro per il raggiungimento dell’indipendenza.  

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