I PROBLEMI DI GAZA AVVICINANO EGITTO E ISRAELE

Fonte immagine: https://www.nova.news/egitto-israele-colloquio-tra-al-sisi-e-bennett-focus-su-relazioni-bilaterali/

L’incontro diplomatico tra Egitto e Israele ha segnato l’apertura di importanti canali di dialogo e cooperazione. Una soluzione equamente condivisa per la questione Gaza rappresenta uno dei punti di maggior contatto tra i due Paesi. 

L’Egitto si candida al ruolo di mediatore politico-militare, con un messaggio rivolto a Washington.

Lo scorso 13 settembre, il Primo Ministro israeliano, Naftali Bennett, si è incontrato in Egitto con il Presidente Abdel Al-Sisi, nella località di Sharm el-Sheikh. Evento definibile storico, dal momento che l’ultimo incontro ufficiale tra i due Paesi risale al 6 gennaio 2011, quando si incontrarono Netanyahu e Mubarak. 

Nonostante i rapporti tra questi due Paesi siano stati condizionati da tre conflitti geopoliticamente cruciali[1], bisogna ricordare che l’Egitto è stato il primo Paese arabo e riconoscere lo Stato ebraico, nel 1979. I loro rapporti, seppur tendenzialmente freddi con le presidenze di Mubarak e Morsi, hanno visto miglioramenti quando gli interessi in gioco sono diventati comuni. 

L’incontro recente ha fornito un ventaglio di punti interessanti. In ambito bilaterale si è discusso di energia (con il gasdotto nel Mediterraneo orientale), turismo (con il valico di Taba) e della questione palestinese. In ambito regionale si è affrontata la questione iraniana, ritenuta una minaccia da entrambi i Paesi. Inoltre, un tema importante è stata anche la crisi libanese, la quale potrebbe condurre ad instabilità e conflitti sociali. 

Un breve quadro storico 

In questa fase focalizzeremo l’attenzione sugli interessi reciproci legati alla Striscia di Gaza, alla cooperazione securitaria e alle ripercussioni diplomatiche.  

Gerusalemme e Il Cairo condividono le preoccupazioni securitarie concernenti le attività jihadiste di al-Qaeda nel Sinai. La comunanza di interessi si era già tradotta nel 2011, con l’assenso israeliano al dispiegamento di centinaia di soldati egiziani nella penisola, avendo fatto ricorso ad un articolo del trattato di pace del 1979 che ammetteva il riarmo, previo consenso tra le parti.

La cooperazione per la messa in sicurezza dell’area si è ampliata nel 2015, a seguito dell’abbattimento di un aereo passeggeri russo decollato da Sharm el-Sheikh e diretto a San Pietroburgo. Da quell’anno, si sono susseguiti nella penisola raid da parte di droni, elicotteri e caccia israeliani con il placet dei vertici egiziani[2].

Ad accrescere le sfide concernenti le rispettive incolumità nazionali sono stati gli eventi susseguitisi al confine, a Gaza. 

Dopo la vittoria dell’organizzazione politico-militare islamista Hamas alle elezioni legislative del 2006, la concomitanza fra i timori per il rafforzamento della Fratellanza musulmana al proprio interno e la preoccupazione per la presenza di una forza islamista alle frontiere, costrinsero l’Egitto a schierarsi politicamente. 

Premesse la volontà di mantenere saldo l’asse Washington-Gerusalemme e la vicinanza al blocco sunnita a guida saudita, la situazione spinse l’Egitto a sostenere l’assedio della Striscia di Gaza perpetrato dallo Stato ebraico[3]. Il Cairo trasferì la propria ambasciata da Gaza in Cisgiordania e chiuse il valico transfrontaliero di Rafah, rendendo di fatto impossibile l’ingresso di beni in un territorio abitato da 1,5 milioni di persone. 

La mediazione egiziana

Una delle fasi più delicate dell’intervento egiziano è stata nel maggio 2021, quando le delegazioni di Fatah e Hamas sono state accolte al Cairo per discutere con funzionari egiziani di una serie di questioni. Tra queste, un’iniziativa volta a promuovere la riconciliazione interna palestinese e i modi per consolidare la tregua, avvenuta pochi giorni più tardi. 

Il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, giunse nella capitale egiziana a giugno, dopo aver ricevuto l’invito da parte del Cairo, nell’intento di rilanciare il processo di pace tra israeliani e palestinesi. 

A sottolineare il peso diplomatico dell’Egitto fu anche l’accoglienza di una delegazione delle Brigate al-Qassam, braccio militare di Hamas. In quel caso si parlò del rilascio dei prigionieri da ambo le parti, argomento di caratura internazionale e nel quale, solitamente, ci si appella alle Nazioni Unite. Questo, senza dubbio, è un episodio che sottolinea l’importanza di dialoghi regionali nel risolvere questioni delle quali la comunità internazionale non può avere pienamente controllo, per motivi di prossimità politica e geografica. 

In quel contesto, fonti palestinesi dichiararono ad al-Arabiya che le loro urgenze riguardavano la ricostruzione dell’enclave, lo scambio di prigionieri e lo status dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Walid Al-Awad, membro dell’Ufficio politico del Partito popolare palestinese, aggiunse che tali temi non andavano legati a questioni strettamente politiche, come la riconciliazione e le elezioni che si sarebbero dovute tenere. 

Dopo aver mediato per il cessate il fuoco di maggio, oggi Al-Sisi si propone come punto di riferimento delle trattative per arrivare ad una tregua duratura tra Hamas e Israele. Quest’ultimo, secondo quanto riferisce il suo Ministro degli Esteri Lapid, ha presentato un piano economico volto a ricostruire la Striscia, in cambio del disarmo delle fazioni armate palestinesi

Oggi il governo israeliano chiede che il Cairo controlli in modo stringente cosa entra dal valico di Rafah tra l’Egitto e Gaza, al fine di prevenire il contrabbando di materiali che possono consentire ad Hamas di ricostruire le sue capacità militari. 

L’Egitto ha l’intenzione di accogliere con astuzia geopolitica l’assist fornitogli da Israele. Questo avverrebbe per due motivi principali: il primo riguarda le preoccupazioni derivanti da sconfinamenti terroristici provenienti da Gaza. Il secondo riguarda il vantaggio strategico e diplomatico che conquisterebbe l’Egitto nel ritagliarsi un ruolo da mediatore in un’area così calda. Ciò significherebbe avere un canale diplomatico privilegiato anche per eventuali trattative future, che possa arrivare fino a Washington, il reale punto di arrivo desiderato dall’Egitto. 

La posizione israeliana 

Nonostante quanto premesso, però, il processo di un reale e concreto cambiamento verso un periodo disteso resta complicato. 

Poche settimane fa Bennett aveva riaffermato la sua netta opposizione alla creazione di uno stato palestinese, aggiungendo di “non vedere all’orizzonte alcuna svolta politica” con i palestinesi[4].

Per il Premier israeliano, leader del partito della destra ebraica Yamina, se il conflitto non può essere risolto, comunque si può “ridurne la portata dell’attrito”.

Bennett è stato categorico e con il contributo del suo braccio destro, la ministra dell’Interno Ayelet Shaked, ha ribadito in più occasioni di non avere intenzione di incontrare Abu Mazen (Presidente dell’OLP). Il motivo è l’accusa verso Abu Mazen di aver portato Israele di fronte alla Corte penale internazionale. Bennet ha rimarcato che per lo Stato di Palestina non c’è posto accanto allo Stato ebraico. 

Dall’altro lato, quello volto più al pragmatismo e meno alle questioni interne, il suo governo ha già approvato permessi di lavoro per i palestinesi in Israele, autorizzazioni edilizie per i palestinesi in Cisgiordania e permessi di residenza per migliaia di persone.

È qui che convergono i dialoghi israelo-egiziani: la spirale di criticità di Gaza, economica e sociale, desta preoccupazione. Il Cairo ha cercato di realizzare un piano di ricostruzione che ha incontrato molti ostacoli da parte del movimento di Hamas che controlla la Striscia, da sempre su posizioni più intransigenti e oltranziste. 

Durante l’incontro istituzionale, Bennett ha dichiarato che lo scopo della visita è quello di creare “una base per legami profondi in futuro” tra Egitto e Israele.

Il Premier ha aggiunto che i colloqui hanno affrontato “una serie di questioni in ambito diplomatico, di sicurezza ed economico” e “modi per approfondire i legami e rafforzare gli interessi dei nostri Paesi”. A testimoniare le reciproca soddisfazione vi è una dichiarazione dell’ufficio di Bennet, riportando che il Premier ha elogiato il “ruolo significativo” dell’Egitto nel portare sicurezza nella Striscia di Gaza “e nel trovare una soluzione alla questione dei prigionieri israeliani, come riportato da France24.

Possibili scenari futuri

Secondo quanto emerso dall’analisi e dalle dichiarazioni degli attori interessati, non siamo prossimi ad una pacificazione stabile e duratura. Possiamo affermare, però, come la deterrenza diplomatica (ossia quello che, ad oggi, sta rappresentando l’Egitto) sia una strada interessante da valutare. 

Fino ad oggi la comunità internazionale ha sostenuto un approccio di forte stampo ideologico, trovando prevedibilmente, opposizioni dure ed intransigenti. 

Il possibile nuovo dialogo tra Egitto e Israele, volto al pragmatismo, si candida a disincentivare nuove minacce militari nell’area. 


[1] Guerra arabo-israeliana del 1948, Guerra dei sei giorni del 1967 e Guerra del Kippur del 1973. 

[2] Balduzzi A., “Ex nemici, sempre necessari: storia dei rapporti Israele-Egitto”. Limes online, aprile 2021. 

[3] Ibidem

[4] De Luca A., “Egitto-Israele: pragmatismo al vertice”. ISPI, settembre 2021. 

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