UNA LETTURA DEL NUOVO GOVERNO IN TUNISIA TRA BUONI PROPOSITI E LIMITI STRUTTURALI

Prende finalmente forma il nuovo governo tunisino annunciato, durante la cerimonia di giuramento davanti al presidente Kais Saied, dalla premier Najla Bouden. 

Si tratta di 24 ministri e un sottosegretario agli Affari Esteri. La nomina dei ministri è avvenuta con decreto presidenziale e non è stata sottoposta al voto di fiducia in quanto il Parlamento è ancora sospeso.

Il 25 luglio infatti il presidente Kais Saied ha assunto di fatto i pieni poteri scatenando una vera e propria crisi istituzionale. 

Chi sono i membri della nuova squadra di governo.

Najla Bouden è stata incaricata, il 29 settembre, dal Presidente di formare un nuovo governo ai sensi dell’art.16 del decreto presidenziale 117 relativo alle misure eccezionali. Secondo il decreto 117 del 22 Settembre infatti “il potere esecutivo è esercitato dal Presidente della Repubblica assistito da un governo guidato da un capo di governo”.

La notizia è rimbalzata immediatamente su tutti media in quanto è la prima volta che una donna viene nominata premier nel mondo arabo. 

Il nuovo governo è composto da 24 ministri, tra cui 8 donne, e un sottosegretario agli Affari Esteri. Tra i nomi, riportati dal sito Tunisienumerique.com, emergono: Najla Jaffel, al ministero della Giustizia; Imed Memich alla Difesa, Sarah Zaafrani al ministero delle Infrastrutture; Neil Nouira Ghandri al ministero dell’Industria. Resta invariata la guida del ministero degli Affari Esteri, Migrazione e Tunisini all’estero assegnato a Othamen Jerandi, e torna nella squadra di governo Taoufik Charfeddine come ministro dell’Interno. 

Charfeddine, che era stato esonerato lo scorso gennaio, è uno dei fidati del presidente Saied e nel 2019 si era occupato della campagna elettorale a Sousse.  

Tra le donne emerge Aida Hamdi scelta come Segretario di Stato per gli Affari Esteri. 

Secondo le dichiarazioni del Presidente, l’obiettivo del nuovo governo tunisino è “ripristinare la fiducia dei cittadini nello Stato tunisino e nei Paesi esteri”. Inoltre presentando la sua agenda ha affermato che “competenza ed esperienza saranno le chiavi per raggiungere questi obiettivi e migliorare l’efficienza del lavoro delle istituzioni pubbliche” e sarà data “grande importanza” alla ripresa economica e al miglioramento della qualità della vita dei cittadini.  

Come interpretare il nuovo governo?

Se da un lato si notano nel nuovo governo alcuni fedelissimi del Presidente, dall’altro emergono volti nuovi soprattutto appartenenti al mondo accademico.  Come si apprende dalle dichiarazioni rilasciate da Fadil Aliriza, caporedattore di Meshkal, infatti, molti sono docenti universitari, mentre altri avvocati o giudici. 

Tuttavia questo “cambio di outfit”, accompagnato dalla presenza di una donna alla guida del governo, viene osservato con diffidenza dalle opposizioni, e dagli esperti del Paese, che lo definiscono solo un modo per dare un’aurea democratica al Paese dopo gli avvenimenti del 25 luglio. 

Nei fatti, l’entusiasmo sulla notizia della nomina di Najla Bouden deve essere contenuto in quanto il potere esecutivo è stato trasferito al Presidente e i poteri del premier saranno molto limitati. 

Potrebbe non essere un caso infatti che la Bouden sia una geologa senza esperienza politica. La scelta di non dare l’incarico a un politico di professione potrebbe nascere proprio dalla volontà del Presidente di non essere ostacolato lungo il suo percorso politico. Se fosse davvero così la scelta di una donna al governo non avrebbe alcun peso sul piano democratico in quanto si tradurrebbe in una mera scelta “di facciata”. 

Il processo di transizione democratica tunisino dal 2011 a oggi. 

La Tunisia del resto ha goduto, in questi anni, del titolo di pioniere del processo di transizione democratica in Nord Africa dopo gli avvenimenti del 2011, l’anno della “Primavera araba”. 

Un’evoluzione democratica, tuttavia, a tratti faticosa e che ha incontrato non pochi ostacoli strutturali tra cui la mancata istituzione della Corte costituzionale che, secondo l’art. 148 della Costituzione del 2014, doveva avvenire entro 12 mesi dall’elezione del nuovo Governo.

Il ritardo nel portare al termine il progetto istituzionale ha avuto non poche conseguenze sullo Stato di diritto. L’assenza della Corte costituzionale ha permesso la sopravvivenza di numerose leggi contrastanti con la Costituzione. 

È il caso dell’art.128 del codice penale attraverso cui è stato possibile perseguire i pubblici ufficiali per reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni condannandoli, in assenza di prove, anche a due anni di reclusione. Un altro esempio è l’articolo 67 del codice penale, che punisce chiunque sia considerato colpevole di aver “insultato il capo dello stato” con tre anni di carcere, che comprime la libertà di espressione. Tra le norme più discusse troviamo, inoltre, l’art. 230 cc che criminalizza la sodomia e i rapporti omossessuali consenzienti.

La debolezza dello Stato di diritto si è chiaramente riversata sul piano politico-sociale svuotando, in un certo senso, i progressi che il Paese ha compiuto.

Basta pensare che, nel 2020, il Democracy Index in Tunisia era di 6,59 punti (in una scala da 0 a 10). Il Paese era stato classificato come una “flawed democracy”, al pari di altri Paesi come gli Stati Uniti d’America (7,92) o l’Italia (7,74). Nella classifica mondiale, su 165 Stati, inoltre, si era classificata al 54˚ posto. Un dato significativo se consideriamo che nel 2008 l’indice era del 2,96. 

Un processo di transizione quindi che non può essere del tutto negato ma la cui volubilità è probabilmente venuta fuori in seguito alla crisi causata dalla Pandemia. 

Il sospetto è che adesso Kais Saied intenda portare avanti il suo piano politico sfruttando la reputazione guadagnata in questi anni dai suoi predecessori e affidandosi al detto “Fatti la nomina e vai a dormire”.

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY

IL REGNO UNITO METTE AL BANDO HAMAS

Hamas per il Regno Unito diventerà un’organizzazione terroristica; il provvedimento potrebbe essere un duro colpoper la resistenza palestinese