NUOVO SCIOPERO DELLA FAME, NUOVE PERPLESSITA’ SULLE MISURE DETENTIVE ISRAELIANE

Fonte Immagine: Issam Rimawi - Anadolu Agency

Nelle carceri israeliane è nuovamente sciopero della fame. Il movimento per il Jihad Islamico, con il sostegno di altre fazioni, decide di resistere collettivamente così, alle leggi sull’amministrazione delle prigioni.

Duecentocinquanta (dei circa 400) prigionieri appartenenti al Movimento per il Jihad Islamico in Palestina (PIJ), in carcere in Israele, hanno iniziato mercoledì un nuovo e vigoroso sciopero della fame collettivo, che entro una settimana dovrebbe estendersi anche a sciopero della sete per almeno 100 di loro.

Secondo il Palestinian Prisoners Club, organizzazione rappresentante prigionieri ed ex prigionieri palestinesi in Israele, il nuovo sciopero servirebbe a protestare contro l’isolamento imposto ai membri del gruppo del Jihad Islamico ricatturati durante l’operazione Gilboa.

A seguito infatti, dell’evasione di 6 prigionieri palestinesi dalla struttura di massima sicurezza di Gilboa, e ricattura degli stessi entro due settimane dalla fuga, il sistema di sicurezza israeliano ha deciso di intervenire separando i membri del gruppo e imponendo loro misure di sicurezza molto rigide, come l’isolamento forzato e il trasferimento presso diverse strutture dislocate su tutto il territorio.

L’operazione Gilboa ha visto coinvolti cinque membri del Jihad Islamico in Palestina e un membro di Fatah, anch’essa inclusa nello sciopero insieme ad altre fazioni supportanti la protesta e partecipanti al “programma di lotta” contro l’azione dell’amministrazione carceraria israeliana, avviato dalle diverse fazioni palestinesi unite.

Secondo fonti israeliane, che hanno riconosciuto le nuove tensioni scoppiate in questi giorni, i membri del Jihad Islamico non sarebbero stati isolati, bensì mescolati con la popolazione generale e separati dai propri “colleghi” per motivi di sicurezza.

Quello dello sciopero della fame non è certamente uno strumento nuovo, moltissimi sono stati i tentativi più o meno riusciti da parte dei gruppi di prigionieri palestinesi per ottenere nuove concessioni da parte delle autorità israeliane e per resistere all’occupazione in questo modo.

Mohammed Al-Ardah per esempio, anch’esso membro PIJ, evaso e poi ricatturato durante l’operazione Gilboa, aveva già iniziato il suo sciopero il 4 ottobre, a seguito del suo trasferimento e isolamento presso la prigione di Ashkelon. 

Allo stesso modo, la preoccupazione per i moltissimi prigionieri palestinesi che utilizzano gli scioperi della fame e della sete, o ancora delle “cure”, è stata espressa di recente anche dal Comitato Internazionale di Croce Rossa. Il medesimo ha pubblicamente esternato i suoi timori per il deterioramento recente delle condizioni fisiche di alcuni celebri detenuti palestinesi come Kayed Nammoura, detto Al-Fusfous, il quale si rifiuta di mangiare da oltre 80 giorni.

Quello dell’isolamento dei membri del Jihad Islamico è solo l’ultimo dei motivi che hanno spinto e ancora spingono i prigionieri palestinesi alla resistenza in forma di sciopero della fame. Situazioni come quella che si sta palesando in questi giorni sono più frequenti di quanto immaginato, così come le concessioni ottenute tramite azione collettiva dai detenuti.

Molte delle proteste di massa, nei confronti del sistema di giustizia israeliano, si concentrano attorno a quella che è conosciuta come “administrative detention”, ovvero la politica che permette alle autorità israeliane di prolungare la detenzione di un prigioniero senza accusa o processo.

Tale pratica, ampiamente criticata e condannata in seno OHCHR, consiste in vere e proprie incarcerazioni senza processo o accusa, compiute presumendo (e prevenendo secondo Israele) l’intenzione da parte di una persona di commettere offese pianificate preventivamente. Si tratta di una policy che non ha limiti di tempo, basata su prove non rivelate agli accusati.

Questa misura, molto praticata in Israele, coinvolgerebbe ad oggi almeno 520 detenuti dei 4850 prigionieri palestinesi e lo farebbe per periodi di tempo medio-lunghi. Nonostante i tribunali, inoltre, confermino la maggior parte degli ordini preventivi di carcerazione, si tratta di una misura molto criticata, contro le cui accuse “segrete” i detenuti non possono montare alcuna difesa.

Non esistono dati reali sull’efficacia di metodi non convenzionali come lo sciopero della fame, né tantomeno certezze che le autorità israeliane prenderanno sul serio le nuove richieste, certo è che il sistema di giustizia israeliano e le pratiche detentive controverse sono costante oggetto di protesta da parte, non solo di organizzazioni militanti come il PIJ, ma anche a livello internazionale e necessiterebbero di un cambiamento efficace. 

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