L’OMBRA DEL TERRORISMO IN SUDAN

Fonte Immagine: : https://www.aa.com.tr/en/africa/sudan-army-foils-coup-attempt/2370205

A una settimana di distanza dalla notizia di un tentato colpo di Stato nei confronti della leadership a capo del Consiglio Sovrano del Sudan, il 28 settembre scorso a sud di Khartoum è stata scoperta una cellula terroristicaaffiliata allo Stato Islamico (IS) e attiva sul territorio, che getta ulteriori ombre sulla stabilità del Paese, nel quale è in corso una difficile transizione politica dal 2019. Tuttavia, la presenza jihadista non è recente nel Paese, se si pensa che lo stesso ha fatto parte della lista statunitense degli Stati sponsor del terrorismo per circa ventisette anni. 

Origini, sviluppi e conseguenze della presenza jihadista in Sudan

La prima forma di fondamentalismo di matrice islamica e jihadismo[1] si può individuare sul territorio sudanese a partire dal periodo dell’amministrazione ottomano-egiziana alla fine del XIX secolo, contro cui il movimento mahdista di Muhammad Ahmad, conosciuto come il mahdi (o guida spirituale), proclamò il primo jihad, inteso in questo caso come impegno armato. 

Avviò una politica di reclutamento nelle regioni meridionali della provincia sudanese basata su un ritorno all’Islam più puro, utile alla formazione di un esercito da contrapporre a quello ottomano-egiziano, attraverso cui il mahdi riconquistò parte del territorio e costituì il primo governo “indipendente”, fondato sulla sharī‛a con capitale Omdurman (1883).

Tuttavia, dopo una resistenza di oltre quindici anni, all’inizio del XX secolo il movimento mahdista risultò sconfitto dall’esercito anglo-egiziano e pertanto, venne ridotto in piccole cellule e riformato, divenendo la prima organizzazione religiosa di ordine sufita legata ufficialmente alla Fratellanza Musulmana egiziana (al-Ikhwan al-Muslimin). 

Dopo il raggiungimento dell’indipendenza nel 1956, Hassan Al-Turabi, studente di legge alla Khartoum University, si distinse come portavoce di al-Ikhwan al-Muslimin nel Paese e mobilitò numerosi studenti per cause di ragione politica, quale ad esempio il sovvertimento del regime militare di Abbud.

Alla caduta di questo regime, nel 1964 fondò il partito politico dell’Islamic Charter Front, che guidò il Paese fino al 1968 insieme a quello della Umma di Sadiq Al-Mahdi, proponendo la costituzione di uno Stato islamico. Tuttavia, il partito di Al-Turabi venne bandito a seguito di un colpo di Stato e del cambio di leadership, e molti degli esponenti trovarono rifugio nei Paesi nordafricani vicini.

Alla fine degli anni Settanta, Al-Turabi tornò in Sudan e fondò un nuovo partito, il National Islamic Front (poi National Congress Party), la cui propaganda interessò anche molti ufficiali dell’esercito nazionale, tra cui Omar Al-Bashir, leader del Paese dal 1989 al 2019.

L’era di Al-Bashir si può considerare il momento di massima espansione del fondamentalismo religioso islamico nel Paese, poiché oltre ad essere stato imposto un sistema giuridico basato esclusivamente sulla sharī‛a, venne anche creato il Popular Arab and Islamic Congress da Al-Turabi stessoche coordinò tutti i movimenti del mondo musulmano, fautori di una rivoluzione islamica in funzione antimperialista.

Il primo congresso del 1991 vide protagonisti diversi esponenti di tali movimenti, accolti in Sudan, molti dei quali poi diventarono attivisti di Al-Qaeda. Pertanto, il Paese si può definire in questo periodo un centro internazionale del terrorismo, in cui i jihadisti poterono ottenere addestramenti militari, rifugio per diversi anni, come nel caso di Osama Bin Laden, e avviare attività preposte al finanziamento e organizzazione di azioni terroristiche, quali l’attentato nei confronti di Mubarak (1995) e alle ambasciate americane di Dar al-Salam e Nairobi (1998).

Ciò determinò l’inserimento del Sudan nella lista degli Stati sponsor del terrorismo fino a dicembre 2020 e una serie di conseguenze gravi per il Paese, quali assenza di investimenti diretti, impossibilità di partecipare al sistema economico globale e di ricevere assistenza da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale per circa ventisette anni.

La situazione attuale nel Paese 

Alla fine dello scorso anno, l’attuale leadership, a guida del governo di transizione fino al 2022, ha deciso di riprendere i rapporti e collaborare con gli Stati Uniti attraverso il pagamento di un risarcimento alle famiglie delle vittime degli attentati in Tanzania e Kenya, avviando una partnership con l’Unione Europea e l’Organizzazione delle Nazioni Unitesul contrasto al finanziamento del terrorismo e discutendo in un recente incontro con la leadership ciadiana circa la sicurezza dei confini, auspicando una riattivazione dell’accordo di cooperazione del 2018, che vede coinvolti anche Libia e Niger.

Sebbene l’ombra del terrorismo sia presente nel Paese da diversi decenni oramai, le politiche, attuate di recente dal governo, seguono alla preoccupazione dovuta alla presenza di una costellazione di cellule affiliate ad Al-Qaeda (AQ) e Islamic State (IS) soprattutto nella regione saheliana. 

Se l’era di Al-Turabi ha avuto di fatto un’importanza fondamentale per le attività terroristiche di Al-Qaedaa partire dal 2012 invece si hanno notizie su proclamazioni di fedeltà da parte di personalità religiose del Paese all’ex califfo dell’IS Al-Baghdadi e sul ritrovamento di corpi di giovani miliziani jihadisti, partiti dal Sudan per i campi di addestramento e combattimento in Iraq e Siria. 

Nel 2019 il Ministro degli Affari Religiosi sudanese ha negato la notizia relativa alla presenza di una cellula IS attiva su territorio nazionale, che invece viene confermata il 28 settembre scorso, a distanza di due anni circa, con l’uccisione di cinque agenti del General Intelligence Service, sulle tracce della stessa organizzazione.

Attualmente, le autorità sudanesi sono in stato di allerta, giacché alcuni dei membri della cellula IS, di nazionalità egiziana, scoperti dalle forze dell’intelligence nazionale, sono fuggiti a seguito dell’incursione del 28 settembre. Per questo motivo le autorità sudanesi hanno richiesto anche la collaborazione dei cittadini nello smantellamento della stessa. 

Tra terrorismo, instabilità e insicurezza

Sia Al-Qaeda sia IS operano in Africa da diversi anni e soprattutto nella zona saheliana attraverso le cellule AQIM (Al Qaeda in the Islamic Maghreb), JNIM (Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin), ISWAP (Islamic State West Africa), ISGS (Islamic State Greater Sahara), IS-SP (Islamic State- Sinai Province), Harakat al-Shabaab Boko Haram.

Esse sono presenti e distribuite prevalentemente in Mali, Burkina Faso, Niger, confine algerino-libico, penisola del Sinai, Nigeria e Somalia, in porzioni di territorio rurale e poco soggetto al controllo delle forze di sicurezza, impegnate invece a prestare servizio nelle maggiori città, spesso obiettivo di attentati terroristici. 

Proprio le caratteristiche geografiche principali di molti dei Paesi africani, quali la porosità dei confini e la concentrazione delle principali attività economiche, servizi e controllo nelle zone urbane a danno di quelle periferiche rurali, giocano a favore non solo di gruppi armati ribelli e criminali, ma anche delle stesse organizzazioni terroristiche, che fanno sovente leva su condizioni di disagio socio-economico e frustrazione delle comunità dimenticate dai governi centrali, al fine di ottenere legittimità e rafforzare la propria rete, sovente attraverso il reclutamento di giovani. 

Il Sudan è uno dei Paesi più estesi del continente africano e occupa una posizione strategica, dal momento che i suoi confini toccano l’area nordafricana (Libia ed Egitto), saheliana (Ciad, Repubblica Centrafricana e Sud Sudan) e del Corno d’Africa (Etiopia ed Eritrea), con un accesso diretto sul Mar Rosso di fronte alla costa saudita.

La parte settentrionale del territorio sudanese è prevalentemente desertica e per questo motivo la popolazione e le principali città si concentrano nella parte centro-meridionale del Paese, lungo la costa del Mar Rosso e il fiume Nilo: aree più soggette al controllo delle forze di sicurezza a danno della porosità dei confini soprattutto con Libia, Egitto, Ciad ed Etiopia e quindi delle periferie di Khartoum, spesso centri di insorgenza ribelle e di traffico illecito di armi.

Dal punto di vista politico, economico e sociale il contesto sudanese si presenta attualmente molto fragile, raggiungendo l’ottavo posto su scala mondiale nel Fragile States Index a causa della presenza dei militari al potere, che guidano il governo di transizione insieme ai civili dal 2019, l’incompiuta giustizia di transizione, che avrebbe dovuto portare alla condanna di alcune personalità militari al potere per crimini commessi contro la popolazione, e la crisi economica, che incrementa il tasso di disoccupazione giovanile (80-90%) e che si è aggravata ulteriormente con la pandemia e la recessione globale del 2020. 

La scarsa stabilità del Paese e l’incerto esito della transizione politica in corso sono anche dati dalla mancanza di un fronte civile compatto con obiettivi chiari da contrapporre ai militari al potere, tutte condizioni che spiegano parzialmente anche l’attentato alla vita del Primo Ministro civile Hamdok nel 2020 e il tentato colpo di Stato il 21 settembre scorso.

Certamente, questa serie di condizioni facilita la diffusione di cellule terroristiche sul territorio nazionale, la cui presenza non fa che gettare ulteriori ombre sul futuro del Paese, alimentando le condizioni di incertezza, insicurezza e fragilità, nelle quali versa da anni il popolo sudanese. 


[1] Per ulteriori approfondimenti, si rinvia a Sudan: a country study, Federal Research Division, Library of Congress, edited by LaVerle Berry, 5aedizione, 2015. 

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