LA CRISI ENERGETICA INDIANA

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Dopo un accenno di ripresa dei consumi, l’India sta fronteggiando una situazione estremamente delicata riguardante le forniture di carbone, materia prima necessaria per produrre energia elettrica, che se non viene risolta potrebbe provocare una grave crisi energetica per il Paese. 

Qualche giorno fa il mercato energetico indiano era stato scosso da un’importante notizia, l’acquisizione da parte dell’Adani Green, società appartenente all’Adani Group, della SB Energy; questa acquisizione iniziata a maggio 2021 si è conclusa proprio la settimana scorsa e ha segnato una sorta di cesura per il settore energetico del Paese in quanto si sono predisposti gli accordi futuri per investire maggiormente sulle fonti di energia rinnovabili.

A distanza di una settimana però la situazione sembra ribaltata perché, a discapito di tutte le buone intenzioni, il governo di Nuova Delhi ha deciso di incrementare le attività di estrazione dei minerali fossili, come il carbone, essendo la materia prima che alimenta circa il 70% delle centrali elettriche indiane.

La decisione del governo Modi arriva a fronte di una fortissima crisi energetica che starebbe attanagliando il settore e che riguarderebbe proprio le riserve di carbone delle centrali elettriche le quali, secondo eminenti fonti, si starebbero esaurendo, rischiando così di lasciare il Paese preda di continui black-out. 

Attualmente, quindi, il mercato dell’energia elettrica e della sua principale fonte di produzione, il carbone, vive un disequilibrio tra domanda e offerta. Quest’ultimo è stato dovuto principalmente a due fattori, il primo è l’ impennata della domanda, provocata dalla ripartenza, che ha fatto segnare nel giro di poco tempo un aumento dei consumi del 17% ed il secondo riguarda il ruolo dell’India come Paese importatore e produttore di carbone, alla luce dell’aumento dei prezzi globali del costo di questa materia prima; l’India, infatti, se da un lato è il secondo Paese importatore al mondo di carbone, dall’altro, si classifica al quarto posto tra gli Stati più ricchi di questa materia prima. ù

Notando che l’aumento globale del costo del carbone si era fatto troppo esoso, il mercato interno si è orientato maggiormente sull’utilizzo del carbone indiano, piuttosto che di quello estero, e questo andamento ha incentivato il governo ad investire sui processi di estrazione locali, sui quali purtroppo si sono abbattute le piogge monsoniche, durate più del previsto, che ne hanno ritardato i lavori e quindi i rifornimenti, intaccando tutta la supply chain delle centrali elettriche.

Sulla questione si sono espresse varie personalità eminenti come il Ministro per l’energia, R.K. Singh, che ha ammesso la precarietà della situazione. Del suo stesso avviso sono stati anche il Vivek Jain, che dirige l’Indian Ratings Research, e Zohra Chattrji, che si occupa della Coal Indian Limited, che fornisce il carbone alla quasi totalità del Paese.

Inoltre, tutti e tre hanno ammesso che l’unico modo per evitare crisi energetiche nel breve periodo è quello di tornare a rifornire le riserve di carbone delle centrali elettriche al più presto possibile e questo si traduce in un aumento della produzione e dell’estrazione di questo combustile fossile. Infine, in un’ottica di raggiungimento degli obiettivi climatici, ribaditi recentemente a Glasgow durante il vertice di COP26, si pone la questione della de-carbonizzazione delle economie emergenti.

Considerando, di fatti, che anche recentemente la Cina ha deciso di innalzare il livello di estrazione del carbone, si può notare come i sistemi economici di questi Stati siano ancora troppo legati ai vecchi schemi produttivi e poco inclini, per motivazioni strutturali, ad aprirsi a sistemi di produzione alternativi e  più green, minando già dall’inizio questa la conversione e rallentando il conseguimento degli standard voluti dalla Nazioni Unite. 

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