EGITTO. PIÙ CARCERI È LA RISPOSTA DI AL-SISI ALLA STRETTA STATUNITENSE SUGLI AIUTI

Dopo aver annunciato la Prima strategia per i diritti umani, il Presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi ha annunciato l’inaugurazione del più vasto complesso carcerario d’Egitto in “stile statunitense”, in risposta alla stretta degli Stati Uniti e alle condizioni poste sugli aiuti militari.

Nel mese di settembre il Presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi aveva lanciato la Prima strategia per i diritti umani da attuarsi nel quinquennio 2021-2026, un piano per «promuovere e proteggere il diritto all’integrità fisica, libertà personale, esercizio dei diritti politici e libertà di espressione», fondato sui pilastri della «filosofia egiziana basata sulla società».

In quell’occasione Al-Sisi aveva rivolto un monito ai rappresentanti dei governi occidentali presenti, chiarendo che l’Egitto avrebbe rifiutato qualunque “ricetta” o ingerenza esterna. 

Rientra in questo ampio progetto a lungo termine il recente annuncio del Presidente a una tv locale: «stiamo costruendo una prigione in pieno stile americano» e «a queste ne seguiranno altre sette o otto»; «il prigioniero nel complesso sconterà la pena in modo umano; godrà del movimento, della sussistenza, dell’assistenza sanitaria, delle cure umanitarie, culturali e riformatorie».

Il nuovo progetto porterà il numero totale delle carceri in Egitto da 43 a 79, 27 delle quali costruite proprio durante la presidenza di Al-Sisi, ossia dal 2014 a oggi.

L’annuncio del presidente egiziano fa seguito alla decisione statunitense di trattenere 130 milioni dei 300 complessivi di aiuti militari all’Egitto, una riduzione che si manterrà ferma fino a quando il paese non soddisferà i parametri specifici in materia di diritti umani. I 170 milioni erogati sono comunque “vincolati” e potranno essere utilizzati solo per questioni legate alla lotta al terrorismo, alla sicurezza delle frontiere e ai programmi di non proliferazione.

La decisione dell’amministrazione Biden non soddisfa le principali organizzazioni per la difesa dei diritti umani – sia egiziane sia statunitensi, così come altre a diverse latitudini – che mantengono sempre uno sguardo attento, ma soprattutto critico e di denuncia nei confronti del governo egiziano.

Commentano severamente il progetto di Al-Sisi e il sostegno americano e chiedono che gli Stati Uniti opportunamente non si limitino a ridurre ma sospendano qualunque tipo di aiuto militare all’Egitto, in modo da esercitare una pressione tale che porti a un cambio di rotta reale.

Per il governo americano si tratta invece di una decisione di compromesso, necessaria per garantire gli impegni presi dall’Egitto e dagli USA in materia di sicurezza, imprescindibili per la stabilità e la sicurezza dell’intera regione mediorientale, così come degli stessi Stati Uniti.

Nel rapporto di aprile 2021 l’Arabic Network for Human Rights già sosteneva che l’aumento delle carceri in Egitto non aveva fatto registrare nessun miglioramento né delle stesse strutture, né delle condizioni di vita dei detenuti. Nel paese non sembra essere in atto – e nemmeno in discussione – una vera quanto profonda riforma del sistema di giustizia, fondato sui principali diritti umani. 

La questione dei prigionieri politici in Egitto resta un nodo fondamentale per qualsiasi prospettiva a lungo termine.

«Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione»

Carmen Corda

Laurea in Governance e Sistema Globale conseguita presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Cagliari con una tesi intitolata "Essere musulmani europei. Un'identità plurale e in divenire". Il suo principale ambito di ricerca riguarda la presenza musulmana in Europa, con particolare attenzione ai rapporti tra le comunità islamiche e gli Stati. Particolare attenzione è rivolta altresì all'area Vicino e Medio Orientale, nello specifico all'Egitto.

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