POLONIA-UE, LO SCONTRO DELLE CORTI: L’ULTIMO ATTO DEL GOVERNO POLACCO ALZA IL LIVELLO DELLO SCONTRO TRA BRUXELLES E VARSAVIA

Giovedì 7 ottobre la Corte Costituzionale polacca ha dichiarato incostituzionali alcune parti dei trattati europei. Questa sentenza è il compimento di una traiettoria che porta Varsavia sempre più lontano dalle regole comunitarie: non si esprime su valori politici, bensì giuridici, e pone il governo in rotta di collisione con l’intero ordinamento giuridico UE. Ma il governo polacco ha un piano di riserva?

Lontano da Bruxelles, lontano dall’Unione

Varsavia dista circa 1300 chilometri da Bruxelles,  ma, a guardare l’abisso politico che si spalanca  tra il governo polacco e la Commissione, sembrano molti di più.  In data giovedì 7 ottobre, la Corte Costituzionale Suprema polacca  ha dichiarato che la costituzione nazionale prevale su alcune parti dei trattati europei.

In particolare, non riconosce la competenza della Corte di Giustizia dell’UE, che si pone l’obiettivo di garantire l’applicazione uniforme del diritto comunitario in tutti 27 membri. La negazione del primato del diritto europeo su quello nazionale è solo l’ultimo tentativo polacco di costruire una bolla identitaria sovranista all’interno di un’Unione la cui esistenza stessa è l’affermazione del multilateralismo.

La libertà come purezza ideologica

La sentenza della Corte è solo l’ultimo di una serie di fronti aperti da Varsavia. A settembre 2020, decine di comuni polacchi si sono dichiarati liberi dall’ideologia LGBTL’omosessualità è accettabile, hanno dichiarato, l’ideologia gender no, senza tuttavia scendere nei dettagli quanto considerassero la prima una manifestazione della seconda. Nel 2021, la posizione di queste città è stata poi inglobata dall’assemblea regionale della regione Małopolska, sede di Cracovia, la seconda città più grande della Polonia.

Di fronte all’allargamento delle aree libere dall’ideologia gender, la risposta dell’UE si è sviluppata per gradi. Dapprima, il Parlamento Europeo ha dichiarato che l’UE rappresenta uno spazio di libertà non da, bensì per, tutti coloro che si riconoscono come LGBT. 

Al linguaggio politico del Parlamento è poi subentrato quello tecnico della Commissione, che ha dichiarato l’impossibilità di erogare alla regione della Małopolska prestiti pari a 2,5 miliardi di euro in caso rimanesse in vigore l’auto-proclamazione di essere privi di macchie arcobaleno.

Tre poteri… o due?

La diatriba sui diritti LGBT è spinosa, ma è il sistema giudiziario polacco a rappresentare la vera linea di frattura tra Bruxelles e Varsavia. Secondo la rivista legale Judicature International,  il partito “Giustizia e Libertà” (PiS), al governo dal 2015, ha dedicato gli scorsi sei anni a fiaccare l’indipendenza del potere giudiziariorispetto alla volontà esecutiva e legislativa di un potere politico che guarda più a Orbán che a Sassoli.

Dapprima  il PiS ha impastoiato le decisioni delle corti polacche con un atto che ha subordinato il loro lavoro a un numero maggiore di giudici e all’esistenza di una supermaggioranza di due terzi.

Poi, forte della nomina di molti giudici fedeli al pensiero del partito, ha passato un disegno di legge che dà al Sejim, la camera bassa del Parlamento dove hanno la maggioranza, il potere di nominare i membri della Corte costituzionale, la stessa che dichiarato la supremazia della Costituzione sui trattati europei. 

Come sottolineano Gajda-Roszczynialska e Markiewicz sul The Hague Journal on the Rule of Law, questi passaggi hanno creato le condizioni ideali perchè il PiS potesse usare la legge come leva per distorcere lo stato di diritto a proprio piacimento. Ne è un esempio la cosidetta Legge Bavaglio, che ha l’obiettivo di disciplinare i giudici le cui sentenze si discostino dalla linea del partito di governo: li rende perseguibili per il contenuto delle loro decisioni.

Un attacco giuridico per motivi politici

Quando la Corte di Giustizia dell’Ue ha espresso preoccupazione sulla salute del potere giudiziario in Polonia, il Primo Ministro Morawiecki ha interpellato il suo partito per sapere se la Corte ne avesse il diritto. Per essere più precisi, ha chiesto un parere alla Corte Costituzionale, i cui membri sono, come già detto,  di nomina governativa.

Il parere negativo della Corte è un attacco, diretto e politicizzato, al funzionamento dell’Ue, che nasce e agisce in base ai trattati che  tutti gli stati membri hanno firmato quando sono entrati a farne parte. Le contestazioni sulla sua natura politica artificiosa sono pretestuose: Varsavia è membro Ue dal 2004, undici anni dopo la ratifica di Maastricht.

 È stato il trattato che ha sancito la nascita di un’entità politica il cui diritto prevale su quello nazionale. Questo particolare aspetto facilita l’integrazione rafforzata tra stati sovrani ed evita che qualcuno di essi, come la Polonia, crei situazioni eccezionali al suo interno. Nel caso del PiS,  l’oggetto del contendere è lo stato di diritto stesso, la base di ciò che è certo in uno Stato: il  partito che cerca di usurpare lo Stato, e allo stesso tempo tenta di far passare ciò come volontà del popolo.

Un gran rifiuto costoso

Il gran rifiuto di Varsavia rispetto a questa garanzia di uniformità giuridica mette a rischio il presente e il futuro della Polonia in Ue. Ad essere in pericolo più immediato sono i fondi del Next Generation EU, pari a €23 miliardi in sovvenzioni più  34 in prestiti. La Commissione Europea, messa sotto pressione dai Paesi nordici, già poco entusiasti per principio del Next Generation EU, potrebbe acconsentire alle richieste di formalizzare il legame tra fondi e stato di diritto. Il governo polacco avrebbe poche altre e rischiose alternative per finanziare le casse pubbliche.

Poche pericolose alternative

Per esempio, la Cina è generosa, ma ha la spiacevole tendenza ad acquisire infrastrutture strategiche per il Paese quando si tratta di pagare il debito che è stato contratto. Per quanto riguarda la Russia, un eventuale aiuto da Mosca sarebbe un disastro di immagine per il PiS, che ha decostruito il proprio sistema giudiziario con la scusa di eliminare  i retaggi sovietici.

Secondo Daniel Sarmiento, professore di Diritto UE alla Complutense di Madrid, un secondo problema nasce dal fatto che se, il governo pubblicasse il verdetto in gazzetta, rendendolo ufficiale, la Commissione potrebbe attivare delle procedure di infrazione molto costose per le casse di Varsavia. 

In più, la perpetuazione dell’eccezionalità dello stato di diritto potrebbe costituire un’attivazione indiretta del famigerato articolo 50, quello che corrisponde alla cessazione dell’applicazione dei trattati in uno Stato.  Il risultato sarebbe Polexit, ovvero l’uscita formale della Polonia dall’Ue.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from EUROPA