IRAQ: LE ULTIME ELEZIONI E LE URNE VUOTE

Fonte Immagine: BBC

Fra le parlamentarie meno partecipate della storia del paese, l’ultima tornata elettorale è un grido di protesta ai palazzi del potere di un Iraq fragile. La prima dopo le manifestazioni della fine del 2019, che fecero vibrare le principali città della nazione. 

Domenica di elezioni parlamentari, quella appena trascorsa in Iraq. Le prime dopo le vibranti proteste di circa due anni fa, fra autunno e inverno del 2019. Veniva lamentato in particolar modo l’inadeguatezza dei carenti servizi di base, la mancanza di lavoro e la dilagante corruzione che, a ragion dei manifestanti, attanaglia la sfera pubblica da troppo tempo.

L’Iraq è, infatti, un paese diviso e affaticato, tenuto assieme con la colla da un apparato centrale incapace di amministrare estese parti del proprio territorio, regione autonoma del Kurdistan iracheno compreso.

Una terra in cui, in particolare dall’intervento angloamericano del 2003 in ricerca delle presunte armi chimiche del regime di Saddam in poi, si sono annidate organizzazioni criminali e cellule terroristiche.

Una fragilità messa in luce anche domenica scorsa dall’affluenza alle urne molto bassa, confermata dalla commissione elettorale nella percentuale del 41%, inferiore al 44% delle ultime elezioni del 2018. La commissione elettorale, inoltre, ha dichiarato che l’affluenza più bassa è stata a Baghdad, con una percentuale compresa tra il 31% e il 34%.

Le stime della vigilia erano comunque oltremodo pessimistiche, nonostante le elezioni si siano svolte con diversi mesi di anticipo in base a una nuova legge progettata per aiutare i candidati indipendenti, proprio in ragione delle proteste che avevano coinvolto piazze e palazzi.

L’osservatore capo dell’Unione europea per le elezioni in Iraq, Viola von Cramon, ha affermato a Reuters che la bassa l’affluenza bassa è stata significativa, intendendolo come un chiaro segnale politico all’élite che governa il paese.

Seppur i risultati ufficiali non siano ancora stati diramati, infatti, si possono iniziare già a disegnare alcune traiettorie.
Ci si attende un voluminoso exploit del movimento politico guidato dal religioso sciita Moqtada al-Sadr, da sempre contrario alle interferenze straniere, anche con le stesse fazioni sciita iraniane, il vicino di casa particolarmente ingombrante.
Con le sue dichiarazioni al vetriolo e un approccio marcatamente populista, si candida a raccogliere numerosi consensi fra la popolazione disillusa e sfiduciata.


L’attuale primo ministro Mustafa al-Kadhimi è invece ritenuto molto vicino alle cancellerie occidentali, non si è candidato alle elezioni, ed al momento non ha un partito a suo sostegno.
Potrebbero però ottenere un secondo mandato, solo le consultazioni e le mediazioni dei prossimi giorni ce lo diranno. In ogni caso ci si attendono settimane calde nelle stanze dei bottoni di Baghdad.

Davide Agresti

Ha studiato Sviluppo e Cooperazione Internazionele all’Università di Bologna e Emergenze e Interventi Umanitari all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano.
Ha viaggiato curioso dall’Iran alla penisola arabica, dalla Giordania al Maghreb, dal Libano ai territori tirchi, lavorando a lungo in Grecia ed in Egitto.
Esperto di politiche migratorie, ha lavorato per Caritas Italiana.
Oggi è Assesore al Welfare, Europa e Smart City della sua Città, Faenza.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from Senza categoria