CAMBIAMENTO CLIMATICO, INSICUREZZA, IMMIGRAZIONE: TUTTO È CONNESSO, SIAMO LA CAUSA DEGLI EFFETTI CHE TEMIAMO

Fonte Immagine: MSF, Adobe Spark

I paesi industrializzati inquinano di più, ma i paesi vulnerabili soffrono di più a causa del cambiamento climatico. La sicurezza alimentare e la salute sono minacciate e le persone stremate fuggono nei paesi industrializzati che, tuttavia, deplorano l’immigrazione. Tutto è connesso.

Nel cinquantesimo anniversario della loro fondazione, Greenpeace e Medici Senza Frontiere si sono confrontati sulla relazione tra cambiamento climatico, sostenibilità ed equità da un lato e insicurezza e conflitto dall’altro al Festival di Internazionale a Ferrara.

Gli spunti forniti dal dialogo – moderato da Marco Fratoddi con Andrea Pinchera (Greenpeace), Monica Rull Villa (MSF), Ndoni Mcumu (Black Women in Science) – ispirano una serie di riflessioni che, se le riduciamo all’osso, si possono ridurre all’affermazione che tutto è connesso.

Il cambiamento climatico è l’esempio più lampante di ciò, essendo uno di quegli intricati problemi i cui effetti immediati appaiono lontani dalle cause. Ma attenzione: sono solo apparentemente lontani.

In che modo il cambiamento climatico è correlato all’insicurezza e ai conflitti?

La voce di MSF, Medical Director Monica Rull Villa, ha riferito che l’Organizzazione sta intervenendo sempre di più nelle aree colpite dalla crisi climatica, poiché quest’ultima ha inevitabilmente un impatto sul benessere e sulla salute.

Ad esempio, malattie diffuse da vettori come Malaria, Dengue e Zika Virus sono positivamente correlate alle condizioni climatiche: l’aumento della temperatura, delle precipitazioni e dell’umidità causano la proliferazione delle zanzare, con conseguente aumento della trasmissione.

Temperature più elevate influiscono anche sulla qualità dell’acqua e sui servizi igienico-sanitari, incidendo sull’eutrofizzazione. Di conseguenza, i batteri si moltiplicano, spesso causando malattie come, per citarne una, il Colera, che provoca circa 95.000 decessi ogni anno.

Allo stesso modo, la malnutrizione, nonostante sia multifattoriale, è aggravata dall’aumento delle temperature poiché la siccità e le inondazioni possono distruggere le colture alimentari di base.

Il cambiamento climatico influenza i determinanti ambientali della salute e del benessere e per di più ha un impatto significativo sui conflitti violenti.

Sebbene la comunità scientifica sia generalmente dell’idea che i conflitti, il più delle volte, non sono una conseguenza diretta del cambiamento climatico, è ampiamente riconosciuto che quest’ultimo è un threat multiplier (lett. moltiplicatore di minacce) che esacerba le condizioni socioeconomiche e aumenta la probabilità di violenza interpersonale.

Inoltre, spesso gli insopportabili standard di vita in cui le popolazioni di paesi a rischio si trovano portano le persone a dover scegliere tra la povertà estrema (o nei casi peggiori la morte) o l’affiliazione a organizzazioni criminali o terroristiche.

Un esempio? Il Darfur

Il World Food Program riporta che quasi ¼ della popolazione del Sudan è insicuro dal punto di vista alimentare. La regione sudanese del Darfur è uno degli esempi più eclatanti del grave impatto che il cambiamento climatico può avere sulle regioni esposte a conflitti.

In Darfur, la sicurezza alimentare è determinata principalmente dalle piogge, tuttavia, i cambiamenti di temperatura e precipitazioni alterano il potenziale produttivo dell’agricoltura pluviale, influendo sulla sicurezza alimentare nella regione.

La stagione delle piogge era molto più consistente prima che il cambiamento climatico la colpisse gravemente e, sebbene la popolazione si sia storicamente adattata alla variabilità ambientale della regione sviluppando resilienza per ciò che riguarda la gestione dei mezzi di sussistenza, le condizioni climatiche sono sempre più insostenibili.

A livello locale, lo squilibrio tra domanda e offerta di prodotti alimentari e agricoli ha causato un insostenibile aumento dei prezzi, da cui conseguono la volatilità economica e lo sfollamento di 1,87 milioni di persone.

Periodiche e gravi siccità hanno reso le già limitate risorse idriche ancora più inadeguate a soddisfare i bisogni della popolazione. Di conseguenza, arabi, cristiani e animisti spesso competono per terra e acqua, scatenando conflitti come la grande ‘Guerra dei Land Cruiser’ (2003) che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di civili ed è stata definita the first climate change conflict

Il cambiamento climatico esemplifica che tutto è connesso

Il rapporto di quest’anno pubblicato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) conferma i risultati del precedente panel con maggiore precisione: l’azione umana ha indiscutibilmente influenzato il sistema climatico del passato e ha ancora il potenziale per determinare il corso futuro del clima.

Dall’evidenza risulta che non c’è dubbio che le emissioni di CO2 abbiano un impatto importante sui cambiamenti climatici ma, di fatto, gli stati che emettono meno CO2 sono quelli che stanno pagando il prezzo più alto. I paesi africani hanno sempre convissuto con condizioni molto dure, ma il peggioramento della loro situazione non è causato da quegli stessi paesi che sono vulnerabili, anzi, questi ultimi stanno contribuendo meno di tutti.

E poiché la nostra attività economica influisce indirettamente sulla loro sicurezza, la “loro” – la dicotomia noi/loro, vedremo, è inutile nel contesto della crisi climatica – insicurezza ha un impatto su di noi.

Perché? Tornando all’esempio citato in precedenza, i Sudanesi del Darfur sono stati tra i protagonisti della cosiddetta crisi dei rifugiati in Europa a cui i politici italiani ed europei si sono rivolti come una minaccia all’identità e alla sicurezza nazionale.

Giovani uomini, stremati dal malcontento, hanno corso il rischio che partire dalla Libia per tentare la rotta del Mediterraneo implica, per sfuggire a quella situazione-bomba ad orologeria che la violenza etnica intrecciata con la scarsità di risorse di fatto è.

In relazione a ciò, cresce la preoccupazione che le crisi dei rifugiati del futuro saranno causate in larga misura dal displacement climatico, termine che si riferisce alla migrazione di massa di persone costrette a lasciare le proprie case che, a causa delle condizioni legate al cambiamento climatico, sono diventati abitabili.

Mentre in molti sono già in movimento, si stima che entro il 2050 il cambiamento climatico potrebbe sfollare 216 milioni di individui, principalmente a causa delle inondazioni che deriveranno dall’innalzamento del livello dei mari. Se a questo aggiungiamo che la popolazione mondiale sta crescendo, la prospettiva che le terre vengano sommerse diventa ancora più spaventosa.

Per concludere, come hanno dimostrato i relatori, tutto è connesso e nessun problema di sicurezza è un problema lontano. Siamo la causa degli effetti che temiamo, anche se la connessione non può essere compresa attraverso un’occhiata superficiale.

Come evidenziato da Andrea Pinchera, dobbiamo impegnarci con l’etica della responsabilità. Gli esseri umani sono agenti della trasformazione del clima, il che significa che hanno il potere di modificare il mondo. Il potere, però, implica responsabilità, nello spazio e nel tempo, e non possiamo ignorarlo. 

Lucrezia Ducci

Nata a Roma, classe 1998, è appassionata della sicurezza internazionale in tutte le sue sfumature da quando l’ha approcciata durante un semestre di scambio presso l’École de Gouvernance et Économie de Rabat, in Marocco. Da sempre vive per alcuni mesi l’anno in Tanzania, dove svolge attività di volontariato per l’associazione Gocce d’Amore per i Bambini dell’Africa. Dopo essersi laureata a pieni voti in Politics, Philosophy and Economics presso la LUISS di Roma con una tesi in diritto internazionale sul conflitto nel Sahara Occidentale, si è immatricolata nel programma magistrale in Security and Risk Management presso la University of Copenhagen, durante il quale ha approfondito i critical security studies e condotto ricerca sulla sicurezza ambientale e lo sfruttamento delle risorse in aree di conflitto, sui conflitti protratti e il peacebuilding, sulla politica identitaria e sulla comunicazione politica in contesti di emergenza. Ha svolto stage formativi presso il Ministero della Difesa, il Center for Near and Abroad Strategic Studies e l’associazione The Bottom Up. Attraverso la collaborazione con think tank come lo IARI e il The International Scholar analizza e scompone problematiche attuali, per spiegarle al pubblico rispondendo in maniera semplice a domande complesse come “Qual è la relazione tra sicurezza ambientale e conflitti?”, “Perché la pirateria è legata allo sfruttamento delle risorse marittime?” etc. Nonostante strizzi l’occhio alle politiche globali, le sue aree geografiche di specializzazione, anche in relazione alle sue esperienze personali, sono il Medio Oriente e l’Africa. Inoltre, Lucrezia è appassionata di equitazione e scuba diving, viaggia frequentemente per studio e per impulso, ama approfondire nuove culture e fare hiking nei posti più disparati. Per lo IARI è caporedattore dell’Area Difesa e Sicurezza.

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