L’ARTE DEL NON FINITO: LA GEOPOLITICA NELL’EX-JUGOSLAVIA

Fonte Immagine: Fonte: Photo by Adam Jones, Ph.D. Siege-Shattered Facade - Sarajevo - Bosnia and Herzegovina

Summit, scontri diplomatici, timoni guidati in più direzioni. Dopo l’incontro a Brdo pri Kranju in Slovenia, i leader politici hanno mostrato un rinnovato senso dell’incompiuto.

6 ottobre 2021 – La presidenza slovena del Consiglio ha riunito i leader degli Stati membri dell’UE e dei sei partner dei Balcani occidentali.

Albania, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord e (de facto) il Kosovo. Un incontro indetto nel quadro dell’attuazione dell’agenda strategica 2019-2024 che si è tradotto in una Dichiarazione, con la quale l’Unione europea riafferma il sostegno alla prospettiva d’integrazione dei Paesi dell’ex-Jugoslavia.

Presentato un piano economico e di investimenti da 30 miliardi di euro, maggiore cooperazione politica e sul tema della sicurezza, un’agenda per l’innovazione e piani di azione in materia di connettività, integrazione, transizioni verde e digitale.

Il Presidente del Consiglio Charles Michel ha ribadito il ruolo dell’Unione europea nel mondo attraverso un precedente incontro informale, atto a ricordare la collaborazione con alleati e partner dell’UE (Stati Uniti e NATO in primis), la sua potenza economica e la strategia di azione con la Cina, in qualità di “concorrente, partner e rivale sistemico”.

Sono state quindi presentate prospettive e promesse che, come afferma lo stesso Michel, devono stimolare i cittadini dell’area a percepire i benefici concreti del supporto dato dall’UE.

Gli Stati balcanici devono necessariamente ricordarsi il ruolo dell’Unione all’interno del piano di investimenti, di ripresa e di mediazione che svolge da anni per mitigare il clima all’interno della regione.

La risposta al Summit

Dicevamo: prospettive e promesse. L’incontro non si è tuttavia concluso con una data da cui partire per procedere con il percorso di integrazione dei Paesi coinvolti.

L’obiettivo era sicuramente far sentire l’Unione europea presente all’interno dei movimenti geopolitici dell’area balcanica, con l’accesa consapevolezza del ruolo esercitato dalla Russia e dalla Cina nelle dinamiche strategico-economiche.

L’appuntamento a Brdo è da ritenersi importante perché sono fondamentali le domande che emergono. Non cambiano i presupposti e le risposte sembrano essere le stesse. Terminata l’era di Angela Merkel alla guida della cancelleria tedesca (e di riflesso del motore europeo), inoltre, c’è da chiedersi se sarà anche un momento in cui la politica europea rivolta ai Balcani subirà una variazione.

È nota la sua presenza in questi anni sul territorio balcanico, con visite istituzionali e attività di mediazione – la posizione di Merkel in questo contesto si allinea con la direzione presa dagli altri leader europei, per cui «non ritengo debbano essere previste delle date, sostengo la necessità di mettere in atto le nostre promesse: una volta che le condizioni saranno rispettare, l’annessione avrà luogo». 

Un vertice che è stato di certo occasione per fissare reciproci impegni, ma che ha altrettanto messo in luce un dialogo che necessita di ulteriori interventi.

A titolo esemplificativo: Andrej Plenković, Primo Ministro croato, ha esortato la Serbia a modificare i testi scolastici, dove la lingua croata viene descritta come una variante del serbo; Rumen Radev, Presidente della Bulgaria, ha incontrato Zoran Zaev, premier macedone, con un appello volto a ricordare che non ci potrà essere supporto dalla Bulgaria per l’annessione della Macedonia del Nord in UE, se non verrà riconosciuta l’influenza storica e cultura bulgara nel Paese. Quando si analizzano le dinamiche di questi Paesi, viene dunque spontaneo domandarsi: il discorso identitario è così importante?

L’arte del non finito

Come in un litigioso condominio, per i Balcani occidentali il tema dell’identità collegata alla storia pare essere importante non solo in un’accezione semplicemente culturale, bensì politica ed economica. Sono Paesi ancora in “costruzione”, reduci di un passato recente di guerre e definizione dei confini.

Paesi che accettano il supporto di grandi potenze come Russia e Cina, da dove non parte il velleitario obiettivo di comprendere o risolvere questioni interne, bensì di porre a profitto (personale) le potenzialità. Paesi da cui si può percepire visivamente il difficile e lungo percorso attraverso cui sono stati “scolpiti” – idealmente, lo vediamo anche nell’arte del non finito di Michelangelo, il cui scalpello lascia segni irrisolti sulla superficie di un’opera che lotta per emergere.

Allo stesso modo, la geopolitica negli Stati dell’ex-Jugoslavia si configura ad oggi come un’anima che deve uscire. Un senso dell’incompiuto che crea spesso disordine nei vari pianerottoli – le ultime tensioni tra Serbia e Kosovo lo dimostrano.

In conclusione, perciò, pare che lo sforzo di comunicazione e collaborazione debba essere doppio: per l’Unione europea sarà importante tenere fede alle linee predisposte e incoraggiare i Paesi balcanici a non voltare completamente lo sguardo verso Est, laddove invece questi ultimi dovranno continuare in questo processo di costruzione geopolitica, appoggiandosi a decisioni il cui costo maggiore deve necessariamente essere tradotto in “prospettiva”, a beneficio della popolazione. 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from EUROPA