LA STRATEGIA CLIMATICA INESISTENTE DEL CREMLINO

Ad un mese dalla COP26, la Russia non ha ancora attuato delle misure efficienti per combattere il cambiamento climatico. Oltre ad avere possibili ripercussioni politiche ed economiche, questa inefficienza avrà conseguenze negative soprattutto sulle vite dei cittadini.

Secondo la recente analisi di Carbon Brief, la Russia sarebbe il terzo produttore di anidride carbonica della storia, avendo contribuito al 6.9% di emissioni nel pianeta a partire dal 1850. Su questo podio di risultati negativi, è preceduta solo da Stati Uniti e Cina.

Quanto riportato da Carbon Brief, dunque, non è affatto una novità e non era sicuramente inaspettato, poiché tiene conto delle cosiddette emissioni storiche. Il lasso temporale considerato dal report, infatti, include alcuni tra i decenni in cui l’Unione Sovietica era nel pieno dello sviluppo industriale, con quote elevatissime quote di emissioni. 

Il concetto di emissioni storiche è alla base dei diversi trattati internazionali sul clima ed oggetto di disaccordo tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, poiché fondamentale nel delineare le responsabilità comuni ma differenziate degli Stati nei confronti della crisi climatica. In questa analisi proveremo a concentrarci invece sul presente e sul futuro.

Quali sono le attuali politiche ambientali della Russia? Come incideranno sulle strategie future?

Il Presente: a che punto siamo?

La Russia è uno dei pochi paesi sviluppati a non avere ancora messo in atto delle politiche di decarbonizzazione totale, ma soprattutto a non aver pianificato un serio taglio di emissioni per il 2030. Il motivo è molto semplice: Vladimir Putin ha sempre sottovalutato l’emergenza climatica, ritenendo la questione un problema creato ed amplificato dai paesi occidentali. Solo recentemente son stati mossi i primi passi verso una regolazione della produzione di gas serra: a settembre la Duma ha approvato la prima legge mirata a limitare le emissioni delle industrie private. Tra le altre cose, il disegno di legge introduce anche un sistema di credito al carbonio, che permetterà alle aziende di ricevere “unità di carbonio” in cambio di investimenti in rimboschimento, riciclaggio, cattura del carbonio o altre iniziative volte a combattere il cambiamento climatico. Il deputato della Duma di Stato Nikolai Nikolayev, coautore del disegno di legge, rimane comunque critico della situazione corrente e richiede maggiore azione, affermando che non sia sufficiente piantare i semi, ma intere foreste.  

Proprio le foreste sono, per ora, l’elemento focale della strategia green russa. Fino ad ora, non si era sentito il bisogno di regolare le emissioni poiché la maggior part delle regioni del Paese hanno un livello di emissioni negativo dovuto alla vastità delle foreste presenti sul territorio.

Tuttavia, questa non è affatto una strategia efficiente per due motivi. Primo, il carbonio assorbito dagli alberi non è sufficiente a bilanciare quello che viene prodotto nell’intero territorio statale; secondo, nel 2021 non si può basare il proprio piano di azione contro il cambiamento climatico solamente sulla capacità di assorbimento delle foreste: è ormai scientificamente provato che questa capacità non sarà eterna, e prima o poi anche le piante non saranno più in grado di immagazzinare le nostre emissioni.

Gravemente insufficiente 

Sul piano internazionale, le cose non vanno meglio. Pur avendo subito firmato l’Accordo di Parigi, la Russia ha aspettato Ottobre 2019 per ratificarlo.  Similarmente agli altri Membri, approfittando della natura volontaria e poco vincolante dell’accordo, la Russia ha presentato dei target molto ambiziosi e, ovviamente, piuttosto irrealistici: una riduzione di emissioni del 70-75% rispetto ai livelli del 1990.  Considerando che la prima legge sul clima a livello domestico è stata a approvata poco più di un mese fa, due anni dopo la ratifica del trattato, è possibile farsi un’idea delle effettive probabilità di raggiungere questo obiettivo. È abbastanza chiaro, quindi, perché Climate Tracker ha classificato le politiche climatiche del Cremlino come gravemente insufficienti su ogni piano, soprattutto quello internazionale. 

Tuttavia, in vista della COP26 a Glasgow, tra qualche settimana, Putin avrebbe richiesto al governo di lavorare su una proposta di legge che porterebbe il Paese alla neutralità climatica entro il 2060.

Questo cambio di rotta così improvviso non è di certo dovuto ad una recente consapevolezza dei rischi e dei danni causati dal cambiamento climatico: ancora una volta, si potrebbe trattare dell’ennesima strategia politica di Putin. Oltre a rappresentare l’unico punto di contatto con gli Stati Uniti di Biden, il taglio di emissioni e la neutralità climatica sono al centro delle politiche dell’Unione Europea in ogni ambito, raggruppate nell’ormai famoso Green Deal.  Lo scorso luglio, infatti, l’UE ha introdotto la sua strategia Fit for 55, che prevede una tassa sui prodotti stranieri legati a significative emissioni di carbonio. Circa il 50% delle esportazioni russe sono legate al carbone, al petrolio o al gas fossile e, di conseguenza, questa tassa di importazione sul carbonio potrebbe costare all’economia russa miliardi di dollari, essendo l’UE il suo maggiore partner commerciale.

Il futuro: verso quale direzione?

Se il Cremlino sembra preoccuparsi principalmente di possibili ripercussioni politiche per la propria incapacità di agire tempestivamente in mitigazione della crisi climatica, i primi a subirne le conseguenze saranno purtroppo i cittadini russi.

La Camera di Controllo russa ha analizzato i dati statistici disponibili, concludendo che 56 milioni di russi sono esposti all’aria inquinata in più di 140 città; quasi ogni fiume è stato contaminato da acque reflue non trattate; 300.000 ettari di foresta vengono persi ogni anno; e le discariche sporgenti della Russia esauriranno lo spazio per i rifiuti urbani entro i prossimi sei anni.

In particolare, a preoccupare la Camera sono i Progetti Nazionali per la crescita economica, che prevedono sviluppo urbano ed espansione delle industrie, senza tener conto però del conseguente impatto ambientale. Secondo l’ultimo report della Camera, infatti, il cambiamento climatico potrebbe tagliare fino al 3% all’anno il PIL della Russia entro il 2030, influendo negativamente sugli ambiziosi progetti di Putin. 

Appare dunque evidente che ci troviamo davanti ad un’impasse. Il Cremlino si è sempre mostrato riluttante nell’attuare politiche di mitigazione e contrasto al cambiamento climatico poiché avrebbero rallentato la ripresa economica del Paese. Allo stesso modo, senza una strategia concreta ed efficiente mirata ad un taglio significativo di emissioni di carbonio, gli ambiziosi obiettivi della Russia per aumentare l’aspettativa di vita, migliorare la demografia e rilanciare l’economia, saranno sempre più irrealizzabili ed irraggiungibili.

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