ELEZIONI FEDERALI TEDESCHE: MERKEL SE NE VA, MA CHI VIENE?

Il Bundestag, parlamento tedesco, è stato rinnovato con le elezioni federali del 26 settembre scorso e il quadro che ne è uscito conferma le sensazioni che si erano manifestate durante la campagna elettorale: l’uscita di scena della cancelliera Angela Merkel lascia un vuoto che non sarà facile riempire.

Prima d’ora un partito vincitore di un’elezione nazionale non aveva mai ottenuto meno del 31% dei voti, ma questa volta è accaduto. Il partito socialdemocratico (SPD) di Olaf Scholz ha ottenuto 12 milioni di voti, ovvero il 25,7%. Scholz, già Vice-cancelliere uscente e Ministro delle Finanze, si è ritenuto soddisfatto e l’ha definito “risultato chiaro della volontà di cambiamento degli elettori”.

Da solo, però, non potrà governare dato che l’SPD possiede solo 206 dei 367 seggi necessari per avere la maggioranza in questa legislatura . Eppure, Scholz è sembrato convinto, sostenendo una possibile coalizione di governo già prima di Natale. La domanda allora adesso è: con chi?

Il grande sconfitto di queste elezioni è senza dubbio Armin Laschet, leader del partito democristiano. La stessa CDU, che per 16 anni ha legittimato la cancelliera uscente Merkel insieme alla CSU, esce da queste elezioni con 9 punti in meno rispetto alle precedenti: il 24,1% dei voti, peggior risultato di sempre.

Un esito tale potrebbe far pensare che sia stata più che altro la Merkel a sostenere il partito per tutto questo tempo e non il contrario, come confermano i sondaggi sulla forte approvazione della cancelliera. Una caduta libera di Laschet già preannunciata da  luglio scorso quando a Erftstadt era stato filmato a ridere e scherzare in alcuni politici locali mentre il presidente Steinmeier ricordava le oltre 130 vittime dell’alluvione che aveva colpito la cittadina. Poteva andare peggio, ma peggio di così non è mai andata.

Verdi e Liberali non sorprendono. I Grunen raggiungono il 14,8% dei voti, un ottimo risultato che conferma un percorso di crescita (+5% rispetto alle scorse elezioni) e, soprattutto, testimonia come in Germania la questione ambientale e climatica sia fortemente sentita. Un ottimo risultato, ma avrebbe potuto essere migliore, sulla base delle stime che li davano al 25% a maggio e al 16% a settembre. I Liberali (FDP), invece, si mantengono più o meno costanti all’11,3%. 

Il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AFD) scende a livello nazionale (10,3%), ma mantiene posizione nelle regioni orientali della ex DDR. Se in Sassonia-Anhalt, infatti, conserva il terzo posto con quasi un quinto dei voti totali, nella Turingia l’AFD è diventata la prima forza dominante, posizionandosi davanti all’SPD. Un risultato “fenomenale”.

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Un parlamento diverso da quello che ha accompagnato Angela Merkel. Nella storia solo Otto von Bismarck (1815-1898) e Helmuth Kohl (1930-2007) hanno servito come cancellieri per un periodo più longevo di quello della das Mädchen. Nata ad Amburgo nella Germania dell’Ovest ma cresciuta nella Repubblica Democratica dove lavorava il padre, dopo anni di militanza politica, riceve il primo vero ed importante incarico nel 1991: Ministro federale per le Donne e la Gioventù.

Nominata dallo stesso cancelliere Helmuth Kohl, che sarà poi suo mentore e le affibbierà il soprannome “la ragazza”, essendo il membro più giovane del suo governo. 

Quattordici anni dopo, nel 2005, Angela Merkel diventa la prima cancelliera tedesca della storia. Rimarrà al governo per 16 lunghi anni, durante i quali ha visto passare quattro presidenti statunitensi (Bush Jr., Obama, Trump, Biden), altrettanti presidenti francesi (Chirac, Sarkozy, Hollande, Macron) e ben dodici governi italiani.

E lei era sempre lì. Anche grazie alla sua presenza costante, è stata la figura centrale (se non indispensabile) per il processo di integrazione europea del secondo Millennio, portando la Repubblica federale ad essere il cuore della stessa Unione Europea. 

Nel suo lungo mandato Merkel ha dovuto affrontare la grande recessione del 2008, la crisi dell’euro e la “questione greca”, per la quale impose al Paese, come guida del Consiglio europeo, riforme strutturali e grossi tagli alla spesa pubblica per evitare il default.

Nel 2015 arrivò la travagliata decisione di aprire i confini tedeschi per accogliere un milione di rifugiati, scelta molto contestata che generò un’ondata di proteste e che venne cavalcata dall’AFD per diventare la terza forza politica nel 2017. Ma questa stessa scelta è stata il principio di ciò che è rimasto l’approccio della Germania: continuare ad accogliere ed integrare i rifugiati e al tempo stesso lavorare per ridurre al massimo i flussi irregolari (vedasi l’accordo con la Turchia per rendere impermeabili i confini).

E ora la pandemia, che ha trovato un’economia tedesca forte con un basso debito pubblico (70% del PIL), grazie soprattutto a rigide regole fiscali e all’export. Quest’ultimo è un elemento fondamentale, dato che la Germania nell’era Merkel è diventata il terzo esportatore più grande del mondo, evolvendosi da “malato d’Europa” a “locomotiva d’Europa”.

Il quid della politica merkeliana lo si può riconoscere nella continuità con i suoi predecessori Schröder e Kohl, che ha prodotto una crescita del PIL reale superiore a tutti gli altri Stati europei, e un dimezzamento al 5% della disoccupazione. Una buona eredità, quindi, ma per chi?   

Sia Laschet, sia Scholz, hanno rivendicato la carica di cancelliere in seguito ai risultati elettorali, ma nessuno dei due potrà governare da solo. Dato che sia CDU/CSU sia SPD hanno chiarito sin dagli inizi della campagna elettorale la loro intenzione a non allearsi nuovamente in una Große Koalition si può dichiarare aperta la “stagione dei giochi”.

L’ago della bilancia saranno evidentemente Verdi e Liberali, che si son detti pronti a dialogare per il futuro della Germania. Il favorito al momento è Scholz, riuscito a farsi valere come il vero e solo erede della Merkel e che porterebbe alla nascita la “Coalizione semaforo” (nome dato dalla combinazione dei colori ufficiali dei tre partiti: SPD-Grunen-FDP). L’alternativa sarebbe la “Coalizione Giamaica” con i democristiani al posto dei socialdemocratici. Ma il capo dei Liberali Wolfang Kubicki appare scettico ad allearsi con una debole CDU che “si sbriciola di ora in ora” e lo stesso Markus Söder, leader della CSU, ritiene che Scholz abbia attualmente migliori possibilità di diventare cancelliere.

Indipendentemente da quale combinazione colorata uscirà, il nuovo cancelliere dovrà affrontare una serie di questioni impellenti. Innanzitutto, l’emergenza climatica, i cui effetti si sono visti a luglio nell’alluvione a Erftstadt sopracitata, con la necessità di ridurre le emissioni di COe accrescere le dipendenze dalle energie innovative. In seguito, il più grosso problema interno sarà la riforma delle pensioni: la popolazione tedesca sta invecchiando velocemente e la generazione dei “baby-boomers”, prossima alla pensione, costituirà un pesante fardello sul bilancio federale entro la fine del decennio.

Infine, si dovrà operare un cambiamento sulla gestione della politica internazionale: la Cina sta diventando un rivale strategico sempre più pericoloso per l’export e con la Russia le relazioni diventeranno sempre più ambigue per via del gasdotto Nord-Stream 2.

La Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, consapevole della situazione complessa, ammicca sempre più a Parigi, basti pensare alla forte disapprovazione dimostrata verso USA e GB dopo la “questione sottomarini australiani”. Francia e Italia si preparano per controbilanciare la Germania che verrà e negoziano un rinnovamento del “Trattato del Quirinale” (secondo alcune indiscrezioni potrebbe arrivare entro fine anno) al fine di sanare le possibili conflittualità e promuovere un riavvicinamento nella cooperazione e negli obiettivi.

L’era Merkel è giunta ai titoli di coda. La Mädchen è cresciuta e non è più una ragazza. La domanda ora è: saranno pronte la Germania e l’Unione Europea ad affrontare le sfide future senza la loro Mutti?

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