L’ASEAN ALLA PROVA DEL GOLPE IN MYANMAR

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L’Asean deve risolvere con urgenza la crisi in Myanmar per evitare che le conseguenze possano ricadere sull’intera regione, esacerbando divisioni già presenti al suo interno. 

Lo scorso 1° febbraio, l’attenzione della comunità internazionale è stata riportata sull’area del Sud-est asiatico, in seguito alla notizia del colpo di Stato realizzato in Myanmar dalle forze armate guidate dal generale Min Aung Hlaing.

Il golpe, dettato dalle accuse dei militari nei confronti della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) della leader Aung San Suu Kyi di aver commesso brogli nelle elezioni generali del novembre 2020, ha di fatto messo fine ad un decennio di democrazia nel paese, iniziato nel 2011, dopo quasi un cinquantennio di dittatura militare. 

Grande attenzione è stata posta non soltanto sull’evoluzione della situazione all’interno del paese, ma anche sulla risposta dell’Asean – l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico – giudicata da molti analisti ed esperti politici troppo lenta e largamente insufficiente.

Le accuse che sono state mosse sono senz’altro vere, ma per capire i motivi dietro tale reazione è necessario risalire a quelli che sono le origini e gli scopi dell’Asean. 

L’Asean fu creata nel 1967 al fine di promuovere la stabilità regionale e la crescita economica. Inizialmente, essa era formata dai cinque membri fondatori – Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia – per poi estendersi, tra gli anni ’80 e ’90, a Brunei, Vietnam, Myanmar, Laos e Cambogia.

Nel 2007, il gruppo ha adottato la Carta dell’Asean, dando una struttura maggiormente istituzionalizzata all’Associazione, così da creare una comunità di nazioni più coesa e basata su azioni concordate. Ciononostante, bisogna tenere in considerazione che gli Stati membri dell’Asean hanno dei background storici e politici diversi.

Essi sono caratterizzati da un’ampia gamma di regimi, inclusi sistemi monarchici, democratici, autoritari e comunisti. Questa vasta diversità ha comportato l’adozione di un insieme di principi ai quali tutti gli Stati accettassero di aderire, al fine di assicurare l’unità del blocco. 

I principi sanciti nella Carta, tuttavia, hanno portato ad una contraddizione, poiché da un lato sanciscono il rispetto dello stato di diritto, del buon governo, della democrazia e del governo costituzionale, ma dall’altro stabiliscono la non-interferenza negli affari interni degli Stati membri.

Di fatto, l’Asean non può riconoscere un cambiamento di governo incostituzionale ma, allo stesso tempo, non può neanche interferire negli affari interni dello Stato in cui tale cambiamento ha avuto luogo. Il suddetto conflitto tra i principi dell’Asean è all’origine della reazione ambivalente dell’Associazione circa gli eventi in Myanmar.

I primi sforzi diplomatici concreti da parte dell’Asean sono arrivati quasi tre mesi dopo il golpe in Myanmar, il 24 aprile, nel corso di una riunione di emergenza tenutasi a Giacarta, in Indonesia, convocata dal presidente indonesiano Joko Widodo e alla quale ha preso parte lo stesso generale Min Aung Hlaing.

In questa sede, gli Stati membri sono giunti ai Five Points of Consensus, i quali prevedevano: la cessazione di ogni tipo di violenza nel paese – condizione tuttora mai verificatasi; un dialogo costruttivo tra tutte le parti nel conflitto mirato al raggiungimento di una soluzione pacifica – condizione, anche questa, non ancora verificatasi; l’elezione di un inviato speciale dell’Asean avente il compito di facilitare la mediazione nel processo di dialogo; la fornitura di assistenza umanitaria da parte dell’Asean; la visita da parte dell’inviato speciale con una delegazione in Myanmar per incontrarsi con tutte le parti in causa. 

Pur in un quadro generale di mancata ottemperanza di alcuni punti concordati nella riunione, la circostanza che ha lasciato maggiormente perplessi gli osservatori internazionali è stata la lentezza nel processo di elezione dell’inviato speciale dell’Asean e il contrasto tra gli Stati membri al fine di far prevalere i propri candidati.

La decisione finale è giunta soltanto il 4 agosto, nel corso della riunione dei ministri degli affari esteri degli Stati membri dell’Associazione, oltre tre mesi dopo la riunione in cui erano stati definiti i punti e a distanza di ben sei mesi dal colpo di Stato. Il candidato scelto è stato il secondo ministro degli affari esteri del Brunei – che attualmente detiene la presidenza di turno dell’Associazione – Erywan Pahin Yusof.

Un’ulteriore ragione dietro la lentezza nel processo di elezione è stata la reticenza ad accettare la nomina dell’inviato speciale da parte del regime birmano. Quest’ultimo ha accettato l’elezione solo dopo aver ricevuto numerose pressioni da parte di alcuni membri dell’Asean, che hanno minacciato i militari di non permettere loro la partecipazione alla conferenza annuale. 

L’inviato speciale ha un arduo compito di fronte a sé. Il problema più urgente è quello di mobilitare aiuti regionali e internazionali, sotto l’egida dell’Asean, attraverso l’AHA Center (il centro di coordinamento per l’assistenza umanitaria nella gestione dei disastri).

L’Asean ha anche pianificato di tenere una conferenza internazionale dei donatori, il cui luogo e data non sono stati ancora definiti. Il Myanmar si trova ad affrontare molteplici crisi contemporaneamente. Innanzitutto, una crisi umanitaria devastante, che vede gran parte della popolazione birmana vivere sotto la soglia di povertà, in forte bisogno di beni essenziali, come cibo e medicinali; in secondo luogo, una crisi sanitaria, in quanto il paese è stato interessato da un aumento esponenziale dei casi e delle vittime di COVID-19, il che ha portato al collasso del sistema ospedaliero nel paese; in terzo luogo, una crisi politica ed economica, con il crollo totale delle istituzioni democratiche, del sistema produttivo e finanziario. 

Il quinto punto concordato nella riunione del 24 aprile prevedeva la visita dell’inviato speciale con una delegazione in Myanmar. Una data in merito non è stata ancora decisa, ma Erywan Yusof si è detto fiducioso di poter visitare il paese prima del prossimo summit dell’Asean, che si terrà alla fine del mese di ottobre.

Egli ha inoltre chiarito che è necessario parlare con tutte le parti nel conflitto, inclusi la leader Aung San Suu Kyi e il Presidente Win Myint, entrambi posti agli arresti domiciliari in ragione dei numerosi reati che sono stati loro contestati. L’inviato speciale ha anche richiesto la liberazione di tutti i prigionieri politici attualmente detenuti nelle carceri del paese, incluse le migliaia di manifestanti arrestati durante le proteste che hanno avuto luogo a partire dal 1° febbraio.

Nonostante le critiche alle quali l’Asean è stata sottoposta in relazione alla gestione della crisi birmana, essa ha continuato comunque a ricevere un invariato sostegno da parte dei suoi tradizionali partner internazionali, quali la Cina, l’UE, la Russia, gli Stati Uniti e il Regno Unito, fra gli altri. Finora, gli USA, il Regno Unito, il Canada e l’UE hanno imposto delle sanzioni contro ufficiali del Tatmadaw – com’è chiamata la giunta militare birmana – ma non sembrano intenzionati ad interferire oltre, lasciando quindi campo libero all’Associazione nella gestione della crisi. 

È quantomai necessario in questo momento che l’Asean intraprenda delle azioni decisive per attenuare la crisi, soprattutto al fine di evitare un’escalation di violenza in Myanmar, ancor di più in considerazione del fatto che il 7 settembre l’autoproclamato Governo di Unità Nazionale ha lanciato una rivoluzione popolare contro la giunta, incontrando una repressione ancora più dura da parte dei militari al potere.

C’è quindi il rischio di vedere il peggioramento di un bilancio già tragico, che conta più di mille morti e migliaia di arrestati dallo scorso febbraio. Per far sì che l’intera regione del Sud-est asiatico non sia travolta da un’ondata di migranti in fuga dal Myanmar, un’esplosione del traffico di droga e di altri crimini transnazionali, nonché da un aggravamento della pandemia e un rallentamento economico generalizzato, è fondamentale scongiurare un ulteriore precipitare della crisi birmana. 

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