CONTINUANO LE PROTESTE IN IRAQ

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A pochi giorni dalle elezioni legislative gli iracheni sono nuovamente scesi nelle strade per protestare contro la corruzione delle classi dirigenti.

Sabato scorso migliaia di iracheni sono scesi nelle strade di Baghdad per protestare contro le classi dirigenti, a due anni dallo scoppio del massiccio movimento popolare anti-governativo che ha causato la morte e il ferimento di centinaia di iracheni da parte delle forze dell’ordine e milizie filo-iraniane.

L’Iraq non è estraneo alle proteste popolari. All’indomani dell’invasione americana del 2003 si sono susseguito a ritmo regolare diverse manifestazioni in richiesta di maggiore trasparenza delle istituzioni politiche e di un’equa distribuzione del potere e delle ricchezze.

Questa ciclicità è sintomatica del debole livello di legittimità che caratterizza lo stato iracheno a causa di una serie di fattori endogenie ed esogeni alla storia del paese che hanno portato progressivamente all’alienazione tra stato e società.

Il nuovo ciclo di proteste, iniziato ad ottobre 2019, ha visto la popolazione irachena organizzare sit-in e manifestazioni in richiesta della destituzione delle classi politiche corrotte e delle interferenze da parte di attori esterni, Iran e Stati Uniti Questa rinnovato dissenso costituisce la più grande forma di contestazione antigovernativa a cui ha assistito il paese negli ultimi vent’anni. 

Se i movimenti di protesta che si sono susseguiti dal 2011 fino al 2015 erano principalmente mossi da sentimenti antisciiti, considerato lo strapotere di cui godono in Iraq le forze politiche vicine a Teheran, la situazione è completamente diversa nel 2019.

Oltre Baghdad sono infatti le provincie a maggioranza sciita a esprimere il malcontento. A Nasiriya, come a Kerbala e Najaf –governatorati del sud a maggioranza sciita – le nuove generazioni chiedono a gran voce la fine delle interferenze di Teheran, bastione del mondo sciita, e la destituzione delle classi dirigenti in cambio di maggiore rappresentanza politica e equità sociale.

A due anni dalle proteste del 2019 la popolazione irachena vede ancora le sue richieste insoddisfatte: a poco sono bastati gli sforzi dell’attuale Premier Mustafa al-Kadhimi per lottare contro la corruzione endemica che pervade le istituzioni politiche e militare. Ci si aspetta dunque che le elezioni legislative del 10 ottobre saranno boicottate da attivisti e dissidenti. 

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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