ALFIERE SU MOGADISCIO: LA LEGITTIMITÀ DEL PRESIDENTE FARMAAJO MESSA A DURA PROVA ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI IN SOMALIA

Fonte Immagine:The New York Times (Farah Abdi Warsameh di Associated Press)

Nonostante le diatribe interne e le ingerenze da parte di attori esterni, i preparativi per le elezioni presidenziali travolgono il Presidente somalo Farmaajo in una spirale di incertezze e alleanze precarie. 

“Incertezza” sembra essere il sostantivo più indicato per precisare l’andamento della vita politica somala, soprattutto a partire dall’8 febbraio scorso, quando si è concluso il mandato presidenziale quadriennale del Presidente Maxaamed Cabdullaahii Maxaamed, detto Farmaajo. La stessa data rappresenta anche il potenziale inizio della selezione e nomina dei membri di entrambe le camere del Parlamento da parte dei clan, che andranno ad eleggere indirettamente il Presidente.

Un’ombra si è abbattuta, parafrasando Marx, sul paese del Corno d’Africa che, faticosamente, cerca di liberarsi dallo stigma di Failed State: il presidente Farmaajo, ad aprile, decide di voler comparire dinanzi al Parlamento per richiedere un’estensione del mandato presidenziale di due anni. Una giuntura critica per la vita politica somala che ha travolto la popolazione civile e la comunità accademica, causando uno stallo multidimensionale.

Per comprendere più profondamente il moto evolutivo non vi è solo il tentativo di estensione di mandato di Farmaajo, ma anche l’uccisione dell’agente Ikran Tahlil Farah dell’Agenzia di Sicurezza e Intelligence Nazionale (NISA). 

Per quanto riguarda il primo caso, se la suddetta dichiarazione ha rappresentato una minaccia per l’ONU e i funzionari occidentali, i quali da da mesi facevano da spola tra Farmaajo e i leaders regionali su quando e come tenere le elezioni parlamentari e presidenziali, è altrettanto vero che la proposta ha diviso alcune forze di sicurezza interna lungo i confini clanici, costringendo tra le 60.000 e le 100.000 persone a fuggire dalle proprie case dopo gli scontri che si sono verificati tra le fazioni.

Ciononostante, la Camera Bassa del Parlamento ha risposto positivamente alla richiesta di Farmaajo, mentre il Senato non ha voluto sentire ragioni, acuendo, di conseguenza, le tensioni. A maggio, la frammentazione sembrava essere stata risolta, con la decisione presa dello stesso Farmaajo di passare al suo Primo Ministro Maxaamed Xuseen Rooble, in carica dal settembre 2020, il testimone per la redazione di una roadmap delle elezioni, per poi guidare detto processo e gestirne l’impianto securitario.

Un trasferimento delle responsabilità strategico, dunque, che ha permesso al Presidente di riacquisire consenso nel breve periodo, anche se non originario. I rapporti tra i due, però, non sembrano aver preso una piega positiva, a causa dell’andamento fiacco nel redigere liste elettorali negli Stati federali, delle irrefrenabili critiche mosse dai presidenti dello Stato del Puntland e dello Jubaland nei confronti di Farmaajo e la scomparsa (poi uccisione) della giovane spia informatica del NISA.

L’Affaire Farah è ancora oggi controverso nelle sue dinamiche e non privo di punti oscuri. Il NISA, tuttavia, rappresenta l’ago della bilancia in termini di sostegno della leadership del paese, e l’evento ha scatenato lo scontro tra Farmaajo e Rooble: a tre mesi circa dalla scomparsa di Farah, Rooble accusa il NISA di aver orchestrato l’omicidio e sospende il suo direttore, Fahad Yasin, nonché alleato di Farmaajo, a causa del suo “ruolo poco chiaro nella faccenda”.

Una mossa che il Presidente non ha apprezzato, ma che ha, al contrario, bollato come “incostituzionale”. Risultato? Il NISA ha assunto una natura bicefala, tale per cui l’organizzazione afferisce a due capi distinti: il colonnello Mohamud, nominato dal Presidente, e il generale Gobe, nominato dal Primo Ministro.

L’effetto domino degli eventi ha portato ad un picco che sembra essere stato raggiunto giovedì 16 settembre, quando Farmaajo ha sospeso Rooble dal suo incarico di Primo Ministro, esautorandolo delle sue prerogative e dei suoi privilegi. 

A questo punto, è possibile distinguere tre livelli di analisi per comprendere le cause strutturali dell’attuale stasi: uno di tipo individuale, un secondo di tipo nazionale e un terzo di tipo regionale-internazionale. 

Sul piano individuale, se da un lato è indubbio lo scontro titanico tra Farmaajo e Rooble, è altrettanto inconfutabile l’avversione degli esponenti politici più influenti, carismatici e più solidi in termini di constituencies (i.e. ex Presidenti all’opposizione come Sharif Sheikh Ahmed e Hassan Sheikh Mohamud, il Presidente del Puntland Dani e il Presidente del Jubaland Islam) nei confronti di Farmaajo, giudicato come “eversivo e irrispettoso nei confronti della Carta costituzionale”.

Sul piano nazionale, giocano un ruolo fondamentale il sistema politico (in particolare, il peculiare sistema elettorale) e i gruppi armati (in particolare, i fondamentalisti di Al-Shabaab). Il 18 maggio scorso, il think tank Foreign Policy pubblica una lettera del Presidente dal titolo “Non incolpatemi per aver ritardato le elezioni in Somalia” (Don’t blame me for delaying Somalia’s elections), in cui Farmaajo sostanzialmente si chiede perché gli anziani dei clan e le élites mettono periodicamente (ogni quattro anni) a tacere il popolo somalo. In tal modo Farmaajo solleva un tema fondamentale, ossia critica il funzionamento del sistema elettorale indirettoche vede i rappresentanti di vari clan scegliere i membri del Parlamento, che a loro volta si riuniscono per poi designare un Presidente.


Questo sistema è stato pertanto definito, da accademici ed esponenti politici, poco inclusivo (con una certa dimensione elitaria), poco democratico ed essenzialmente “broken” (come precisato dall’analista keniota Rashid Abdi), motivo per cui la scelta dei candidati si è rivelata complessa e polarizzante, oltre che contesa.
Analogamente destabilizzante è il ruolo giocato dai terroristi di Al-Shabaab.

Dal 2007, il gruppo ha lanciato diversi attacchi contro funzionari del governo federale, forze di sicurezza e civili. L’ultimo attacco risale al 25 settembre scorso, quando otto persone sono state uccise e altre nove ferite a causa dell’esplosione di un’autobomba all’angolo di una strada vicino alla residenza del presidente a Mogadiscio.


Infine, volgendo lo sguardo al livello regionale-internazionale, i punti nevralgici del rallentamento del processo elettorale possono identificarsi in quattro paesi in particolare, cioè Stati Uniti, Turchia, Eritrea e, soprattutto nelle ultime settimane, Gibuti. Ciò che emerge è una significativa influenza in termini di assimilazione e standardizzazione delle pratiche militari.


Tradizionalmente, Washington ha avuto un coinvolgimento militare molto limitato in Africa. Le attività militari statunitensi in Africa si sono finora concentrate intorno alle 1500 truppe della Combined Joint Task Force – Horn of Africa con sede a Gibuti, una task force congiunta dello United States Africa Command (AFRICOM), ed in particolare, Washington ha contribuito alla costituzione delle Forze di Sicurezza del Puntland, che ora operano senza l’assistenza degli Stati Uniti nel nord-est del paese.

Nondimeno, gli Stati Uniti avevano finanziato, reclutato, addestrato e collaborato con una forza operativa speciale dell’Esercito nazionale somalo di circa 1.000 soldati, nota come Danab, attualmente sotto il controllo del Presidente Farmaajo. Sebbene sia capace, il contingente non ha ancora circa la metà del personale previsto e un quartier generale, né armi sufficienti per operare senza la pianificazione e il supporto forniti dall’esercito americano. In effetti, senza quella relazione, il personale, la missione e l’equipaggiamento di Danab sono a rischio di divenire potenziali “forze pretoriane” alla mercé di Farmaajo per reprimere i suoi oppositori.


A questo si aggiunge il partenariato militare con Ankara: in particolare, la base militare di TURKSOM, stabilitasi nel 2017 a Mogadiscio. In effetti, TURKSOM funge da hub principale della task forceintergovernativa soprannominata African Eagle, in cui la Turchia mira a formare e preparare gli ufficiali e i sottufficiali dell’Esercito nazionale somalo, aiutando così il governo somalo nei suoi sforzi per costruire una forza militare nazionale in grado di sostenersi autonomamente. Sono quasi 2.600 gli uomini addestrati dai turchi a disposizione del Presidente.


Malgrado ciò, la variabile eritrea, però, appare essere la più dibattuta in questo senso: pare, infatti, che Farah fosse a conoscenza di dettagli relativi del trasferimento illegale da parte di Farmaajo di reclute somale da addestrare in Eritrea e che il Presidente eritreo Isaias Afwerki avrebbe deciso di dispiegare nel Tigray per arrestare l’avanzata tigrina.

Al netto di ciò, Farmaajo pare coltivare i rapporti con la leadership dello Stato autarchico eritreo, ove si considerino i plurimi accordi (formali e informali) di cooperazione militare. Ad oggi, però, il caso rimane in penombra.
Infine, il ruolo di Gibuti pare essere, al momento, all’origine di un’entropia generale a Mogadiscio: le autorità gibutiane, il 17 settembre, hanno trattenuto Fahad Yasin, ora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, impedendogli di recarsi a Mogadiscio in aereo.

Nonostante la smentita da parte delle autorità di Gibuti, che hanno ribadito di voler “cooperare con i fratelli somali”, questo atto ha sicuramente rappresentato un caso di ingerenza in termini di (dis)equilibrio di potenza tra Rooble e Farmaajo. 

È auspicabile un impegno serio e tangibile da entrambe le parti per arrestare tendenze centrifughe e personalistiche del potere, guardando “oltre la siepe” dei propri interessi, anteponendo, finalmente, la popolazione civile, stanca di queste dinamiche.

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